venerdì, Giugno 25, 2021
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Ratched, recensione della serie Netflix con Sarah Paulson

A circa un anno esatto dal debutto di The Politician e a cinque mesi dall’uscita di Hollywood, ecco arrivare su Netflix una nuova serie partorita dall’immaginazione iperattiva di Ryan Murphy che, sulla scia dell’accordo siglato con il colosso dello streaming nel Febbraio del 2018, sforna un nuovo prodotto squisitamente pop avvalendosi della preziosa collaborazione di Evan Romansky. Dopo aver raccontato le luci e le ombre dell’era d’oro di Hollywood nella prima (e fino ad oggi unica) stagione di Feud, Murphy decide di ispirarsi ad uno dei film forse più acclamati della storia del cinema americano e di portare all’attenzione del suo pubblico uno dei personaggi femminili più iconici, tanto della letteratura quando del grande schermo: il film è Qualcuno volò sul nido del cuculo diretto da Miloš Forman nel 1975; il personaggio è invece quello dell’infermiera Mildred Ratched, che fece conquistare all’attrice Louise Fletcher l’Oscar come migliore attrice protagonista.

Naturalmente, più che ispirarsi al film di Forman entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo, Ratched – questo il titolo della serie, tanto semplice quanto evocativo -, è maggiormente ispirato al romanzo omonimo da cui venne tratto il capolavoro del 1975, pubblicato dallo scrittore statunitense Ken Kesey nel 1962, vero e proprio manifesto critico all’istituzione psichiatrica americana di quegli anni (come poi diventerà, di riflesso, anche l’adattamento cinematografico). Tuttavia, l’opera originale è per Murphy un mero pretesto, un’affascinante escamotage per costruire (e di conseguenza raccontare) una storia nuova di zecca tanto abile quanto astuta, facendo leva sull’immaginario collettivo e andando ad impreziosire di dettagli il background, le origini, di uno dei personaggi femminili più detestabili ma al tempo stesso carismatici che abbiano mai popolato il grande schermo.

Ratched – composta da 8 episodi della durata di circa 45/60 minuti ciascuno – è a tutti gli effetti un prequel tanto del romanzo di Kesey quanto del film di Forman, in cui Murphy e Romansky provano a raccontare la storia della donna Mildred e la conseguente nascita della “grande infermiera”. Se nei primi episodi è palese l’intento di voler provare a contestualizzare gli anni in cui sono ambientate le vicende – siamo nel 1947 – e a non distaccarsi troppo da quello spirito di denuncia intriso nel materiale originale (con diversi momenti particolarmente riusciti attraverso cui viene rappresentato il disagio presente negli ospedali psichiatrici e il trattamento inumano cui venivamo sottoposti, all’epoca, i pazienti delle strutture ospedaliere), a mano a mano che si entra nel vivo della serie e l’intreccio comincia a farsi sempre più intricato, il cuore pulsante della serie diventa a tutti gli effetti non soltanto Mildred, ma anche tutte le relazioni con gli altri personaggi che contribuiscono non soltanto a definire la sua personalità ma anche a rendere più chiara la sua “missione”.

Mildred si muove all’interno di un sistema fondato su metodi impositivi e punitivi che reprimono ogni forma di individualità e diversità, e in cui la paura dell’aggressività è alla base dell’atteggiamento discriminatorio nei confronti dei soggetti affetti da malattie mentali (o che all’epoca erano considerate tali). Il personaggio interpretato da Sarah Paulson – che figura anche in qualità di produttrice esecutiva – è quello di una donna piena di contraddizioni, che dietro ad un’apparente professionalità e compostezza, nasconde in realtà un animo fragile che emergerà a mano a mano che Mildred riuscirà ad infiltrarsi sempre di più all’interno delle dinamiche di potere della clinica psichiatrica Lucia, l’ospedale nella California del Nord in cui riesce a farsi assumere con l’intento di portare avanti una missione clandestina.

Se la Paulson, grazie al suo comprovato e sconfinato talento, è capace di giocare alla perfezione – attraverso innumerevoli espressioni – tanto con la temperanza quanto con la fragilità del suo personaggio, il cast di supporto aiuta certamente l’attrice a dare ancora più cognizione al passato della sua Mildred, che agli occhi dello spettatore appare come una vera e propria antieroina, verso cui è possibile provare contemporaneamente sia livore sia compassione. Al di là di Finn Wittrock (volto noto agli affezionati dell’universo televisivo di Murphy), è l’intero cast femminile a lasciare davvero il segno: Cynthia Nixon, Sophie Okonedo, Amanda Plummer e Sharon Stone si confermano ancora una volta interpreti sofisticate in grado di tratteggiare personaggi delicati, complessi e meschini, ma è sicuramente la splendida infermiera Betsy Bucket di Judy Davis – vero e proprio contraltare della figura di Mildred – ad alzare il livello recitativo dell’intero show e a regalare un ulteriore figura strabordante di difetti e di lati oscuri.

Mescolando il dramma alla suspense (che comunque si stempera a partire già dai primissimi episodi), Ratched è una serie che non aggiunge nulla di nuovo al linguaggio – sia visivo sia narrativo – a cui Ryan Murphy ci ha abituati nel corso della sua ormai sempre più copiosa attività. Se da un lato la serie utilizza alcune soluzioni che ben si sposano con la storia che Murphy e Romansky hanno scelto di raccontare (basti pensare all’uso quasi ossessivo dello split screen o all’impiego di una palette di colori quasi sempre vivaci e sgargianti), dall’altro la struttura del racconto non è sempre all’altezza delle aspettative, risultando sempre meno coesa ed intrigante a mano a mano che ci si avvicina al finale di stagione, che naturalmente anticipa già la possibilità di un secondo ciclo di episodi.

Guarda il trailer ufficiale di Ratched

Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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