Space Force, recensione della serie Netflix con Steve Carrell

scritto da: Diego Battistini

Il 13 marzo 2018, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alluse alla possibilità di ampliare le forze armate statunitensi. I contribuenti americani avranno sicuramente pensato: quale reparto sarà potenziato, la Marina forse, oppure l’Aeronautica? Nessuno di questi, per la verità. L’idea ambiziosa di Trump, infatti, era quella di creare una forza armata completamente nuova, volta a una missione molto speciale: la conquista dello spazio. È nata così, sull’onda dell’entusiasmo dello slogan “Make America Great Again“, l’idea della famigerata sesta armata americana, resa ufficiale qualche mese dopo, nel dicembre dello scorso anno. Un progetto tanto ambizioso quanto assurdo, che oggi è “celebrato” dalla nuova serie tv Netflix  Space force, disponibile dal 29 maggio sulla piattaforma streaming.

Le menti creative dietro alla realizzazione della serie sono Steve Carrell e Greg Daniels, già autori dell’acclamata The Office, che anche per quanto riguarda la nuova serie Netflix puntano sul genere comedy. , a loro più congeniale. Space Force nasce chiaramente come un’ironica risposta alla politica trumpiana ma non si riduce solo a questo. È chiaro che gli Stati Uniti siano il bersaglio privilegiato della verve ironica dei due autori, ma non si tratta dell’unico. Carrell e Daniels, infatti, non risparmiano ad esempio frecciatine alla Cina, nuovo nemico della Democrazia Americana, alla nuova pseudo-alleata americana Russia di Vladimir Putin (che comunque continua a praticare lo spionaggio), e persino all’Unione Europea e al “pasticciaccio” della Brexit. Insomma, nella nuova serie Netflix non si salva davvero nessuno. Ma che cosa racconta, nello specifico, Space Force?

Mark R. Naird (Steve Carrell) è un generale dell’aeronautica che ha sempre vissuto all’ombra del rivale Kick Grabaston (Noah Emmerich), attuale capo delle forze aeree americane. Quando viene convocato dal Pentagono per ricevere l’incarico di guidare una forza armata, Naird crede che si tratti proprio dell’aeronautica, salvo poi scoprire che il ruolo che gli è stato affidato – per volere del “presidente” (il nome di Trump non viene mai menzionato) – è quello di responsabile della neonata “Space Force”. Così, Mark è costretto a emigrare da Washington in Colorando con la famiglia, composta dalla moglie Maggie (Lisa Kudrow), e dalla figlia adolescente Erin (Diana Silvers), per intraprendere la missione più importante e difficile della sua carriera militare. Ad attenderlo troverà una serie insormontabile di problemi e un considerevole numero di “strani collaboratori, tra i quali il Dott. Adrian Mallory (John Malkovich), a capo del reparto scientifico, il vice Brad (Don Lake), costantemente tra le nuvole, e il suo confusionario esperto di comunicazione Tony (Ben Schwartz).

Nel frattempo, mentre la Space Force sta cercando di inviare astronauti sulla Luna per riprendere il filo di un discorso iniziato nel 1969 (primo sbarco sul nostro satellite) e abbandonato ormai da molti anni, anche la Cina testimonia il proprio interesse nei confronti della conquista del suolo lunare: una nuova guerra fredda è pronta per essere combattuta… e ancora una volta sarà lo spazio il terreno di battaglia di questo scontro tra titani.

Per chi conosce la comicità di Steve Carrell e Greg Daniels (quest’ultimo autore anche della serie Upload, disponibile su Amazon Prime), Space Force rappresenterà sicuramente una summa della loro idea di comicità. Al di là del tema trattato, ciò che balza fin da subito all’occhio dello spettatore più attento è l’utilizzo del registro comico-demenziale, che serve naturalmente per spogliare di ogni forma di retorica gli argomenti affrontati: in fin dei conti stiamo parlando di una serie che ironizza non solo sull’American way of life, ma, nello specifico, sul glorioso esercito americano, sul potere e su chi lo detiene oggi negli Stati Uniti (che sia il presidente, oppure, nel loro “piccolo”, il Capo del Dipartimento della Difesa o i responsabili delle varie forze armate) e, in generale, nel Mondo.

In Space Force la comicità, più che scaturire dalle azioni maldestre dei singoli personaggi (un po’ sulla falsariga della splapstick comedy), è determinata dai dialoghi – alcuni davvero esilaranti – e sopratutto dalle situazioni e dai comportamenti surreali dei vari personaggi, o meglio: dal loro “essere surreali”. La base “segreta” dove vengono portate avanti le ricerche sulla conquista dello spazio più che un ente governativo sembra un manicomio ben assortito dove si confrontano casi umani al limite del patologico.

Quello che emerge è chiaramente un quadro comicamente delirante dove i veri mattatori sono senza ombra di dubbio i bravissimi Steve Carrell e John Malkovich, i quali rappresentano una sorta di aggiornamento del cliché della strana coppia cinematografica reso celebre sopratutto da Jack Lemmon e Walter Matthau. Certo, a volte si ha la sensazione che, essendo più che altro verbale, l’ironia presente in Space Force sia più comprensibile ed apprezzabile da un pubblico anglofono – o addirittura specificatamente americano – che non da un pubblico internazionale (certi riferimenti, certe battute, certe caratterizzazioni portate all’estremo, ecc.), ragione per cui benché ci si diverta, lo si fa in maniera altalenante durante il corso della puntante. Per riassumere: più che ridere, molto (troppo) spesso si sorride.

Nel complesso, infatti, oltre a qualche limite drammaturgico di troppo – non si capisce ad esempio perché certi personaggi, a cominciare dalla spia russa Bobby (Aleksej Vorob’ëv), a un certo punto vengano abbandonati per strada -, Space Force pur essendo un prodotto dignitoso, è troppo convenzionale e, benché diverta, non si riesce mai davvero ad essere coinvolti dalla sua comicità. Innanzitutto perché è privo del ritmo irrefrenabile, della comicità vivace e del magnifico nonsense che caratterizzavano un’altra serie scritta da Steve Carrell, l’adorabile Angie Tribeca, mai davvero considerata in Italia, e passata distrattamente prima sul canale Joi (Mediaset Premium) e poi su Italia 1; e poi perché si ha la sensazione che nonostante le ambizioni, la serie non riesca a portare la termine la sua missione: fare della comicità politicamente scorretta.

Nonostante Space Force punti il dito contro gran parte del sistema americano e si presenti (almeno inizialmente) come una serie politicamente scorretta, alla fine ciò che manca all’opera di Carrell e Daniels è proprio la suddetta scorrettezza. Troppo spesso anche le situazioni più problematiche (e talvolta drammatiche) vengono risolte anziché con uno sberleffo e una battuta, con una sorta di lieto fine posticcio e sovente buonista (un po’ alla “volemose bene”). E così, nonostante la divergenza di pensiero, il dott. Mallory corre costantemente in aiuto dell’imbranato Naird, o ancora, al di là delle incomprensioni, i nostri eroi riescono (quasi) sempre ad averla vinta contro i loro principali antagonisti e anche contro le avversità del caso. E tutti questi aspetti si ripetono all’infinito durante il corso delle puntate – da un punto di vista strutturale tutte identiche, dalla prima all’ultima (sono 10, nel complesso) – depotenziando a loro volta la portata seriosamente ironica delle invettive contro gli Stati Uniti e il suo abominevole presidente in primis, e facendo emergere il “lato oscuro” di una serie che alla fine si dimostra davvero troppo politicamente corretta.

Guarda il trailer ufficiale di Space Force

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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