venerdì, Marzo 5, 2021
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Raised by Wolves, recensione della serie di Ridley Scott

La recensione di Raised by Wolves, serie sci-fi prodotta e diretta da Ridley Scott. Dall'8 febbraio disponibile su Sky e NOW TV.

Difficile trovare un inizio di carriera più folgorante di quello di Ridley ScottI duellanti (1977), Alien (1979) e Blade Runner (1982). Tre capolavori che hanno segnato la storia del cinema; gli ultimi due hanno persino ispirato rispettivamente una saga e un sequel. Non che la filmografia di Scott si sia sempre mantenuta a quei livelli. Spesso è stata qualitativamente altalenante, come testimoniano le pellicole realizzate negli ultimi quindici anni: se American Gangster The Martian – Sopravvissuto ne avevano restituito una verve creativa notevole, opere al di sotto delle aspettative sono stati Tutti i soldi del mondo e soprattutto i due sciagurati prequel di Alien. Per quanto riguarda invece la serialità, ultimamente Scott si è distinto per aver prodotto opere interessanti quali la prima stagione di The Terror e il meno fortunato Taboo (con Tom Hardy). Adesso, con Raised by Wolves – Una nuova umanità, dall’8 febbraio disponibile su Sky Atlantic e NOW TV (di cui abbiamo visto i primi 6 episodi), si concede a più di ottant’anni (!) lo sfizio di esordire in qualità di regista anche sul piccolo schermo.

Il suo coinvolgimento nella serie ideata da Aaron Guzikowski (Prisoners di Denis Villeneuve) non stupisce più di tanto, dato che nell’opera distribuita negli Stati Uniti su HBO Max ritornano atmosfere e temi a lui prediletti. Innanzitutto, Raised by Wolves – Una nuova umanità rientra nell’alveo della fantascienza, genere di cui il regista britannico ha sovente subito il fascino, e che è riuscito anche ad alimentare attraverso i suoi film. Poi, ritorna il tema del futuro dell’umanità e – al contempo – delle sue origini. Già il dittico composto da Prometheus Alien: Covenant chiamava in causa i cosiddetti “ingegneri”: i presunti creatori della razza umana. Nella nuova serie però, più che di origine dell’umanità, si parla della sua sopravvivenza e della sua rinascita a seguito di una catastrofe bellica che ha dilaniato il pianeta Terra. E paradossalmente l’avvenire dell’uomo è nelle mani di due macchine, due novelli Adamo ed Eva cibernetici destinati a diventare i “progenitori” della nuova umanità.

Madre (Amanda Collin) e Padre (Abubakar Salim) sono due androidi che giungono sul disabitato pianeta Kepler-22 b, le cui caratteristiche lo rendono adatto allo sviluppo della vita. Sono fuggiti dalla Terra e trasportano un carico assai prezioso: embrioni umani. La popolazione mondiale è stata decimata da una guerra planetaria che ha visto contrapposte due fazioni – gli atei militanti e l’ordine religioso dei Mitraici (di derivazione cristiana) -, e il compito dei due automi è quello di dare una seconda possibilità alla razza umana. Così, i due genitori biomeccanici allevano 6 figli, dei quali però sopravviverà solo la piccola Campion (Winta McGrath). Ben presto, la singolare famiglia dovrà fare i conti non solo con feroci animali alieni, ma anche con un gruppo di Mitraici giunto anch’esso sul pianeta guidato dal misterioso Marcus (Travis Fimmel, già visto in Vikings), il quale nasconde più di un segreto.

Composta da 10 episodi, Raised by Wolves – Una nuova umanità è una serie più interessante a livello visivo che non narrativo. Chiamato a dirigere i primi due episodi per determinare lo stile del racconto, Scott propende per un’estetica suggestiva che esalta la sublime bellezza della location utilizzata per dare vita al pianeta Kepler-22 b: una landa desertica incastonata tra montagne sovrastate da minacciose nubi costantemente sospinte dai venti. A livello figurativo la serie mantiene alcuni elementi già ravvisabili nei recenti prequel di Alien, ma la spettacolarità viene smorzata per privilegiare una messa in scena più meditabonda, che evidenzia un legame più stretto con il cinema di fantascienza del passato che non con quello contemporaneo. La caratterizzazione dei due androidi, i loro abiti, il design delle astronavi rimandano infatti a quell’età dell’innocenza per il genere che furono gli anni ’50; anche se qualche elemento – specie nella caratterizzazione di Madre – ci riconduce fino alle origini del genere sci-fi: Metropolis di Fritz Lang.

Mentre le sequenze ambientate sulla terra – evocate tramite flashback – ci descrivono un mondo oscuro non dissimile rispetto a quello mostrato da James Cameron nei primi due film di Terminator. A questi aspetti si aggiunga la scelta – per certi versi innovativa – di raccontare una storia di rifondazione ambientata in una “preistoria futura”, dove i protagonisti – a Campion durante il corso della serie si affiancheranno altri giovani, ma non sveleremo in che modo e perché – sono educati dai genitori androidi a sopravvivere in una realtà ostile. Un pianeta che reca memoria di un tempo che fu – vengono rinvenuti enormi scheletri di sauri -, e che racchiude più di un mistero: che cosa sono quelle enormi e profonde voragini sferiche nel terreno? E ancora: le strane figure incappucciate che Padre e Madre vedono sono frutto della loro immaginazione, oppure vi è qualcun altro che popola il pianeta?

Peccato che le suggestioni visive non siano supportate a livello di sceneggiatura. Da un punto di vista narrativo, Raised by Wolves – Una nuova umanità sembra prima di tutto confuso su quale registro adottare: survival dramacoming of agesci-fi puro (tra il distopico e l’apocalittico)? Il racconto a volte si ingarbuglia, prende una direzione e poi, improvvisamente, torna sui propri passi o svolta in senso opposto. La carne al fuoco è molta; in certi momenti parrebbe persino troppa, perché oltretutto la narrazione non si limita a seguire l’educazione alla sopravvivenza dei giovani protagonisti, ma anche le disavventure della colonia di Mitraici decisa a muovere guerra contro gli androidi. Tra colpi di scena e flashback, la sceneggiatura sembra districarsi a fatica. E a volte l’andamento compassato della narrazione cede alla lentezza (mai estenuante comunque).

La sensazione è che, al di là dell’interessante spunto di partenza, Raised by Wolves – Una nuova umanità non riesca a svilupparsi in modo organico, risultando così eccessivamente frammentaria. Sovente gira a vuoto su se stessa, più preoccupata di dare indizi allo spettatore circa il contesto che non a far progredire la narrazione; procedendo, quindi, per accumulo. Sarà necessario vedere se effettivamente nella seconda ed ultima parte della serie tutti i nodi narrativi verranno sciolti (anche se l’annuncio di una seconda stagione fa presagire un finale aperto), e in che modo. Ad una visione parziale, però, i limiti dell’operazione se non superiori sembrano comunque fare pari con i pregi.

Guarda il trailer ufficiale di Raised by Wolves

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Composta da 10 episodi, Raised by Wolves - Una nuova umanità è una serie più interessante a livello visivo che non narrativo. Chiamato a dirigere i primi due episodi per determinare lo stile del racconto, Scott propende per un'estetica suggestiva che esalta la sublime bellezza della location utilizzata per dare vita al pianeta Kepler-22 b. Peccato che le suggestioni visive non siano supportate a livello di sceneggiatura.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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