La seconda stagione di Silo si concludeva con un doppio cliffhanger non di poco conto: da un lato il sindaco Holland e Juliette Nichols (i bravissimi Tim Robbins e Rebecca Ferguson) ritrovatisi nel silo 17 e a rischio di incenerimento; dall’altro un flashback di oltre trecento anni in cui Daniel, un deputato del Congresso, si incontra in un pub con una giornalista, Helen, per parlare di una presunta bomba iraniana che minaccerebbe la capitale degli Stati Uniti. Si tratta della prima incursione in uno scenario esterno ai due silo 17 e 18 protagonisti della prima e della seconda stagione di questa eccellente serie fantascientifica creata nel 2023 da Graham Yost sulla base dell’omonima serie di romanzi di Hugh Howey, prodotta da Mímir Films, Nemo Films e AMC Studios e distribuita da Apple TV.
Questo cambio di scenario sembrava preannunciare l’intenzione di approfondire la backstory dietro la nascita dei silo, enormi strutture sotterranee di oltre 140 piani dentro cui l’umanità si è rifugiata dopo una terribile catastrofe. Una promessa che, incredibilmente, è stata mantenuta. Forse per via del rinnovo annunciato di una sola altra stagione (la quarta), forse perché già pianificato in origine dagli sceneggiatori; sta di fatto che, finalmente, anziché approdare a una conclusione elusiva e vaga, ci si addentra finalmente in alcuni misteri finora mai chiariti.
Dentro il silo, fuori dal silo
Sin dal primo episodio di questa stagione si intuiscono due dei principali elementi che la contraddistinguono, tra loro correlati: un valore produttivo ancora più alto delle precedenti e un netto cambio di marcia da un punto di vista narrativo. Così come nella seconda stagione gli episodi si dividevano tra avvenimenti ora del silo 17 ora del silo 18, stavolta la divisione è tra linea temporale del presente – gli avvenimenti che vedono coinvolti Juliette Nichols – e quelli che riguardano, nel passato, Daniel Keener (Ashley Zukerman) e Helen Drew (Jessica Henwick). Gli scenari sotterranei e claustrofobici dei silo cedono dunque il passo a quelli aperti e luminosi di Washington, mantenendo in entrambi i casi i toni del thriller. Una scelta, quella di alternare passato e presente, assolutamente vincente.
La seconda stagione, infatti, si era decisamente troppo avviluppata su se stessa, con lunghi episodi scanditi da una scarsa densità di avvenimenti; certamente interessante assistere alla prodezze in solitaria della Nichols, ma una terza stagione così sarebbe risultata insostenibile. Il cambio di tempo/scenario e il conseguente aumento dei protagonisti ha comportato, come si diceva, un aumento del valore produttivo della serie, visibilissimo soprattutto verso la fine della stagione: più attori, più location, più mezzi, più effetti speciali. Un salto in avanti compiuto senza sacrificare la qualità, tecnica e artistica, perfettamente in linea con le precedenti due stagioni e sempre molto alta.
Questa suddivisione ha incredibilmente giovato al ritmo dei singoli episodi mentre in termini complessivi la stagione ha qualche problema in più: almeno un paio di puntate (la 6 e la 7 tra le principali indiziate) risultano quasi prive di avvenimenti, mentre altre (la 8 su tutte) risultano fin troppo veloci nell’andamento e soprattutto nell’interazione tra i personaggi. Di contro, gli episodi 9 e 10 sono probabilmente i migliori mai realizzati in termini di spettacolarità e appagamento per gli appassionati di fantascienza. Nel complesso, se la produzione avesse deciso di realizzare otto episodi anziché dieci, con una migliore suddivisione interna degli avvenimenti, la stagione ne avrebbe senz’altro giovato.

Memoria, famiglia e utopia
Questi i tre temi principali attorno a cui ruota l’intera stagione, approfonditi con dovizia e intelligenza da una sceneggiatura che, pur indulgendo talvolta in eccessive lungaggini, ha il pregio di sviluppare in modo inaspettato e abbastanza coerente alcuni personaggi, facendogli cambiare completamente rotta (no spoiler!) o dandogli molta più rilevanza che in passato, come accade per Camille Sims (Alexandria Riley), quasi co-protagonista di questa stagione assieme a Juliette Nichols.
La memoria è il cardine di questa terza stagione di Silo: la perdono Juliette Nichols e la sorella soldato di Daniel Keener, e rischiano di perderla tutti gli abitanti del silo 17 al fine di preservarne la sopravvivenza. Se nelle precedenti due stagioni il passato era una terra straniera, qualcosa di misterioso e sconosciuto, esotico e perduto, adesso diventa il terreno di una vera e propria battaglia. Il recupero dei ricordi diventa fondamentale per la sopravvivenza della stessa identità umana, una riflessione che verrà in particolar modo incarnata dal personaggio del giudice Robert Sims (Common). Se non ricordiamo cosa abbiamo fatto in passato, chi siamo stati, possiamo ancora definirci noi stessi? O siamo altro? Un interrogativo, questo, che viene rilanciato in modo magnifico e inaspettato nel finale di stagione.
Altrettanto importante è il tema della famiglia: famiglia di sangue dentro cui covano tradimenti, sospetti, incomprensioni ma anche legami in grado di sopravvivere all’oblio; famiglia scelta, quella degli amici, delle persone che condividono una battaglia e sono pronte al sacrificio. All’interno di un mondo sotterraneo, dove i consueti riferimenti spaziotemporali smettono di essere, dove la legge è quella imposta da non si sa chi centinaia di anni fa, la struttura sociale, mostra Silo, si decostruisce per naturalmente ricostruirsi attorno al nucleo primigenio della famiglia, sia essa composta da due o da dieci persone. È da questo nucleo, dai suoi sentimenti, dalla sua intrinseca e inalienabile umanità, che nasce la ribellione, asse portante dell’intera serie.
Infine l’utopia. Un tema introdotto per la prima volta in questa stagione e che potrà essere valutato appieno solo dopo la quarta. L’utopia è chiaramente quella di chi ha costruito enormi strutture sotterranee supponendo che l’essere umano sarebbe stato in grado di viverci dentro per centinaia di anni. Lungimiranza o follia? Progresso tecnologico o atto contro natura? Per la prima volta lo spettatore può confrontarsi con gli artefici della costruzione dei silo, terribilmente simili a noti personaggi della Silicon Valley americana. In questo la serie si raccorda perfettamente con l’attualità di quel mondo, tra droni, intelligenza artificiale, ossessione per il controllo e la vita eterna, fanatismo e fobia dell’apocalisse, tratteggiandone un lucido affresco che ancora non è dato sapere dove porterà.


