lunedì, Gennaio 25, 2021
Home Serie Tv Recensioni Serie Tv SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano, recensione della docuserie Netflix

SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, recensione della docuserie Netflix

La recensione della discussa docuserie Netflix SanPa - Luci e tenebre di San Patrignano. Disponibile in streaming.

È una serie complessa e, per certi versi, consapevolmente contraddittoria SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano (da ora in avanti, SanPa). La sua uscita su Netflix, lo scorso 30 dicembre, è avvenuta un po’ in sordina, ma con il passare dei giorni ha risvegliato ricordi, sensazioni, coscienze. Che cosa ha significato l’esperienza di San Patrignano, oggi conosciuto come uno dei principali centri di recupero di tossicodipendenti del paese? Che cosa è rimasto del sogno utopico del suo fondatore, Vincenzo Muccioli, e quali sono i lati oscuri che, dalla metà degli anni ’80 alla metà dei ’90, hanno fatto balzare questa ridente collina a pochi chilometri dalla riviera romagnola agli onori della cronaca?

È problematico riflettere su SanPa, perché è una docuserie realizzata con coscienza. Ambigua, come ambigue sono le opere di questo tipo. Parziale, come tutte le inchieste sono “condannate” irrimediabilmente ad essere; anche se magari si parte con l’intento di raccontare tutto, naturalmente con la massima obiettività. Impresa pressoché impossibile, perché un punto di vista bisogna pure assumerlo. Troppo di parte, secondo qualcuno; impegnata sopratutto a demolire la figura di Muccioli, a mettere in evidenza gli aspetti negativi dell’uomo e di quella che sarà la sua creatura. Al contrario, secondo altri, veritiera nel mostrare quanto i media nel corso degli anni spesso hanno taciuto, pur avendo puntato le loro videocamere e i loro microfoni verso la comunità fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1978.

Violenze, soprusi, un clima da «Gestapo» come lo definisce Fabio Cantelli, ex ospite della comunità, invitato a raccontare la sua esperienza. Eppure, a visione ultimata, è difficile ammettere che la serie sia effettivamente di parte. «Non reca alcun servizio a San Patrignano e alla sua causa», è stato detto dagli attuali vertici del centro. Francamente, è il minimo sindacale per un’opera di questo genere, che vuole per prima cosa cercare di essere onesta intellettualmente. I santini dovrebbero essere banditi, e solitamente quando vengono realizzati/commissionati (sovente con i capitali di chi vuole essere santificato) risultano posticci e (loro per davvero) poco credibili.

Ciò che sconcerta, dell’accanimento verso SanPa, è soprattutto la cecità di coloro che hanno criticato in maniera distruttiva la serie. Che non sia un’opera accomodante è sotto gli occhi di tutti. Che voglia per forza di cose pilotare il giudizio degli spettatori sui fatti che racconta è, invece, tutto da dimostrare. Si può non essere convinti di alcune tesi sostenute – e se ne ha tutto il diritto -, ma la docuserie ideata da Gianluca Neri e diretta da Cosima Spencer è lungi dal voler proporre una visione univoca di San Patrignano. E forse è proprio questo a spaventare i suoi detrattori. Il doversi confrontare con un’esperienza che ha dato certamente i suoi frutti – e la comunità è ancora lì a dimostrarlo -, che è probabilmente nata da ideali positivi e, per certi versi, persino utopici, ma che dietro il suo volto più accomodante ha nascosto la proverbiale “altra faccia della medaglia”. Una natura dicotomica, come d’altronde quella del suo fondatore, che induce lo spettatore a porsi una domanda all’apparenza banale, ma in realtà capace di generare una voragine morale profondissima (e forse difficilmente risanabile): il fine giustifica davvero i mezzi?

