Suburra Stagione 3, recensione della serie Netflix con Alessandro Borghi

scritto da: Diego Battistini


Immagina di copertina: @Emanuela Scarpa

Roma, la città eterna. Quando pensiamo a lei ci vengono in mente i vicoli di Trastevere, i Fori Imperiali, il Colosseo, o magari la scalinata di Piazza di Spagna e, perché no (?), anche la passeggiata panoramica che da lì conduce alla lussureggiante Villa Borghese. Ma Roma, lo abbiamo imparato in questi anni, è anche altro. È palazzi di periferia (abusivi o meno) che si estendono fino al lido di Ostia, montagne di monnezza abbandonate sui cigli delle strade, corruzione che investe anche la classe politica (come sempre accade). Tutti elementi che fanno parte del ventre malato di una città contraddistinta da un sottobosco criminale che ha ispirato la serie Netflix Suburra, la cui terza stagione sarà disponibile dal 30 ottobre in streaming.

Estensione seriale dell’omonimo film di Stefano Sollima, a suo volta tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, la serie Suburra è stata la prima prodotta dal colosso Netflix in Italia – con il supporto di Cattleya -, non solo cavalcando il successo del sopracitato film da cui trae origine, ma anche quello – parallelo – di Gomorra, serie oltretutto tenuta a battesimo dallo stesso Sollima che prendeva anche lei le mosse da un film e da un libro: quelli rispettivamente di Matteo Garrone e Roberto Saviano (che, e qui chiudiamo il cerchio, ha lavorato ancora con Sollima per la recente serie, tratta anch’essa da un suo libro, ZeroZeroZero).

La terza stagione di Suburra, diretta nella sua totalità da Arnaldo Catinari (già direttore della fotografia della serie), va a concludere il racconto legato all’universo narrativo di riferimento – al momento non sono previsti eventuali spin-off -, e conferma la scelta, da parte degli autori, di discostarsi il più possibile dal tonitruante lirismo e dal fatalismo del film di Sollima per dare maggior spazio alla descrizione della (ben misera) quotidianità dei malavitosi romani. Nonostante la serie, in generale, abbia ottenuto un discreto successo (soprattutto di pubblico), la stagione conclusiva di Suburra conferma a livello qualitativo il trend negativo già evidente a partire dalla seconda stagione, ravvisabile soprattutto in un progressivo “incartamento” a livello narrativo capace di disperdere nella seconda e in quest’ultima stagione il discreto potenziale mostrato nella prima (comunque non esente da difetti).

Ancora scossi dalla morte di Lele, Aureliano (Alessandro Borghi) e Spadino (Giacomo Ferrara) meditano di uccidere Samurai (Francesco Acquaroli) e prendere il controllo di Roma. Per farlo, tuttavia, hanno bisogno dell’appoggio “politico” dell’ormai impelagato assessore comunale Amedeo Cinaglia (Filippo Nigro), nonché dell’aiuto delle rispettive compagne, divenute ormai spalle imprescindibili per i due criminali: Nadia (Federica Sabatini) e Angelica (Carlotta Antonelli). Aureliano e Spadino, però, devono fare i conti con il redivivo Manfredi (Adamo Dionisi), il quale mal digerisce le ambizioni del fratello di comandare la famiglia Anacleti e governare Roma. All’orizzonte, intanto, si preannuncia un nuovo Giubileo nella capitale, sul quale la malavita romana e la mafia siciliana vorrebbero mettere le mani.

Nelle intenzioni dei suoi (molteplici) autori, la serie Suburra avrebbe dovuto raccontare gli antefatti di quanto narrato nella precedente opera cinematografica di Sollima. Eppure, con il passare delle puntate ci si è ben resi conto che la serie Netflix si stava progressivamente allontanando dal film, acquisendo un’indipendenza che nella terza stagione viene finalmente esplicitata. Ed è forse questo l’aspetto più interessante di una stagione contraddistinta da una scrittura poco incisiva, “capace” di sbrogliare la matassa (o forse sarebbe più opportuno parlare di “nodo gordiano”) di situazioni narrative in modo sempre troppo approssimativo.

suburra la serie

SUBURRA (L to R) CARLOTTA ANTONELLI as ANGELICA SALE and ALESSANDRO BORGHI as AURELIANO in episode 101 of SUBURRA Cr. EMANUELA SCARPA/NETFLIX © 2020

Non si tratta naturalmente dell’unico “peccato” commesso da quest’ultima stagione, ma probabilmente di quello più evidente. Forse è mancata a Suburra una vera e propria figura di Showrunner capace di tenere le fila di una narrazione contraddistinta da una moltitudine di personaggi (alcuni dei quali dimenticati troppo in fretta) e storie, nonché di una writers’ room composta da troppe individualità: al capitolo finale hanno collaborato gli sceneggiatori Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli, Andrea Nobile, Camilla Buizza e Marco Sani. Qualcuno potrebbe obiettare che gli scrittori Bonini e De Cataldo sono stati accreditati in qualità di “Story Editing”, ma il loro coinvolgimento sembra più finalizzato a dare il placet all’operazione che non a un’effettiva organizzazione del processo di scrittura.

