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Silo Stagione 2, recensione della serie Apple TV+ con Rebecca Ferguson

Arriva la seconda stagione di Silo, la serie basata sui romanzi post-apocalittici di Hugh Howey, con protagonista Rebecca Ferguson. Disponibile dal 15 novembre su Apple TV+.

La seconda stagione di Silo comincia esattamente dove si conclude la prima, con l’ex-sceriffo Juliette Nichols (Rebecca Ferguson) che, rea di aver sfidato l’ordine precostituito, viene esiliata al di fuori della struttura dove è vissuta sin da bambina, avventurandosi in uno scenario post-apocalittico al quale, fino a quel momento, nessuno è mai sopravvissuto.

Il motore principale della prima stagione – cosa ci sarà fuori dal Silo? La Terra è veramente una landa desolata e invivibile o qualcuno cerca di ingannare la popolazione, tenendola prigioniera? – viene finalmente affrontato, con un interessante ribaltamento di prospettiva che a sua volta apre nuovi scenari e interrogativi. Il pianeta, si, è ancora inospitale e l’aria letale, ma questa non è la sola sorpresa che attende la Nichols: davanti a lei, infatti, si stagliano decine di accessi ad altrettanti silo, con potenzialmente migliaia di altre persone scampate alla catastrofe. E qui la prima grande novità di questa stagione: la narrazione si divide in due linee parallele.

Da una parte le vicende che si svolgono nel “silo 1”, dove l’assenza della Nichols ha provocato un vero e proprio terremoto, costringendo il sindaco Bernard Holland (Tim Robbins) a una serie di bugie che innescheranno un vasto movimento ribelle; dall’altra il percorso che vede protagonista Juliette, costretta a rifugiarsi nel “silo 2”, in totale stato di abbandono a causa di una pregressa insurrezione, conclusasi in tragedia. Già da questa estrema sintesi si capisce come le premesse del secondo atto del riuscito adattamento seriale dei romanzi di Hugh Howey firmato Graham Yost abbia tutti gli ingredienti giusti per innescare la curiosità dello spettatore.

Rivolta e solitudine

L’idea di una narrazione in parallelo, per quanto rischiosa, si dimostra nelle prime puntate vincente, soprattutto perché consente di delineare due scenari dotati di innegabili elementi di interesse. Nel primo silo, che nel corso della precedente stagione era stato teatro noir dell’indagine della Nichols, va in scena una ribellione di tutto rispetto: omicidi, inganni, militarizzazione, resistenza armata, intrighi di potere, spie, interrogatori e guerriglia rendono incandescente le vicende di molti dei personaggi già conosciuti, chiamati ora a schierarsi con o contro il sindaco Holland, perno fondamentale di questa linea narrativa.

Attorno a lui, infatti, lo spettatore vede muoversi varie contrapposizioni, interessanti perché molto attuali: mantenimento dello status quo o ribellione? Colossali bugie a fin di bene (la sopravvivenza della popolazione) o una verità amara e le sue potenziali drammatiche conseguenze? Per citare Matrix: pillola rossa o pillola blu? Mentre nel primo silo ci si interroga su etica e attivismo, nel secondo l’ambientazione è completamente diversa. La Nichols, travolta dai sensi di colpa, cerca disperatamente di tornare indietro per avvisare tutti del fatto che il mondo sia ancora inabitabile – peccato che non abbia una tuta in grado di salvarla da morte certa nel passaggio da un silo all’altro!

Inizia così una disperata ricerca dei mezzi necessari a uscire nuovamente all’esterno, alla quale si unisce il personaggio rivelazione di questa stagione: Solo (un bravo e indovinato Steve Zahn). Protagonista di questa linea narrativa è la solitudine, l’incubo di vivere in un mondo che ha subito una doppia apocalisse, in cui gli oggetti del nostro presente sono preziosi reperti archeologici di un’Arcadia irrecuperabile, il cui solo pensiero può avvelenare gli animi di una popolazione costretta a vivere sottoterra. Come sopravvivere a tutto ciò? A cosa ancorarsi? Due modelli contrapposti – l’energica forza di volontà della Nichols e la fragile sensibilità di Solo – si incontrano/scontano, delineando un duo improbabile e riuscito.

