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One Piece: Verso la Rotta Maggiore, recensione della seconda stagione del live action Netflix

Monkey D. Luffy e i suoi compagni tornano per nuove avventure nella seconda stagione del live action di One Piece. Dal 10 marzo su Netflix.

Meraviglia. Se c’è una parola che può definire il secondo ciclo di episodi del live action targato Netflix di One Piece, è questa. La parola chiave della prima stagione era il sogno, inteso come aspirazione bigger than life, dove l’incrollabile volontà di Monkey D. Luffy di diventare il re dei pirati si imponeva su qualsiasi ostacolo, e il suo inguaribile ottimismo travolgeva chiunque incontrasse.

Questa invece è la stagione della meraviglia, appunto, nel senso di stupore, di incredulità, di ammirazione verso qualcosa di straordinario e di mai visto prima. Che si tratti di animali preistorici, superpoteri anomali, luoghi-simbolo che hanno segnato la Storia, creature fantastiche o costumi stravaganti, non passa infatti episodio, in One Piece: Verso la Rotta Maggiore, in cui i personaggi non osservino l’orizzonte con occhi sgranati ed estasiati. 

Nuove isole, nuove avventure, maggiori ambizioni

Meraviglia è anche la sensazione che si prova guardando questa trasposizione del manga di Eiichiro Oda. Non tanto per la qualità intrinseca del prodotto, che continua a soffrire di innegabili problemi dovuti a una CGI non sempre convincente, a una messa in scena fin troppo televisiva e a una fotografia spesso posticcia (specialmente nelle scene diurne), quanto per l’audacia con cui gli showrunner Matt Owens e Joe Tracz riescono a dare vita alle pagine del fumetto, anche a quelle sulla carta “impossibili”. 

Prima del 2023 un adattamento simile sarebbe stato impensabile; ora, a scommessa ampiamente vinta (la popolarità della prima stagione lo dimostra), si trattava solo di confermare – e migliorare, dove possibile – quanto di buono fatto in precedenza, con la consapevolezza di avere maggiore libertà di manovra, in termini di ambizioni e rischi produttivi. Se la prima stagione vi era piaciuta mettetevi comodi, allora, perché questo è esattamente ciò che One Piece: Verso la Rotta Maggiore fa. 

Archiviata la questione Arlong e completata la ciurma dei Pirati di Cappello di Paglia, per Luffy (Iňaki Godoy), Nami (Emily Rudd), Zoro (Mackenyu), Usopp (Jacob Romero) e Sanji (Taz Skylar) – un cast corale sempre più affiatato – è tempo di salpare per la Rotta Maggiore, verso nuove isole e nuove avventure, alla ricerca del tesoro leggendario del defunto re dei pirati Gold Roger. Una volta oltrepassata la Linea Rossa, finiranno nel mirino della Baroque Works, un’organizzazione di assassini capitanata dal misterioso Mr. 0, ma continueranno a essere braccati anche dalla Marina: questa volta però  sulle loro tracce non c’è più il vice ammiraglio Garp (Vincent Reagan), ma il capitano Smoker (Callum Kerr), altrettanto determinato ad assicurarli alla giustizia. 

One Piece. Cr. Courtesy Of Netflix © 2025

Fedeltà e coerenza

La prima stagione era basata su una serie di archi narrativi brevi e a sé stanti, motivo per cui Owens (aiutato allora da Steven Maeda) aveva dovuto lavorare parecchio per trovare un filo conduttore che potesse unire le otto puntate e, allo stesso tempo, mantenere intatti i momenti chiave del manga: per questo erano state introdotte storyline parallele, come quella dedicata a Koby (Morgan Davies), mentre alcuni personaggi venivano tagliati o ridimensionati e diversi risvolti narrativi accelerati o approfonditi. Come risultato, One Piece era diventata in tutto e per tutto una serie moderna, dalla struttura meno episodica e ricca di cliffhanger.

Con Verso la Rotta Maggiore si entra nel vivo delle vicende di Luffy e dei suoi compagni, perciò anche il processo di adattamento ha vita più facile. Ecco perché, se da una parte Owens e Tracz continuano a smussare gli spigoli della trama con modifiche intelligenti e calcolate, per creare un tessuto narrativo più coerente, dall’altra ne approfittano per giocare in maniera sottile con la prospettiva di chi ha quasi trent’anni (e oltre cento volumi) di storia a cui attingere. Non è (solo) questione di strizzare l’occhio ai fan, ma proprio di ragionare in vista delle stagioni future, che auspicabilmente verranno realizzate, con buona pace dell’età degli attori che avanza.

