Snowpiercer, recensione della serie con Jennifer Connelly

scritto da: Diego Battistini

Esisteva un Bong Joon-ho anche prima del successo di Parasite, ed era un regista attratto dal cinema di genere. A ben vedere, la tematica principale dei suoi film è sempre stata (più o meno) la stessa – la riflessione politico-sociale sul concetto di “classe” -, affrontata però attraverso schemi narrativi costantemente differenti: il poliziesco (Memorie di un assassino, recentemente distribuito in Italia per la prima volta), l’horror (The Host) e il film di fantascienza (Snowpiercer). È forse quest’ultima la pellicola che l’ha fatto conoscere quantomeno alla critica internazionale, tanto da essere celebrata persino dall’autorevole rivista francese “Cahiers du Cinéma”. A distanza di qualche anno dalla sua uscita (2013), giunge ora su Netflix (i primi due episodi saranno disponibili dal 25 maggio), la serie tratta dal film dell’autore coreano – che mantiene lo stesso titolo, Snowpiercer – distribuita originariamente negli Stati Uniti dalla rete televisiva TBS.

Il progetto, che ha avuto una gestazione lunga e travagliata (si è iniziato a pensare alla riduzione televisiva del film già nel 2016), vede la firma di Graeme Mason (Orphan Black) in qualità di creatore e showrunner, ed è stato concepito come una sorta di ampliamento dell’universo narrativo proposto dal film di Bong Joon-ho, oltre che dall’omonimo fumetto post apocalittico, da cui sono tratte entrambe le opere, creato dagli autori belgi Jacques Lob e Jean Michel Charlier negli anni ’80.

La Terra è stata devastata da una serie di eventi che ne hanno compromesso il futuro. Dopo anni di guerre e politiche ambientali errate e poco lungimiranti, il mondo è stato sconvolto da una tremenda glaciazione (causata sempre dall’uomo) che non ha risparmiato nessun continente. I pochi sopravvissuti alla catastrofe sono stipati all’interno di un treno speciale – lo snowpiercer, appunto -, creato e guidato dal misterioso Mr. Wilford, che viaggia senza sosta lungo una strabiliante tratta ferroviaria che abbraccia il mondo intero. Lo snowpiercer è contraddistinto da 1001 vagoni, ed è suddiviso in “fasce sociali”: in testa abbiamo i ricchi che si sono potuti permettere un biglietto di prima classe – con notevoli agi -, in mezzo troviamo la classe medio-alta, e così via fino a giungere nelle profondità recondite degli ultimi vagoni dove è situato il cosiddetto “Fondo”, in cui sono ammassati i poveri (che oltretutto sono saliti sul treno senza invito, causando non pochi problemi).

Mentre proprio coloro che abitano nel “Fondo”, stufi della loro condizione, stanno cercando un modo per poter dare l’assalto ai vagoni di testa, un misterioso e brutale omicidio scuote le fondamenta di questa rigida piramide sociale. Per tale motivo, Melanie Cavell (Jennifer Connelly), portavoce di Mr. Wilson e responsabile principale della locomotiva, decide di assoldare in qualità di investigatore, l’ex detective Layton Well (Daveed Diggs), che risiede proprio nei bassifondi del treno. Prima di accettare l’incarico, Layton chiede però delle garanzie per quanto riguarda i suoi compagni reietti, cercando di ottenere per loro un dislocamento nelle carrozze centrali. Intanto dalla coda del treno inizia a maturare l’idea d’intentare una vera e propria rivoluzione.

Benché i presupposti di partenza siano molto simili rispetto a quelli del film di Bong Joon-ho, è chiaro fin dalla prima puntata che la serie di Graeme Mason voglia prendere una strada molto diversa. Un po’ per cercare di “allungare il brodo”, come si suol dire volgarmente, e un po’ anche per tentare di non riproporre lo schema concettuale dell’opera del regista coreano. Una scelta comprensibile quella degli sceneggiatori e della produzione, che testimonia l’interesse a puntare su altri aspetti del racconto, evitando di ricadere nella stessa estetica cupa e per certi versi autoriale del film del 2013, per scommettere su un prodotto più appetibile a un pubblico meanstream come quello televisivo (in fin dei conti, negli Stati Uniti la serie è stata pensata per la tv via cavo e questo è un aspetto che non si può non considerare nel momento in cui si è chiamati a dare un giudizio sull’opera).

