martedì, Maggio 18, 2021
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Narciso Nero, recensione della miniserie con Gemma Arterton

La recensione di Narciso Nero, miniserie con protagonista Gemma Arterton. Disponibile su Star, all'interno di Disney +, dal 16 aprile.

Con Narciso Nero, miniserie in tre parti co-prodotta da BBC e FX, e disponibile su Star (all’interno di Disney+) dal prossimo 16 aprile, la regista Charlotte Bruus Christensen e la sceneggiatrice Amanda Coe si cimentano in quella che forse è l’impresa più complicata di tutte: restituire linfa vitale ad una storia già raccontata sul grande schermo (a sua volta adattamento di un romanzo di successo).

Una sfida particolarmente ostica, se si considera che il predecessore cinematografico di Narciso Nero è unanimemente considerato un cult (se non addirittura l’apripista di un filone assai particolare, che potremmo definire “erotico-misticheggiante”). La pellicola del 1947, diretta da Micheal Powell ed Emeric Pressburger, generò scalpore e indignazione nei più bacchettoni: se l’idea di incentrare il racconto sui turbamenti sessuali di un gruppo di suore anglicane è un azzardo oggi, figuriamoci negli anni Quaranta. Viene dunque spontaneo chiedersi: è possibile attualizzare con successo un’opera di rottura, evitando di banalizzare il materiale di partenza?

Un gruppo di cinque suore inglesi, guidato dalla madre superiora Clodagh (Gemma Arterton), viene inviato in una zona inospitale sui monti dell’Himalaya per costruire un convento, un ospedale e una scuola in lingua inglese all’interno di un gigantesco palazzo semi-abbandonato. Lo scopo è quello di educare e indottrinare la popolazione locale. Il Signor Dean (Alessandro Nivola) è il sovrintendente del generale che ha offerto l’edificio in dono all’ordine monacale, ed è scettico sulla riuscita della missione. Il triangolo amoroso tra l’affascinante e strafottente Signor Dean, la timida suor Ruth (Aisling Franciosi) e la risoluta suor Clodagh minerà i già fragili equilibri esistenti, portando infine alla luce gli istinti, a lungo sopiti, delle religiose.

Narciso Nero è un prodotto elegante e, a suo modo, affascinante. La vicenda in sé, infatti, incuriosisce sin dalle premesse ed è indubbio che la regista della miniserie abbia tentato di giocarsi al meglio le buone carte che aveva a disposizione. Prima tra tutte, la location: i paesaggi che vediamo sono reali. Così come i protagonisti devono adattarsi ad un clima rigido e glaciale, costretti a confrontarsi con una realtà esotica e aliena da sé, allo stesso modo lo spettatore viene coinvolto quasi fisicamente dalle immagini che si avvicendano sullo schermo: le riprese a picco, le montagne che si ergono in lontananza, l’atmosfera inquietante in cui è immerso il vecchio maniero, persino la realtà quotidiana in cui vivono gli abitanti del villaggio sono talmente lontani da noi da provocare un senso di attrazione e, insieme, di angosciante tensione.

Il cast, come da buona tradizione inglese, è impeccabile. In particolare, spicca la protagonista, Gemma Arterton, che, pur dovendosi confrontare con un mostro sacro (Suor Clodagh, nel 1947, era interpretata da Deborah Kerr), riesce con maestria ad appropriarsi del ruolo, rendendolo suo e trasformandolo così in qualcosa di inedito. Suor Clodagh è una donna irreprensibile, divisa tra la rigida dedizione al proprio ruolo di madre superiora e il rimpianto di un amore giovanile ormai perduto. La vita della protagonista si divide in un “prima” e in un “dopo”. La vita passata e quella presente, all’inizio della storia, sembrano due poli distanti anni luce. Poli che gradualmente finiranno per scontrarsi, dando luogo ad un conflitto interiore che dovrà per forza essere affrontato con decisione. Come sempre accade, la narrazione di una singola vicenda, se gestita in maniera efficace, potrebbe diventare qualcosa di universale e aprirsi ad interessanti riflessioni, in questo caso quella sul rapporto tra obbligo morale e desiderio, tra razionalità e libertà dai ruoli imposti (anche da noi stessi).

Più di una volta, tuttavia, si ha la sensazione che gli elementi potenzialmente vincenti dell’operazione vengano sprecati. Questo è da imputare, prima di tutto, all’eccessiva lunghezza della serie: in tutto, Narciso Nero dura circa tre ore. La narrazione, per questo, appare spesso dispersiva: viene lasciato troppo spazio alla descrizione della (noiosa) quotidianità del convento e ci si sofferma troppo poco sull’introspezione psicologica dei personaggi.