Un concetto vagamente machiavellico che Vincenzo Muccioli ha, di fatto, difeso strenuamente per tutta la sua vita. Non lo dice SanPa, lo dicono i filmati dell’epoca: le dichiarazioni ufficiali e quelle non ufficiali. San Patrignano fu creata a immagine e somiglianza del suo “messia”, che ben prestò si trasformò in un Padre padrone la cui missione – salvare i propri figli putativi – prevaricò evidentemente sul rapporto con i figli stessi. «Per lui ogni persona che andava via era un fallimento», sostiene ancora Cantelli, evidenziando come il rapporto tra Muccioli e la sua creatura divenne, via via, sempre più indissolubile, quasi morboso; come se il destino dell’uno e dell’altra fosse inevitabilmente connesso.

La docuserie rilegge l’esperienza della comunità dall’anno della sua fondazione alla morte di Muccioli, avvenuta nel 1995. Una segmentazione che rappresenta anche un itinerario a tappe, finalizzato a mostrare le varie fasi vissute dalla comunità: Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta. Manca forse la rinascita, ma a ben vedere quella è davanti agli occhi di tutti noi.

Si commetterebbe però un errore a ritenere SanPa solo un documentario su San Patrignano e sul suo eccentrico fondatore. La docuserie di Gianluca Neri è anche uno spaccato impietoso di quasi vent’anni di storia italiana. È la condanna di un sistema politico e sociale talmente inabile a leggere la realtà da essere colto impreparato di fronte al boom delle droghe negli anni ’70. In fin dei conti, San Patrignano nasce proprio per questo; o meglio, a causa di questo. Di fronte a uno Stato non solo incapace di arginare il problema, ma anche incapace a comprenderlo fino in fondo, fu l’attività dei privati a dare una prima scossa al sistema. Il legame di San Patrignano e dello stesso Muccioli con la politica del tempo e con alcuni abbienti finanziatori (in primis Gian Marco e Letizia Moratti, la cui vicinanza alla comunità non è stata mai del tutto chiarita) è emblema del rapporto privilegiato con le istituzioni e quello che, superficialmente, potremmo definire il “potere”.

Poi, naturalmente, ci sono i fatti di cronaca. La crescita esponenziale degli ospiti, l’ascesa mediatica di Muccioli, l’avvento della piaga dell’AIDS, i dubbi circa i metodi utilizzati per sottrarre i ragazzi al baratro della droga (incatenamenti, reclusioni, pestaggi), suicidi sospetti ed infine una vera e propria esecuzione: quella di Roberto Maranzano. Senza contare altri aspetti mai veramente condannati dall’opinione pubblica, benché presenti all’interno della comunità: il sessismo, la violenza psicologica, la nascita di un vero e proprio regime di terrore. Quello che emerge è un quadro problematico. Le stesse dichiarazioni degli ex ospiti divengono, con il passare delle puntante, quasi schizofreniche. Specie per quanto riguarda la figura (che assume connotati quasi tragici) di Muccioli, di cui la serie offre un’immagine sfuggente e contraddittoria: da una parte innovatore, padre misericordioso, guida spirituale, santo, benefattore; dall’altra meschino criminale, approfittatore, dittatore, persecutore.

Per raccontare, come si evince anche dal sottotitolo, le luci e le ombre di San Patrignano, il documentario si affida – come detto – alla voce di coloro che vissero quell’esperienza in prima persona, tra la fine degli anni ’70 e i ’90. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di ex ospiti, ma  sono coinvolti anche giornalisti, medici, uomini di legge, politici, oltre naturalmente ai famigliari dello stesso Muccioli: il figlio Andrea, che guidò la comunità dalla morte del padre fino al 2011, e il fratello del fondatore, Pier Andrea (estraneo a San Patrignano). Una suddivisione tutto sommato equilibrata, tenuto conto – come hanno provvidenzialmente evidenziato gli autori a seguito delle polemiche scaturite dalla distribuzione della docuserie -, che sono state molte le persone contattate che si sono rifiutate di raccontare la loro verità (a onor del vero, alcune sono persino indicate in una didascalia posta a conclusione della quinta ed ultima puntata).

