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Silo, recensione della serie Apple TV+ con Rebecca Ferguson

La recensione di Silo, la nuova serie di Apple TV+ basata sui romanzi distopici di Hugh Howey, con protagonista Rebecca Ferguson. Disponibile dal 5 maggio.

Ad Apple la fantascienza piace proprio: è diverso tempo, infatti, che il servizio streaming della mela sforna ottimi prodotti seriali sci-fi, caratterizzati da impegno, budget e originalità superiori alla media di prodotti analoghi realizzati da altre piattaforme. Sul tavolo, finora, ci sono state serie brillanti sulla carta ma riuscite così così – Amazing Stories (2020), Invasion (2021), Hello Tomorrow! (2023) – eccellenti e ambiziosi esperimenti – See (2019), Dr. Brain (2021), Fondazione (2021)  – e un piccolo capolavoro – Scissione (2022).

Adesso Apple TV+ ci riprova, lanciando Silo, nuova serie post-apocalittica ispirata agli omonimi romanzi di Hugh Howey, guidata da uno showrunner di rodata esperienza, lo sceneggiatore canadese Graham Yost (vincitore di diversi Emmy, autore di Speed, produttore esecutivo di The Americans) e diretta/prodotta da un valido regista, il norvegese Morten Tyldum (noto per The Imitation Game e Passengers). Risultato? La prima stagione di Silo sbaraglia la concorrenza e si colloca nella fascia alta dei prodotti di Apple; non solo eccelle in tutti i comparti artistici e tecnici, ma sfodera sin da subito una qualità di scrittura e un’abilità nella messa in scena che evidenziano la volontà di intercettare un pubblico esigente e appassionato.

Non c’è niente in Silo che non sia già stato visto in tanta buona fantascienza contemporanea (i riferimenti, davvero, si sprecano, da THX 1138 (1971) a Ember (2008), da The Truman Show (1999) a Brazil (1985), da Matrix Reloaded (2003) a Black Mirror); ma, anziché saccheggiare un immaginario copioso e puntare tutto sulla paranoia dell’inganno, come lascerebbero intendere le prime due puntate, Silo cambia bruscamente rotta e si trasforma in un eccellente noir al cui interno c’è tanto spazio per le inquietudini del mondo di oggi.

L’avvio della serie punta sul tema più pop di tutti, quello che caratterizza sempre più il nostro millennio: l’artificiosità della realtà in cui viviamo. Prima Platone con la sua caverna, molti secoli dopo Philip K. Dick e George Orwell con i loro incubi distopici, e in mezzo centinaia di filosofi, scrittori e scienziati, tutti alle prese con un dubbio spesso tramutatosi in paranoia: e se il mondo che vediamo fosse una finzione? Se fossimo tutti controllati? Ci sarebbe ancora posto per il libero arbitrio?

Dubbi che i totalitarismi prima e la guerra fredda poi hanno amplificato a dismisura, portati a un nuovo livello con l’avvento dell’era digitale e delle simulazioni virtuali. Come si distingue la verità se gli strumenti cognitivi che abbiamo a disposizione sono inefficaci? Un dubbio particolarmente annoso se la società di cui parliamo, quella di Silo, vive da oltre 120 anni senza tener traccia del proprio passato, auto-esiliatasi sottoterra a causa di una terribile catastrofe che ha reso la Terra inabitabile.

Una serie che riesce a ritagliarsi un suo spazio

Un piccolo esperimento sociale, potremmo definirlo, quello di 10.000 esseri umani che per sopravvivere hanno ricreato il mondo in un gigantesco cilindro di oltre 100 piani, e si sono più o meno consapevolmente dati regole non scritte: dimenticare il doloroso passato cancellando qualsiasi suo residuo, libri in primis; limitare il futuro con un (imparziale e discriminatorio, come si vedrà) controllo delle nascite; attendere pazientemente il giorno in cui la Terra tornerà a essere vivibile, se mai arriverà.

In quest’ultimo punto risiede una delle più interessanti novità di Silo: il desolante scenario di un mondo devastato non è, come in casi analoghi, celato alla vista, ma visibile a tutti: un enorme finestrone nella mensa mostra il deserto che chi sceglie l’esilio si troverà ad affrontare uscendo (per mai più rientrare) dal silo. Ma è la verità? Il mondo è davvero inabitabile? O quella finestra – che ci riporta direttamente ai nostri quotidiani schermi di TV, PC e smartphone – mente?