One Piece. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

Abbracciare le assurdità del manga

Dove invece One Piece mantiene una fedeltà assoluta all’opera di Oda è nella sua cifra stilistica ed estetica, che abbraccia volontariamente tutte le assurdità e le stranezze del manga, anche a costo di risultare ridicolo. Come, d’altronde, ridicolo è anche il fumetto stesso. Tornano quindi le parrucche e i costumi farlocchi, le ambientazioni che non riescono a nascondere la loro natura di set cinematografici, le scene d’azione quasi del tutto prive di ogni pretesa di realismo, e un generale gusto per l’utilizzo di oggetti di scena ed effetti pratici. Il visibile aumento del budget permette inoltre di mettere in scena coreografie di combattimento più elaborate – una in particolare, con al centro Zoro, è mastodontica – e di dare vita a creature completamente in computer grafica che non stonano né con il setting, né quando interagiscono con attori in carne ed ossa.

Torna anche la recitazione esaltata del protagonista Iňaki Godoy, ancora una volta perfetto nell’incarnare il ruolo difficilissimo di un ragazzo che non prende niente sul serio, nemmeno la morte, se non quando si tratta di difendere i propri ideali. Di Monkey D. Luffy ne esiste solo uno, e proprio per questo l’abilità di Godoy sta nel fare da contraltare alle interpretazioni più “classiche” e naturali del resto delle sue co-star. Perfino i villain, come il Mr. 3 di David Dastmalchian – una delle migliori new entry insieme alla Miss All Sunday di Lera Abova, che ruba la scena ogni volta che appare – o il Buggy di Jeff Ward, nel loro estremo macchiettismo restano comunque nei ranghi della credibilità.  

One Piece. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

“Quando un uomo muore veramente?”

Del resto One Piece è innanzitutto il manga della risata, nel senso letterale del termine: ogni personaggio ne possiede una propria, personale e caratteristica, che in qualche modo finisce per definirne l’identità. Eppure, dietro alle forme esagerate dei corpi e alle gag slapstick che pervadono l’opera, si celano profondissimi sottotesti politici e sociali: in fondo, il protagonista non è altro che un giovane idealista che rivendica la propria libertà e affronta governi oppressivi, razzisti e dispotici. Non è un caso se la bandiera pirata con l’iconico cappello di paglia è diventata un simbolo di lotta contro dittature, soprusi e ingiustizie, né se nell’ultimo anno l’abbiamo vista spesso sventolare, anche in Italia, nelle manifestazioni collettive in piazza. 

One Piece è infatti anche il manga dei simboli, nel quale bandiere, cappelli, tatuaggi, armi e oggetti di ogni tipo assumono un’importanza vitale per i protagonisti e, spesso, sopravvivono alla loro morte, divenendo un lascito da tramandare. Owens e Maeda l’avevano già capito ai tempi della prima stagione, ma qui si fa un passo ulteriore, soprattutto nel settimo episodio, che finalmente riesce ad eguagliare le corde emotive e drammatiche toccate dalla penna di Oda. Era qualcosa che finora era mancato al live action, spesso meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere nei momenti in cui tentava di ricalcare al millimetro le vignette madri del fumetto. Se nel resto della stagione questo problema talvolta riemerge, la puntata dedicata al flashback di Chopper (Mikaela Hoover) al contrario risulta la migliore del lotto, anzi forse dell’intera serie, complice l’ottima interpretazione di Mark Harelik nei panni del Dr. Hiriluk.  

One Piece. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

E per il futuro?

Resta dunque un unico dubbio, legato al futuro dello show: con la terza stagione, già confermata e attualmente in produzione, non si arriverà a coprire nemmeno un quinto dell’imponente capolavoro di Oda, e l’impressione è che gli autori non rinunceranno tanto presto all’approccio di totale fedeltà adottato fino a questo momento, almeno non finché il mangaka rimarrà a supervisionare il progetto. 

D’altro canto, One Piece ha il potenziale per raggiungere proporzioni epiche – soprattutto in live action – e un successo mai visto prima sul piccolo schermo, il che si tradurrebbe in una longevità assicurata. Ma con i tempi ormai dilatatissimi delle produzioni televisive (tre anni tra una stagione e l’altra non sono pochi), la domanda è lecita: quanto ancora sarà davvero possibile continuare su questa strada? 

Guarda il trailer di One Piece: Verso la Rotta Maggiore

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Se la prima stagione vi era piaciuta, non rimarrete delusi da questi otto nuovi episodi del live action Netflix di One Piece, che al netto di intrinseci problemi di messa in scena, fotografia e CGI, continua ad fare proprie le assurdità e le stranezze del manga di Eiichiro Oda in maniera sempre più audace. Una trasposizione che si conferma divertente e ridicola nel miglior modo possibile e che riesce a giocare ancora meglio con la consapevolezza dei trent'anni di storia dell'opera originale.

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