Traendo ispirazione da un format già utilizzato dalla stessa Netflix (basti pensare a Wild Wild Country e a Tiger King), SanPa si affida a uno stile tipico dell’inchiesta documentaria, concedendo grande spazio alle interviste dei testimoni, inframmezzandole con materiale dell’epoca (comparsate televisive di Muccioli, servizi tv, video amatoriali girati all’interno di San Patrignano). Documenti d’archivio che dialogano con le testimonianze raccolte nel presente e che contribuiscono a rendere maggiormente dinamica la narrazione. Unica pecca, la scelta di affidarsi anche a una terza tipologia di immagini che potremmo definire “simboliche”, utilizzate per potenziare determinati concetti (ad esempio, quando si parla, nella seconda puntata, degli ospiti incatenati, i racconti dei testimoni sono messi idealmente in scena attraverso riprese “spurie” di catene che penzolano, prigioni oscure, ecc.). Contrasti visivi che non aggiungono nulla al racconto, ma che al contrario tendono a spettacolarizzare eccessivamente la narrazione: forse un maldestro tentativo di rendere il prodotto il più attraente possibile per il grande pubblico.

E, alla fine della visione, che cosa rimane? Il giornalista Luciano Nigro, tra i cronisti che hanno raccontato “in diretta” l’esperienza di San Patrignano, dalla sua fondazione ai problemi giudiziari, nell’ultima puntata della docuserie afferma: «Non ho mai creduto a chi ne parlava troppo male, non ho mai creduto a chi ne parlava troppo bene». E forse è proprio in questa presa di posizione “democristiana” che risiede l’unica verità che si riesce a cogliere. Una prospettiva, attraverso la quale osservare gli eventi, che diviene anche una sorta di suggerimento metodologico: ascoltare tutti, concedere a tutti il beneficio del dubbio, non dare ragione (fino in fondo) a nessuno. Insomma, mantenere un certo distacco. Per quanto possibile.

SanPa non racconta una storia contraddistinta da eroi senza macchia e malefici antagonisti. Non ci sono, alla fine, né vinti da glorificare né sconfitti da commiserare. Ci sono i fatti, oltre naturalmente a coloro che sono riusciti a disintossicarsi: che ci piaccia o meno, anche grazie a Muccioli (indipendentemente dalla deriva che, a un certo punto, il suo progetto ha preso). Che la semina sia stata fruttuosa – San Patrignano continua ancora oggi ad esistere, facendo comunque del bene – non significa che non vi sia stato nella sua evoluzione un progressivo allontanamento dai precetti che probabilmente all’inizio ne avevano animato la nascita. Luci e tenebre, appunto. Magari è difficile farsene una ragione, abituati come siamo ad osservare la realtà in maniera confortante, senza sfumature e contraddizioni. Ma la nostra è solo una mera illusione. Forse è bene che impariamo a prenderne atto.

Guarda il trailer ufficiale di SanPa

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Traendo ispirazione da un format già utilizzato dalla stessa Netflix, SanPa si affida a uno stile tipico dell'inchiesta documentaria, concedendo grande spazio alle interviste dei testimoni, inframmezzandole con materiale dell'epoca. Documenti d'archivio che dialogano con le testimonianze raccolte nel presente e che contribuiscono a rendere maggiormente dinamica la narrazione.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più letti

- Advertisment -

Conosciamo il fastidio di veder apparire dei popup quando vorresti solo leggere una notizia, ma quello che stai vedendo è l’unico popup presente in tutto moviestruckers.it!

Per non vederlo più, considera la possibilità di disabilitare il tuo adblocker, aiutandoci così a coprire i costi di gestione di questo magazine.

Ecco ad esempio come fare se utilizzi “Adblock”:whitelist adblock

In cambio mostreremo pochi annunci e non invadenti: questo è il nostro patto con te!