Avere una voce riconoscibile e personale, capace di raccontare il presente filtrandolo attraverso la propria sensibilità; allo stesso tempo, gettare un occhio lucido e unico sulle idiosincrasie di quella stessa realtà di cui si fa parte, senza avere paura di mettersi in gioco o di esporsi troppo, diventando bersaglio delle critiche. Sono queste alcune delle caratteristiche imprescindibili che fanno di un autore un transfert dei propri tempi, simulacro che amplifica le coscienze collettive attraverso il racconto personale della propria esistenza che si trasforma in narrazione universale di volti, luoghi e in generale persone diversi tra loro.
Senza dubbio Zerocalcare rientra appieno in questa definizione, avendo dimostrando – con la sua produzione a fumetti, edita da Bao Publishing – la capacità di mostrare l’hic et nunc tramite la sue storie a fumetti, strisce via via sempre più lunghe, articolate e complesse fino a confluire nelle due serie d’animazione Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, prodotto Netflix in uscita sulla celebre piattaforma dal 9 giugno, per un totale di 6 episodi. A dare l’avvio agli eventi mostrati nella serie d’animazione, è il ritorno di un vecchio amico nel quartiere dopo diversi anni di assenza: Cesare fatica a riconoscere il mondo in cui è cresciuto. Zerocalcare vorrebbe fare qualcosa per lui ma si rende conto di non essere in grado di aiutarlo a sentirsi di nuovo a casa e a fare la scelta giusta per trovare il suo posto nel mondo.
Inizia così una particolare riflessione sulla difficoltà di rimanere se stessi in mezzo alle contraddizioni della vita, districandosi tra gli ostacoli che l’esistenza stessa pone lungo il cammino, tenendo sempre presente un solo mantra “questo mondo non mi renderà cattivo”, ovvero che anche nei momenti più difficili bisogna compiere la scelta giusta, senza sbagliare o rinnegare i propri ideali per togliersi dai guai. Zerocalcare ha il coraggio di rischiare, semplicemente mettendo in gioco se stesso senza sfumature o filtri: zero compromessi o auto-censure, con la sua semplicità e riuscito a diventare il simbolo di un’intera generazione – quella nata a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90 – incarnandone ansie, incertezze, dubbi ma anche semplici gioie e laconiche contraddizioni.
Michele Rech (vero nome del fumettista) ha creato un tratto e una firma talmente riconoscibili da trasformarsi in un marchio a sé, il simbolo di una nuova cronaca soprattutto della Roma attuale e delle sue molte facce, svelando – con umorismo – la realtà ben prestabilita di un microcosmo di quartiere che si apre all’universale, allo storytelling collettivo nel quale anche chi vive fuori dal raccordo (o lontano dall’Italia) può ritrovare un pizzico di se stesso nel fragile – e pittoresco – campionario di umanità disegnato da Rech.

Mescolare insieme relativo e collettivo
Strappare lungo i bordi, la sua opera prima (d’animazione), era stata quasi un esperimento, un azzardo che portava in scena luoghi, temi e personaggi cari ai lettori abituali che hanno imparato a conoscere il fumettista attraverso le sue opere: così lo stesso Zerocalcare, il Secco, Sarah, Lady Cocca e gli altri hanno preso vita balzando oltre i rigidi confini della gabbia e approdando sullo schermo, raccontando intimità e privato (talvolta scomodo e inconfessabile) di un’intera generazione.
Ma Questo mondo non mi renderà cattivo fa molto di più, valicando certi limiti formali, accollandosi le proprie responsabilità (tematiche) e mescolando insieme relativo e collettivo, racconto dei singoli e quello, macroscopico, di un intero quartiere che diventa il correlativo oggettivo ideale di un mondo pronto a risvegliarsi dal brusco sonno dell’adolescenza, entrando (con violenza e poco tatto) nell’età adulta caratterizzata dalla responsabilità. Con questa serie, Zerocalcare sancisce anche il suo stesso passaggio all’età adulta, come in una sorta di rito d’iniziazione sciamanico che lo vede protagonista.
Alza la posta in gioco, apre lo sguardo, sposta l’attenzione su tante voci diverse che, anche in cabina di doppiaggio, continua ad interpretare ma fino ad un certo punto, perché quando il point of view diventa palesemente esterno, ecco che anche il Secco, Sarah e tutti gli altri acquistano una voce specifica che non corrisponde a quella dello stesso Zero, infrangendo l’incanto di quel sogno lucido (e animato) nel quale tutto è possibile, anche effettuare spiegoni estemporanei, affrontare fisicamente le proprie paure e dialogare con una propria coscienza che somiglia ad un armadillo con la voce di Valerio Mastandrea.
E l’atipica quotidianità, eccentrica eppur così reale, raccontata si muove tra gli assi cartesiani infrangendo i confini dello spazio e, soprattutto, del tempo, che si snoda tra flashback e narrazione attuale, correndo lungo i fili sottili di una colonna sonora evocativa nella quale trovano spazio pezzi usciti tra gli anni ’80 e i 2000 (Oasis, Franz Ferdinand, The Cure, The Clash, Counting Crows, Max Pezzali solo per citarne alcuni) e le canzoni inedite di cantautori come Path o Giancane, con il quale il fumettista rinnova la sua collaborazione.
Zerocalcare è tornato, è cresciuto, e lascia che Michele Rech si metta in discussione in prima persona, sublimando attraverso l’arte la realtà, filtrandola con la sua immaginazione iperattiva ma sempre ancorata al presente, all’attualità che ci circonda, mai lontano dall’istante e dai luoghi che vive, ovvero quella Rebibbia vitale e pulsante disegnata dai chiaroscuri dell’oggi, tra integrazione e disoccupazione, accoglienza e difficoltà. Zerocalcare amplia la propria narrazione utilizzando tutto ciò che ha fatto finora (Strappare lungo i bordi inclusa) come un set-up utile per affrontare altro.
E sceglie di farlo senza perdere quella malinconia diffusa, quel tocco crepuscolare che tanto ha raccontato bene l’intimità inconfessabile di ogni spettatore, che si è ritrovato almeno una volta nelle sue parole o, semplicemente, nei suoi tratti nervosi e pop in bianco e nero, riconoscendosi come davanti allo specchio deformante di una vecchia attrazione da lunapark.
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