E qui, allora, giungiamo al secondo punto debole della serie: la scrittura. Il ricorso ai flashback, in particolare, è gestito in modo maldestro: essi appaiono, più che altro, come un escamotage per allungare il brodo. I flashback sulla vita giovanile di Suor Clodagh, per quanto intriganti da un punto di vista visivo, sono del tutto superflui. Se ci viene detto così poco sul passato della protagonista, appare difficile comprendere fino in fondo le ragioni dei suoi turbamenti. Gli altri personaggi, poi, vengono totalmente bypassati. Sappiamo poco e niente di loro e quasi nulla ci viene detto sullo spirito con cui stanno vivendo un’esperienza di vita così estrema. Probabilmente si è voluto procedere per sottrazione: accennare più che spiegare, suggerire con le immagini più che raccontare esplicitamente, lasciando così lo spettatore libero di dare una sua personale lettura della vicenda. Ma anche per fare ciò, duole dirlo, serve una certa abilità, che qui è assente.

Le carenze dal punto di vista narrativo penalizzano soprattutto la figura di suor Ruth, che potremmo definire il vero fulcro della vicenda. Aisling Franciosi fa del suo meglio per dare credibilità al suo ruolo, ma gli sforzi appaiono vani di fronte ad un’evoluzione fin troppo meccanica del personaggio. Ruth è una ragazza timida e sommessa, che improvvisamente viene risucchiata in un vortice di sentimenti difficili da gestire e impossibili da ignorare. Ruth è vittima dei suoi stessi desideri, tanto da esserne quasi atterrita. Interessante sarebbe stato il confronto tra l’atteggiamento di Suor Ruth e quello di Suor Clodagh, donna evidentemente dotata di una forza di carattere e di autocontrollo maggiore rispetto alla compagna: ma anche in questo caso, la miniserie si perde in un bicchier d’acqua, e uno spunto narrativo promettente viene messo da parte.

Se Narciso Nero ha un merito è quello di aver acceso nuovamente i riflettori, a distanza di oltre settant’anni, sul capolavoro originale di Powell e Pressburger. Il film, uno dei più celebri della cinematografia anglosassone post-bellica, è un classico. Provocatorio e rivoluzionario (sia dal punto di vista narrativo che da quello strettamente visivo), Narciso Nero fece storcere il naso a numerosi critici e alla stessa autrice del libro, incorrendo poi in una serie di grane sul fronte della distribuzione in sala. Elogiato – tra gli altri – da Martin Scorsese (che lo definì il primo film erotico della storia), Narciso Nero è un’opera sorprendente: sin dal principio intuiamo che una forza violenta ed inquietante sarà destinata ad esplodere, scompaginando il racconto lento e cadenzato dei primi tre quarti di film. È la forza perturbante ed erotica simboleggiata dal profumo “narciso nero” che dà titolo al film e che metaforicamente rappresenta lo sconvolgimento dei sensi delle abitanti del palazzo. La pellicola è percorsa da uno strisciante spirito di ribellione e di sfida agli ideali cattolici dominanti e ai poteri precostituiti (qui incarnati dall’Istituzione per eccellenza, la Chiesa): le maglie della storia, proprio come i paletti imposti da una cieca repressione degli istinti, verranno infine stravolte, lasciando lo spettatore esterrefatto e inquieto, costretto ad interrogarsi sulla propria, personale, concezione di “moralità”.

La serie televisiva è priva, suo malgrado, dello spirito audace e torbido del film. È come se – probabilmente a causa della decisione di mantenersi più fedeli al romanzo – si fosse scelto di eliminare dalla storia tutti gli elementi anticonvenzionali (compresa una certa dose di ironia) che la caratterizzavano originariamente. Stupisce, ad esempio, che mentre la Suor Ruth di Pressburger era fiera della sua follia, finalmente liberata dalle catene che l’avevano tormentata per così tanti anni, la Suor Ruth del XXI secolo venga presentata come una semplice marionetta perennemente in balìa di forze a lei incomprensibili. Nel primo caso, il personaggio indifeso e sottomesso si trasforma in temibile femme fatale, subendo una metamorfosi che appare quasi ipnotica agli occhi dello spettatore; nel secondo caso, più recente, diventa invece una sorta di cagnolino bastonato (che provoca un misto di tenerezza e fastidio). Sorge spontaneo chiedersi per quale motivo si sia scelto di snaturare fino a questo punto una figura tanto ben scritta.

Per poter godere appieno della versione più recente di Narciso Nero, quindi, sarebbe da un lato auspicabile evitare di guardare l’imponente predecessore cinematografico (rimandandone la visione a dopo, magari); dall’altro lato, un confronto tra le due opere appare necessario per prendere atto della verità più sconvolgente (che potrebbe aprire, da sola, un dibattito sull’evoluzione – o per meglio dire, involuzione – dell’industria culturale degli ultimi decenni): una miniserie televisiva, prodotta nel 2020 e trasgressiva nelle intenzioni, nei fatti si rivela un prodotto talmente puritano, accomodante e “vecchio” da farci rimpiangere lo spirito coraggioso ed avanguardistico di un film risalente a ben settantaquattro anni fa.

Guarda il trailer ufficiale di Narciso Nero

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Narciso Nero è un prodotto elegante e, a suo modo, affascinante. La vicenda in sé, infatti, incuriosisce sin dalle premesse ed è indubbio che la regista della miniserie abbia tentato di giocarsi al meglio le buone carte che aveva a disposizione. Obiettivo che viene purtroppo mancato, soprattutto a causa della pressoché totale assenza di coraggio dell'operazione.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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