Fatto sta che la terza stagione della serie conferma quanto sospettato fin dalla prima: Suburra vive di rendita sulle caratterizzazioni degli antieroi Aureliano e Spadino, entrambi segnati da complessi edipici (il primo, come naturale, è in competizione con il padre; il secondo, invece, con il fratello maggiore Manfredi) e determinati ad intraprendere una scalata sociale che è anche per loro un’autoaffermazione. Due personaggi complessi, felicemente interpretati da un Alessandro Borghi tanto inespressivo quanto efficace (per dirla alla Sergio Leone, nella serie l’attore romano ha due sole espressioni: con e senza gli occhiali da sole) e Giacomo Ferrara, quest’ultimo più a suo agio nel mettere in evidenza la millanteria del suo personaggio che nell’affrontare i momenti drammatici, spesso tendenti al lacrimevole (ma lì, è il caso di dirlo, non è neanche aiutato da sceneggiatura e regia).

Date le premesse, non è un caso se i problemi della serie Suburra nascono nel momento in cui la narrazione “abbandona” i due protagonisti per concentrarsi sui personaggi di contorno. Se il Samurai di Francesco Acquaroli non ha lo stesso carisma di quello impersonato da Claudio Amendola nel film di Sollima ma comunque funziona, lo stesso non si può dire di molte altre caratterizzazioni, sovente portate così all’estremo da risultare caricaturali. Senza dover per forza di cose chiamare in causa chi ormai non fa più parte o è ai margini della narrazione – Lele, la cui “discesa agli inferi” e la consecutiva presa di coscienza sono troppo repentine; ma anche l’insopportabile truffatrice Sara Monaschi (Claudia Gerini), la quale compare solo nella prima puntata della terza stagione per poi uscire definitivamente di scena -, gli esempi sono molteplici.

Si potrebbe fare riferimento alla ridicola descrizione dei mafiosi siciliani (tra il giovane rampollo amante del buon cibo e il poco credibile capofamiglia hipster); oppure alla “sacrificata” figura di Nadia, che paradossalmente in quest’ultima stagione acquista maggior spazio all’interno della narrazione ma non riesce comunque ad essere nulla di più di una mera spalla (non solo di Aureliano, ma anche della ben più definitiva – a livello psicologico – Angelica); per non parlare del personaggio di Cinaglia, profondamente stravolto in quest’ultimo capitolo (oltretutto in modo tanto approssimativo quanto illogico, ma anche per certi versi “rassicurante” a livello etico: per la serie, chi si fa corrompere è perché è già marcio dentro).

A questi aspetti, alcuni dei quali potremmo definire “genetici” (nel senso che sono acquisiti dalle stagioni precedenti), se ne aggiunge un altro relativo specificatamente alla struttura del racconto che caratterizza la nuova stagione: il modo sbrigativo attraverso cui gli eventi trovano un loro scioglimento a livello drammaturgico. Fin dalle prime puntate della terza stagione, infatti, si ha la sensazione che Suburra voglia chiudere velocemente i conti con i personaggi e le loro storie. Non è probabilmente un caso se, rispetto agli 8 episodi canonici delle prime due stagioni, l’ultima sia composta solo da 6 puntate: forse un indizio circa la mancanza di idee, ma anche la necessità (verrebbe da chiedersi: narrativa o produttiva?) di giungere in fretta a una conclusione.

Se questa specie di “corsa contro il tempo” da una parte permette alla terza stagione di Suburra di mantenere un ritmo sostenuto dall’inizio alla fine – con continui colpi di scena -, dall’altra “condanna” i personaggi ad essere triturati dagli ingranaggi di una narrazione fuori controllo che procede (spedita) per inerzia, accumulando situazioni (e ripetizioni) per giungere così a un finale telefonato in cui – di fatto – i vincitori sono ben pochi, mentre i molteplici vinti sono divorati non solo dalle loro cieche ambizioni, dalla loro inesperienza (e alcuni persino dalla loro troppa bontà d’animo), ma anche (se non soprattutto) da una città, Roma, che  – come recitava un verso della canzone del rapper romano Piotta 7 vizi capitale, facente parte della colonna sonora della prima stagione della serie – è come un feroce barracuda sempre pronto ad azzannare le sue (a volte inconsapevoli) prede. Un finale inevitabile, per certi versi giusto, e sicuramente motivato da un punto di vista narrativo, ma il cui potenziale emotivo è soffocato da una sceneggiatura e una regia che non riescono mai a dare un “respiro lirico” a un’operazione che, a conti fatti, ha tradito troppo le aspettative.

Guarda il trailer della terza stagione di Suburra


Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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