Small Axe, recensione della serie di Steve McQueen

scritto da: Ludovica Ottaviani


Small Axe è il titolo del progetto seriale nato dalla creatività del regista inglese Steve McQueen, Premio Oscar per il film 12 Anni Schiavo, autore anche di Shame e Hunger. Dopo la parentesi cinematografica di Widows – Eredità Criminale il cineasta abbandona temporaneamente il grande per il piccolo schermo dove, grazie alla collaborazione tra BBC e Amazon Studios, prende vita e corpo il progetto in cinque episodi presentato durante la seconda giornata della Festa del Cinema di Roma.

Cinque storie quindi, incentrate sulle dinamiche della comunità caraibica di Londra e ambientate tra il 1969 e il 1982, tutte accomunate dal tema principale della lotta al razzismo. Di queste solo tre sono state presentate al pubblico: in Red, White and Blue (l’unico episodio presentato alla stampa), viene mostrata la storia vera di Leroy Logan, agente nero che si scontra con il razzismo della polizia nell’Inghilterra degli anni ’80. In Mangrove siamo nel 1970 e assistiamo alla storia vera del processo ai Mangrove Nine, ossia Frank Crichlow – proprietario del ristorante Mangrove – e altri otto imputati, arrestati per proteste contro la brutalità razzista della polizia londinese. Nell’ultimo, Lovers Rock, gli anni ’80 fanno da sfondo ad una notte, una festa e ad una storia d’amore a ritmo di musica reggae.

Small Axe, il titolo, è ripreso da un brano originale di Bob Marley che a sua volta lo aveva tratto da un proverbio giamaicano sulla forza del dissenso: “se voi siete il grande albero, noi siamo la piccola ascia”. Una frase che ben si adatta al clima, al significato e al messaggio espressi dall’episodio Red, White and Blue che è la storia di una rivoluzione silenziosa, costante e inesorabile; una rivoluzione perpetuata solo con la forza incrollabile della conoscenza e dell’autoconsapevolezza. Una rivoluzione pronta ad infrangere le regole e le convenzioni sociali passando attraverso la fierezza granitica di John Boyega.

L’attore, vera rivelazione, una volta liberatosi dell’ingombrante eredità lasciata dalla nuova trilogia di Star Wars sembra essersi calato appieno in una nuova consapevolezza recitativa e sociale; quella stessa determinazione che abbiamo visto sul suo volto durante le proteste del movimento Black Lives Matter torna anche in Small Axe, nel personaggio di Leroy che cerca di cambiare il mondo partendo dal basso, da un rivoluzione silenziosa ma costante per cambiare i punti di vista usurati della società a partire dalla piccola comunità nella quale è nato e cresciuto.

Leroy, un giovane uomo al bivio e nel pieno della scoperta di sé: incastrato in un lavoro di ricerca nella scientifica ben visto dalla famiglia, soprattutto da un padre orgoglioso ed ingombrante da sempre in aperta opposizione con le autorità locali; attratto da un lavoro come poliziotto sul campo, per poter iniziare a cambiare il mondo con correttezza e costanza, Leroy si ritrova involontario protagonista di una storia di formazione “young adult”, perché non è più un adolescente alla ricerca della propria identità ma un uomo che lotta con un sistema e con le convenzioni nocive che lo minano dal profondo, consapevole che se qualcuno non farà da ponte – “immolandosi” alla causa – le contraddizioni non spariranno mai.

La regia di McQueen in questo episodio televisivo è intima ed emotiva, quanto asciutta e tagliente come la lama di un rasoio; gli esordi nella video arte – che avevano contaminato comunque lo stile e il linguaggio di 12 Anni Schiavolasciano il posto allo sguardo sul reale di Hunger, pronto a mostrare le idiosincrasie del quotidiano senza mai indugiare nel sentimentalismo, lasciando che siano i fatti, i volti, le reazioni dei personaggi a commentare le situazioni, a vivere il loro presente. Un presente cristallizzato in una ricostruzione perfetta degli anni ’80 tra scenografie, fotografia, costumi, trucco e parrucco capaci di evocare perfino i dettagli più infinitesimali, coadiuvati da un commento musicale che è presenza costante, diegetico ed extra diegetico, onnipresente ombra sonora nelle esistenze dei vari personaggi che permettono a McQueen di dar voce ad una “generazione spezzata” o, per meglio dire, perduta.

Il regista – Premio alla Carriera a RomaFF15 – ha cercato infatti di restituire una voce a quasi due generazioni di afro-caraibici e afro-inglesi che, nell’isola di sua Maestà, sono state escluse dalle attività culturali e dal fermento politico e sociale che attraversava una nazione: attraverso il mezzo televisivo, McQueen trova un modo per ribadire ancora una volta come Black Lives Matter, e che ci sono ancora tante (troppe) storie nascoste che aspettano il momento giusto per essere raccontate sui nostri schermi.

Guarda il trailer ufficiale di Small Axe


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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