Ferzan Özpetek ossessionato dai pannelli solari; Paola Cortellesi Presidente della Repubblica; Geppi Cucciari con l’accento romano e Valerio Mastandrea con quello veneto; Sabrina Ferilli in un reality show in mezzo a boschi e punture di insetti. Queste sono solo alcune delle trovate più esilaranti che Emanuela Fanelli, insieme a Giulio Somazzi e Valerio Vestoso, ha inserito nella sua surreale nuova serie Peccato, la prima da lei ideata e presentata in anteprima – Fuori Concorso – alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, prima dell’arrivo su HBO Max il 2 ottobre.
2049. La carriera di Emanuela Fanelli, attrice e comica che dagli anni 2020 ha conosciuto un improvviso ed enorme successo, ha subito una brusca battuta d’arresto a seguito del coinvolgimento di un nefasto caso giudiziario. Ritiratasi da anni a vita privata in Val D’Aosta, regione nel frattempo passata nelle mani della Svizzera, viene rintracciata dal giornalista Malcom Pagani, che sta realizzando un documentario su di lei (anche se in realtà il suo sogno sarebbe farne uno su Elsa Morante e Alberto Moravia). Nel corso di sei puntate il documentario prende forma, svelando luci e ombre della vita dell’attrice.
Un mockumentary impeccabile
Ovviamente, tutto ciò è solo un simpatico “what if”, e Peccato altro non è che un mockumentary a puntate che ricostruisce una versione fittizia della vita della Fanelli dalla prima vittoria del David di Donatello (del 2023) in poi. E la prima cosa che stupisce della serie è proprio questa precisione maniacale nel riprodurre non solo le tipiche riprese rozze, caotiche e movimentate del documentario d’inchiesta, ma anche nel creare un finto archivio perfettamente credibile e nel rendere ogni aspetto del mondo dell’intrattenimento italiano assolutamente indistinguibile dalla realtà.
Che sia un’intervista da Fabio Fazio o da Caterina Balivo, un episodio di Striscia la notizia oppure un breve segmento nel teatro di Tintoria, la serie HBO Max riproduce i toni, i dialoghi, le atmosfere di quegli spazi mediatici in maniera così naturale che, anche se dietro c’è un copione (o quantomeno un canovaccio), non si avverte alcuna differenza con la realtà. Il che, già di per sé, è un aspetto da non sottovalutare.

Una serie piena di idee con un cast eccezionale
In effetti “naturalezza” è il termine che meglio si adatta all’approccio di scrittura adottato da Fanelli e soci: Peccato è scritta così bene che risulta naturalmente divertente per tutte le tre ore complessive (sono sei episodi da trenta minuti), senza calare mai di ritmo e generando gag a ruota libera, quasi senza sforzo. Il lavoro migliore, comunque, risiede nel processo di montaggio, che fa interagire gli intervistati tra loro anche se non si trovano nello stesso luogo e detta i tempi comici come un ulteriore e invisibile personaggio. In poche parole: siamo di fronte a un tripudio di idee una più brillante dell’altra, elevate da un cast eccezionale che non ha paura – nonostante tutti o quasi interpretino loro stessi – di mettersi in ridicolo.
Ciò vale in primis per Emanuela Fanelli, che qui si autodipinge come una donna non particolarmente dotata né intelligente, attaccata ai premi, al successo, al creare attorno a sé un’immagine pura e immacolata. È chiaro che tale descrizione non coincide con la persona reale, e fa parte di un gioco satirico sulle personalità dello spettacolo che si comportano allo stesso modo. Paradossalmente, più l’attrice prende in giro sé stessa più emerge tutto il suo talento e la serie ne guadagna.

Luci e ombre dello show business italiano
L’intera Peccato, a dire il vero, è un ritratto puntuale e lucido dello show business del nostro Paese: si critica innanzitutto la produzione cinematografica, che si ostina a battere sempre i soliti terreni e non finanzia progetti artisticamente validi (il secondo e il terzo episodio, con al centro le riprese di C’è ancora domani e la realizzazione una commedia romantica fittizia con Fanelli e Borghi protagonisti sono i migliori anche per questo); e ancora: il marketing fasullo e pomposo, la facilità dei personaggi pubblici di diventare preda di gogne mediatiche insensate, l’ossessione per i premi, i reality show, i programmi televisivi di bassa lega, le scuole di recitazione e… beh, un po’ di tutto, troppo per farne un elenco esaustivo in queste righe. Si tralasciano solo gli aspetti più oscuri, quelli che raccontava Paolo Sorrentino ne La grande bellezza, ma forse non era questa la sede giusta.
Insomma: se il lancio italiano di HBO Max era iniziato alla grande con il piccolo gioiello che si è rivelato essere Portobello, ora l’arrivo di Peccato come sorta di alternativa a Boris (e alla sua controparte americana The Studio) non fa che proseguire il trend positivo della piattaforma fino a qui. Sembra che anche la divisione italiana voglia tenere alto il nome del brand HBO, ormai conosciuto come l’emblema per antonomasia della televisione di qualità. Se questi sono i risultati, avanti il prossimo.