Ecco dunque comparire il “deus ex machina” alla base della serie: la curiosità. La popolazione del silo si divide in due categorie: chi sospetta e chi no, chi è felice dentro “la matrice” e chi percepisce che qualcosa non va, chi va alla ricerca della verità e chi si ferma a quello che gli mostrano i propri occhi, chi vuole evadere da una artefatta vita di routine (si pensi a Matrix Resurrections) e chi vuole proteggere lo status quo, chi ha sete di conoscenza e chi la teme. Da questo contrasto si dipana la narrazione di Silo, che a partire dalla quarta puntata – dopo un terzo episodio memorabile, forse l’apice dell’intera prima stagione – diventa una lunga indagine per scoprire la verità.

Un percorso a ostacoli minato da una volontà avversa le cui motivazioni restano oscure, attraverso il quale l’ingegnera Juliette Nichols (una bravissima Rebecca Ferguson), promossa sceriffo, dovrà districarsi, ripercorrendo parallelamente il proprio passato. Le dieci puntate forniscono tutto il tempo necessario all’esplorazione non solo della vita della protagonista ma anche dei rapporti tra diversi personaggi, ben scritti e ancor meglio interpretati: su tutti vanno segnalati Tim Robbins, un enigmatico responsabile del settore IT, Will Patton, burbero vice sceriffo segnato dal tempo, Geraldine James, inossidabile e affasciante sindaco, e Harriet Walter, riparatrice di oggetti e mentore dello sceriffo.

Parte della riuscita dei personaggi è dovuta anche al loro muoversi all’interno di un contesto credibile: un mondo che piacerebbe a Del Toro, sporco e vissuto, brulicante e rumoroso, fatto di meccanismi e polvere, ferraglia e fumo, un futuro retrò che quando non richiama un certo tipo di fantascienza molto poco laccata, si immerge nelle atmosfere del noir: gli uffici dal sapore anni Cinquanta, la fotografia densa e ricca di chiaroscuri, i vicoli minacciosi e gli appartamenti in serie richiamano subito la metropoli di Rick Dekart, altro investigatore sulle tracce della verità.

L’attenzione al design, ai costumi, alla luce, dà consistenza e credibilità a un mondo che altrimenti, vista la ripetitività dei vari ambienti, avrebbe appiattito molto il piacere della visione. E a rendere tutto meno statico ci pensano anche i molti flashback, mai gratuiti, che uniti a una grande attenzione ai personaggi femminili, solitamente poco o nulla trattati in prodotti del genere, rendono particolarmente godibile la fruizione della prima stagione, cui si perdonano volentieri un paio di puntate filler in cui accade poco o niente.

Pur non essendoci particolari cliffhanger, il desiderio di passare all’episodio successivo non viene dunque mai meno; verso la fine l’impianto narrativo trema un po’, per via di una certa reiterazione nei comportamenti della protagonista, ma lo stallo viene superato in fretta, anche grazie a un’ottima regia e un intelligente montaggio, coadiuvati dalle cupe e azzeccate sonorità dell’islandese Atli Örvarsson, che firma la colonna sonora. Non delude il finale, che mantenendosi fedele al realismo che contraddistingue tutti e dieci gli episodi, riserva comunque un colpo di scena che proietta verso una seconda, attesa stagione.

Guarda il trailer ufficiale di Silo

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Silo è senza dubbio tra le migliori e più interessanti serie del momento, che conferma l’attenzione dedicata da Apple TV+ al genere sci-fi e soprattutto alla scrittura di qualità. Pur attingendo da un immaginario post-apocalittico e di derivazione dickiana popolato da tantissimi film, alcuni dei quali memorabili, Silo riesce con destrezza a ritagliarsi un suo spazio, giocando con gli stili e imbastendo un’indagine dai toni noir appassionante e ben svolta. Intelligente, ben realizzato, con un cast in parte e una ricca messa in scena, saprà sorprendere e intrigare sia gli appassionati di thriller che i nostalgici della fantascienza hard-boiled.

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Silo è senza dubbio tra le migliori e più interessanti serie del momento, che conferma l’attenzione dedicata da Apple TV+ al genere sci-fi e soprattutto alla scrittura di qualità. Pur attingendo da un immaginario post-apocalittico e di derivazione dickiana popolato da tantissimi film, alcuni dei quali memorabili, Silo riesce con destrezza a ritagliarsi un suo spazio, giocando con gli stili e imbastendo un’indagine dai toni noir appassionante e ben svolta. Intelligente, ben realizzato, con un cast in parte e una ricca messa in scena, saprà sorprendere e intrigare sia gli appassionati di thriller che i nostalgici della fantascienza hard-boiled.Silo, recensione della serie Apple TV+ con Rebecca Ferguson