Uno standard produttivo superiore

Fin qui, tutto molto bene. I problemi di questa seconda stagione di Silo, infatti, iniziano proprio quando, svanito l’effetto sorpresa, si hanno ben chiari il terreno di gioco e le pedine. Da questo momento in poi, la serie entra letteralmente in letargo. Se nella prima stagione una certa lentezza era giustificabile dal dover raccontare un mondo intero, muovendosi verso quello che, chiaramente, sarebbe stato il cliffhanger finale, adesso che tutto è piuttosto definito un’accelerazione di ritmo e più carne a fuoco sarebbero stati auspicabili. Gli autori, invece, optano per il freno a mano e iniziano ad avviluppare le due storyline su se stesse, con interi episodi senza sviluppi degni di nota.

Da un lato c’è una rivoluzione che stenta a incendiarsi, con personaggi che continuano a muoversi come gamberi;  dall’altro il personaggio di Juliette Nichols, che pare imprigionato in un quadro di Tomb Raider: corre, salta, nuota, costruisce cose e va alla ricerca di chiavi e oggetti, risolve enigmi ma, inspiegabilmente, è sempre al punto di partenza… Se questo andamento compassato fosse stato un espediente per entrare più a fondo nella psicologia dei personaggi, delineando qualche backstory di rilievo, sarebbe stato apprezzabile; al contrario, diverse figure appaiono un po’ bidimensionali, con comportamenti spesso forzati, mentre alti risultano, per ora, sottoutilizzati (uno su tutti: il dottor Pete Nichols, interpretato da Iain Glen). Perché qualcosa finalmente cominci a muoversi, bisogna attendere gli episodi 7 e 9; in quest’ultimo, in particolar modo – l’ultimo che abbiamo avuto modo di vedere in anteprima -, va delineandosi una nuova direzione narrativa interessante ma che a molti farà storcere il naso…

Lo scorso aprile Rebecca Ferguson ha dichiarato che sono in cantiere altre due stagioni, girate contemporaneamente e che dovrebbero concludere la serie; è forse questa prospettiva ad aver spinto la produzione a indugiare sull’andamento di questo secondo ciclo, cui peraltro avrebbe giovato moltissimo avere un minor numero di episodi. Ciò detto, lo standard produttivo di Silo resta di gran lunga superiore a quello della maggior parte delle serie tv di ambientazione fantascientifica o distopica, con un lavoro encomiabile su scenografie e fotografia. Il look tra lo steampunk e il vintage che aveva caratterizzato la messa in scena della prima stagione questa volta cede spesso il passo ad ambientazioni totalmente post-apocalittiche, tra le quali spiccano quelle subacquee e la camera di controllo di Solo.

Essendo interamente ambientata in interni, peraltro scarsamente illuminati, la fotografia può dirsi autentica co-protagonista di Silo: densa, precisa, avvolgente, è suo il merito di creare le condizioni ideali per la giusta atmosfera di suspence e tensione. Ineccepibili, sul fronte del cast, Rebecca Ferguson, Tim Robbins, Harriet Walter e, come anticipato, Steve Zahn, il cui personaggio è uno dei maggiori motivi di interesse di questa stagione. Puntuale e accomodante la musica di Atli Örvarsson.

Guarda il trailer ufficiale di Silo S2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La seconda stagione di Silo mantiene alta la qualità produttiva con un cast artistico e tecnico di tutto rispetto, al servizio di una storia che presenta diversi punti di interesse, soprattutto sul fronte delle ambientazioni. Lascia un po’ l’amaro in bocca l’andamento compassato, che centellina gli avvenimenti degni di nota e fa girare a vuoto i personaggi, in vista di una qualche rivelazione che non è detto sortisca l’effetto sperato.

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