mercoledì, Maggio 19, 2021
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Sky Rojo, recensione della serie dai creatori di La casa di carta

La recensione della serie Sky Rojo, ideata dai creatori della serie cult La casa di carta. Dal 19 marzo disponibile su Netflix.

Proverbialmente non tutte le ciambelle riescono col buco. Il successo – per certi versi sproporzionato – de La casa di carta, la fortunata serie spagnola incentrata sulle vicissitudini di un manipolo di affascinanti ed ambiziosi ladri, ha probabilmente indotto Netflix – che ha distribuito la serie in tutto il mondo – a credere che il suo creatore, Álex Pina, fosse la classica gallina dalle uova d’oro. E invece le cose sono andate diversamente rispetto a quanto previsto. Lo showrunner ispanico, infatti, è dapprima inciampato nell’estiva White Lines, ambientata a Ibiza, e ora è capitombolato a Tenerife con Sky Rojo, serie in 8 episodi che sarà disponibile in streaming a partire dal 19 marzo naturalmente sulla stessa Netflix. Abbiamo visto in anteprima 4 episodi.

A metà strada tra Pedro Almodóvar (il soggetto) e Álex de la Iglesias (il registro comico-farsesco), con l’aggiunta un pizzico di quell’ignoranza estetica che già aveva fatto capolino ne La casa di carta e qualche vago riferimento a Thelma & Louise di Ridley Scott, Sky Rojo racconta al contempo una storia di prostituzione, di ribellione femminile, di riscatto e di autoaffermazione si sé. Spavalda nel suggerire (più che mostrare) amplessi, fellatio, bondage e tanto altro ancora, ma afflitta da un sensazionalismo non solo fine a se stesso, ma ormai fuori tempo massimo. La Tenerife degli anni ’20 del nuovo millennio non è certo la Spagna post franchista in cui era ambientato il “sovversivo” film d’esordio di Almodóvar Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio. È cambiata la società, è cambiato il pubblico e sono cambiati anche i suoi gusti. Almodóvar l’ha capito molto tempo fa, i creatori di Sky Rojo probabilmente no. Forse si illudono che non sia così, oppure fanno finta; il risultato, ad ogni modo, non cambia.

Coral (Verónica Sánchez), Wendy (Lali Espósito) e Gina (Yany Prado) di mestiere fanno le prostitute e i loro destini si sono incrociati a Tenerife: la prima è laureata e nasconde più di un segreto, la seconda ha lasciato famiglia e figlio a Cuba per cercare un impiego in Spagna, la terza proviene dall’Argentina. Lavorano tutte e tre presso il locale “Las Novias Club”: un bordello sberluccicante – sorta di cattedrale in mezzo al deserto – gestito dal perfido Romeo (Asier Etxeandia), da poco vedovo. Quando le tre amiche/colleghe credono di aver ucciso “accidentalmente” il loro pappone non possono fare altro che scappare. Ma lasciare l’isola non sarà per niente facile.

Può il ritmo del racconto, da solo, decretare la riuscita o meno di un film o una serie tv? Sfortunatamente per Álex Pina e i suoi collaboratori no. Eppure è proprio sulla cadenza narrativa che hanno puntato (quasi) tutto i creatori di Sky Rojo. Il motivo è presto detto: trascinare lo spettatore in una corsa a perdifiato in bilico tra la vita e la morte. Inseguite da due scagnozzi di Romeo – che chiaramente non è morto -, le tre donne si troveranno catapultate in un’avventura la cui unica missione è rimanere in vita ad ogni costo. Funzionale allo scopo è sicuramente la relativamente breve durata di ogni singola puntata – poco meno di mezz’ora -, che costringe gli autori a lavorare di sottrazione e a non perdere mai di vista le tre protagoniste (non correndo così il rischio di fastidiose divagazioni).

Il problema, però, è che non si riesce mai ad essere coinvolti nella vicenda. E pensare che la storia è persino raccontata attraverso il punto di vista delle protagoniste, con Coral che assurge al ruolo di voce narrante. Eppure, Sky Rojo sembra più impegnato a sorprendere lo spettatore con trovate di vario tipo, gusto ed efficacia. Che poi, di cosa dovremmo sorprenderci? Dei corpi nudi in bella vista? Dei (non espliciti) rapporti sessuali? Del linguaggio “scurrile” delle prostitute, dei clienti e dei magnaccia? Della violenza esibita, a tratti anche un po’ splatter (con tanto di seno trafitto da una penna stilografica)? Oppure delle descrizione di un sottobosco umano che scarica la propria frustrazione fornicando (come nel caso del veterinario sposato o del timido responsabile di un albergo)? Tutto già visto e rivisto.

E a nulla serve cercare ogni tanto di inframezzare le sequenze d’azione con momenti (che vorrebbero essere) malinconici, attraverso i quali dare una dimensione psicologica ai personaggi. Tutti (buoni o cattivi) sono, come di consuetudine, costretti a fare i conti con un destino crudele: chi ha perso un’amore, chi è stata venduta dalla famiglia, chi ha la madre malata, ecc. Ma nessun personaggio risulta davvero credibile. Tutti estremizzati, eccessivi, schematici. Per non parlare della miriade di assurdità narrative che già nei primi quattro episodi mettono a dura prova lo spettatore: vedere per credere la scena in cui le tre donne trovano rifugio di un negozio d’arredamento e, con sprezzo di qualsivoglia attendibilità, usano la cucina con tanto di impianto a gas!

Si tratta, a ben vedere, di ingenuità narrative già riscontrabili in La casa di carta fin dalla prima stagione (impossibile dimenticare la celebre sequenza dell’identikit del Professore); il che testimonia una recidività allarmante negli autori. Nel caso della celebre serie con protagonista Alvaro Morte, però, da spettatori si arrivava persino a chiudere due occhi spinti dall’empatia nei confronti dei personaggi. In Sky Rojo però non si riesce ad essere così accondiscendenti. Sarà perché ci si sente respinti dalla serie, troppo preoccupata a crogiolarsi nel suo narcisismo (così come i suoi autori) da imbastire un dialogo fruttuoso con lo spettatore, impossibilitato così ad entrare in sintonia con storia e personaggi.

Guarda il trailer ufficiale Sky Rojo

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Sky Rojo sembra più impegnato a sorprendere lo spettatore con trovate di vario tipo, gusto ed efficacia. Che poi, di cosa dovremmo sorprenderci? Dei corpi nudi in bella vista? Dei (non espliciti) rapporti sessuali? Della violenza esibita, a tratti anche un po' splatter? Oppure delle descrizione di un sottobosco umano che scarica la propria frustrazione fornicando (come nel caso del veterinario sposato o del timido responsabile di un albergo)? Tutto già visto e rivisto.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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