Ciò non toglie che, nel momento di scegliere quale punto di vista adottare per raccontare la vicenda, la scelta fatta sia stata quella più convenzionale possibile, applicando ad una base narrativa dai toni post apocalittici – derivata da fumetto d’origine e film d’ispirazione – una parallela trama crime che sembra presa in prestito direttamente da Agatha Christie (Assassinio sull’Orient Express vi dice niente?). Così, mentre da una parte il segmento dedicato alla ribellione dei reietti diviene quasi marginale – perlomeno nei primi cinque episodi, quelli resi disponibili in anteprima da Netflix -, a prendere campo è l’indagine del “novello Hercule Poirot” Layton, personaggio che ricorda molto, specie nelle premesse, il Curtis interpretato da Chris Evans nel film di Bong Joon-ho.

Un’indagine che, oltretutto, non solo porterà il protagonista a confrontarsi con la realtà delle altre classi sociali – più abbienti – presenti sul treno, con la conseguente scoperta degli incredibili spazi situati all’interno della locomotiva (ad esempio: una serra piena di rigogliose piante da frutto, un’acquario, una macelleria ecc., tutti elementi che erano stati solo abbozzati nel film del 2013, e che qui invece vengono descritti, grazie ai tempi della serialità, in modo più approfondito), ma anche a confrontarsi con sé stesso e il rapporto con la ex compagna Zarah (Sheila Vand), la quale lo aveva abbandonato per tentare una specie di “scalata sociale” che non è andata proprio a buon fine.

La serie Snowpiercer, quindi, se non tralascia quantomeno depotenzia (volutamente) l’aspra critica politico-sociale che contraddistingueva l’opera di Bong Joon-ho, puntando su elementi capaci di attrarre senza troppa fatica un pubblico eterogeneo. Non che questo sia, per forza di cose, un aspetto negativo, ma è chiaro che, dato il materiale di partenza, l’idea che ci si era fatti sulla serie era quella di un’operazione più matura e coraggiosa, capace di dialogare anche con la sperimentazione che sovente negli ultimi anni ha contraddistinto la serialità (televisiva e non). Invece ci si è ritrovati – non senza sorpresa – di fronte a un prodotto che avrebbe potuto giungere direttamente su una rete generalista, più che su Netflix. Non si tratta di metterne in discussione la qualità intrinseca – la serie non è né scritta né diretta male -, ma di prendere atto del fatto che Snowpiercer è una serie che sfreccia, come un treno, a tutta velocità verso l’anonimato a cui è condannata.

E questo sopratutto perché manca di audace creatività a livello estetico-narrativo. Si accontenta di portare a casa il risultato con il “minor sforzo” possibile, optando per schemi e cliché che si ripetono all’infinito e che certamente hanno la capacità di catturare fin da subito l’interesse di uno spettatore medio che vuole porsi poche domande e magari seguire il tutto anche un po’ distrattamente, certamente più interessato a una banale indagine per omicidio che non a una rivolta popolare che comporta troppe riflessioni anche sulle ingiustizie perpetrate dalla nostra piramidale società odierna (quello che faceva invece Bong Joon-ho nel suo film).

Snowpiercer non è, quindi, una serie memorabile ma ha almeno un reale motivo d’interesse nella caratterizzazione della portavoce Melanie, oltretutto interpretata splendidamente da Jennifer Connely, figura misteriosa che in questo caso aggiorna – e rende più sfaccettata e complessa – la figura della perfida e grottesca Mason, impersonata nel film di Bong Joon-ho da Tilda Swinton. Certamente non è abbastanza per considerare riuscita l’operazione, ma è comunque da considerarsi un (seppur labile) incentivo alla visione anche per coloro che non sono attratti dal genere sci-fi.

Guarda il trailer ufficiale di Snowpiercer

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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