venerdì, Aprile 16, 2021
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Speravo de morì prima, recensione della serie su Francesco Totti

Speravo de morì prima è l'attesa serie su Francesco Totti con Pietro Castellitto. Dal 19 marzo su Sky e on demand su NOW.

Speravo de morì prima è il titolo dell’attesa serie incentrata su Francesco Totti; prendendo in prestito il famoso striscione mostrato da un tifoso nel giorno dell’addio al campo da calcio del campione, Luca Ribuoli – regista della serie – struttura sei episodi basandosi su una sceneggiatura scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu e tratta dal libro Un capitano, scritto dal calciatore insieme a Paolo Condò. La serie, in arrivo su Sky Atlantic e in streaming (anche on demand) su NOW a partire dal 19 marzo, vede protagonista un nutrito cast di attori pronti ad incarnare, sullo schermo, alcuni dei volti più iconici del calcio e dello star system degli ultimi anni: Pietro Castellitto (Francesco Totti), Greta Scarano (Ilary Blasi), Gian Marco Tognazzi (Luciano Spalletti), Monica Guerritore (Fiorella, la madre di Totti), Giorgio Colangeli (Enzo, il padre), Gabriel Montesi (Antonio Cassano) e Marco Rossetti (Daniele De Rossi).

L’ultimo anno e mezzo di carriera di Francesco Totti raccontato tra presente e passato, pubblico e privato: su questo si basa Speravo de morì prima, la serie che ripercorre con serietà – ma tono da commedia – i diciotto mesi che vanno dal ritorno di Luciano Spalletti sulla panchina della Roma al più struggente addio al pallone della storia del calcio. Un anno e mezzo di guerra contro due avversari che non fanno sconti neppure ad un campione: il tempo e l’allenatore. Una guerra che divide una città e la comunità calcistica; una guerra combattuta con passione e tormento da un calciatore che non vuole, e soprattutto non riesce, a mettere la parola fine a una carriera da sogno, tutta vissuta indossando sempre e solo una maglia.

Speravo de morì prima è il racconto “pulp” (perché gioca, pasticciando, con i generi) e pop (per la chiave di lettura che sceglie) dell’ordinaria vita di un campione speciale come Francesco Totti: un uomo che non ha mai tradito i propri colori e le proprie passioni, non è mai stato sedotto dalla fama scegliendo la via più non-convenzionale di sempre, quella della normalità, garantita dagli affetti stabili della sua vita. In un mondo che corre veloce e sembra non arrestare mai la sua giostra, bombardandoci di stimoli continui e costanti che comportano spesso scelte di comodo, la figura di Totti si configura come un campione di coerenza. Il calciatore ha infatti giocato per 27 anni nella stessa squadra, vincendo sul campo e nei cuori dei tifosi: Roma lo ha così incoronato suo ottavo re indiscusso, e la serie parte propria da questa premessa.

Il Totti che viene introdotto dall’occhio meccanico di Ribuoli è un giocatore già immortale nell’immaginario collettivo, un vincente agli occhi dei romani e dell’Italia intera, un uomo che ha conquistato il rispetto degli avversi e dei tifosi (di un’altra fede calcistica) con la propria integrità morale, la coerenza e la potenza sul campo. Ciò che interessa al regista è però mostrare le fragilità dell’uomo celata dietro l’iconica luce del campione, mostrandolo fragile e insicuro nel momento cruciale della sua esistenza: gli ultimi anni nella sua squadra del cuore, prima di appendere gli scarpini al chiodo. Il Totti di Ribuoli è un giovane uomo spalleggiato dalla propria famiglia – caposaldo nel caotico mare dell’esistenza – che non si sente pronto a lasciare la propria carriera semplicemente per paura di perdersi.

“Speravo de morì prima”, a Sky’s Tv Serie focused on Roma’s football player Francesco Totti. Ph. credit: Iacovelli-Zayed

Pietro Castellitto presta il proprio corpo alla causa, scappando dalla mera imitazione e concentrandosi piuttosto sulla psicologia di Francesco Totti; il risultato passa per la messinscena finale, per lo sguardo trasognato sul mondo e l’aria naif che riflette all’esterno l’interiorità del calciatore Peter Pan che non voleva crescere, per non veder andare in frantumi il sogno di una vita per il quale aveva lottato da sempre. Un’interpretazione che rifiuta la banale imitazione – come ha raccontato Castellitto durante la conferenza stampa – privilegiando invece la comprensione, l’analisi del personaggio e la silenziosa osservazione della realtà; lo stesso approccio che ha avuto il resto del cast (Scarano nei panni della Blasi; Tognazzi in quelli di Spalletti) che si è trovato a doversi confrontare con personaggi reali e decisamente troppo famosi.

Speravo de morì prima non è la classica agiografia laica di un santino contemporaneo, icona di carta da attaccare su una parete; è una narrazione post-moderna che gioca con i generi, flirta con i canoni di ognuno di essi (il western, la commedia, il dramma, il film sportivo) mescolandoli insieme e creando un prodotto finale atipico, capace di intrattenere e di creare un corto-circuito tra reale e immaginario permettendo così agli spettatori di rivivere, attraverso la vicenda di un singolo, la storia collettiva di ognuno di noi. I ricordi di molti spettatori finiranno per confondersi con la vicenda di Totti e dei suoi grandi amori, Roma (intesa come squadra e Capitale) e la famiglia, stelle rilucenti intorno alle quali far ruotare il “pianeta-Totti”, che porta in sé tutte le caratteristiche tipiche della romanità.

A prescindere infatti dalla fede calcistica, la figura di un campione così non può che affascinare, proprio come è accaduto di recente con quella di Roberto Baggio, protagonista del film Netflix Il divin codino: questo accade soprattutto perché nel tempo si è trasformata in un simbolo Larger Than Life, incarnando l’essenza di qualcosa di più grande. Nel caso di Totti si tratta dell’aura media romana: leggero, indolente negli atteggiamenti, auto-ironico, caustico e schietto, Francesco Totti parla “alla pancia” della Città Eterna e dei suoi abitanti diventando una sorta di transfert collettivo, un emblema per il quale palpitare, disperarsi, sul quale sognare e sul quale proiettare i propri sogni: più che un semplice calciatore, un’icona.

Un’icona che è già stata raccontata in un documentario (Mi Chiamo Francesco Totti) diretto da Alex Infascelli e presentato durante RomaFF15, ma che qui è protagonista di una narrazione ben diversa. E l’unico modo possibile, per mostrarla, è allontanandosi dalla via dell’imitazione e della drammatizzazione forzata, prediligendo quella leggerezza che contraddistingue il carattere di Totti, riflettendo su certi drammatici risvolti dell’età adulta – il tempo che passa, il concetto di fine o di morte, le difficoltà del crescere – in modo brillante e mai banale, attraverso il linguaggio universale della pop culture tipica della settima arte.

Guarda il trailer ufficiale di Speravo de morì prima

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Speravo de morì prima è il racconto “pulp” (perché gioca, pasticciando, con i generi) e pop (per la chiave di lettura che sceglie) dell’ordinaria vita di un campione speciale come Francesco Totti: un uomo che non ha mai tradito i propri colori e le proprie passioni, non è mai stato sedotto dalla fama scegliendo la via più non-convenzionale di sempre, quella della normalità, garantita dagli affetti stabili della sua vita.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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