lunedì, Agosto 8, 2022
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Mrs. America, recensione della miniserie con Cate Blanchett

È possibile parlare di femminismo raccontando la storia di una donna che per anni ha lottato contro di esso? Non stiamo parlando di fantascienza, ma di una storia vera: quella che ha visto protagonista l’attivista e politica repubblicana Phyllis Schlafly. Alla sua figura è dedicata la miniserie Mrs. America, una produzione Fox che sarà disponibile dall’8 ottobre su Tim Vision, di cui abbiamo visto in anteprima i primi due episodi.

La serie, ideata dalla canadese Dahvi Waller (Mad Man), vede coinvolte quasi esclusivamente registe donne, ad eccezione di Ryan Fleck, da sempre collaboratore dell’autrice Anna Boden (i due hanno co-diretto anche Captain Marvel). Sono proprio Boden e Fleck a dirigere i primi due episodi della serie, scelta che ha “scaricato” su di loro la responsabilità di impostare l’estetica che contraddistinguerà presumibilmente Mrs. America per tutto il suo svolgimento. Un’estetica caratterizzata da una messa in scena molto classica, a tratti quasi da film d’inchiesta, vagamente pop ma capace, al contempo, di non cedere alla tentazione di descrivere in maniera troppo edulcorata e romantica quegli anni ’70 che hanno segnato una fase importante della lotta per i diritti civili (le prime puntante sono ambientate tra 1971 e 1972).

Alton, Illinois, primi anni ’70. Phyllis Schlafly (Cate Blanchett, anche produttrice esecutiva) è una donna felicemente sposata con l’avvocato in carriera Fred (John Slattery). Ha 6 figli e le sue giornate sono scandite dalla politica e dall’attivismo antisovietico (sia a livello locale che nazionale). Fervente repubblicana e patriota, Phyllis era balzata agli onori della cronaca nel 1964 per aver scritto un pamphlet contro il suo stesso schieramento politico: “A Choice, Not An Echo“, con il quale si scagliava contro l’ala più moderata del partito. A distanza di anni, dopo aver tentato di essere eletta in Senato senza successo, Phyllis – che condivide le sue idee soprattutto con le “amiche di burraco” (tra le quali compare anche una sempre eccellente Sara Paulson) – viene spinta ad interessarsi a un emendamento proposto dal “Comitato Politico Femminista”: il cosiddetto “ERA”, ovvero Equal Rights Amendment, che dovrebbe rafforzare l’uguaglianza tra uomini e donne.

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MRS. AMERICA — Pictured: Sarah Paulson as Alice. CR: Sabrina Lantos/FX

Dapprima restia ad occuparsi di una questione – a duo dire – meno importante se paragonata all’increscioso patto di non belligeranza che Richard Nixon sta per firmare con l’Unione Sovietica, Phyllis si convince che la proposta di emendamento e il movimento femminista in sé sono un pericolo per l’integrità dei valori americani, a cominciare dalla famiglia. Inizia così una crociata in difesa dell’American Way of Life, ma trova sulla sua strada delle avversarie molto agguerrite: dalla leader del movimento femminista Gloria Steimen (Rose Byrne) alla prima donna (afroamericana) candidata alle primarie democratiche per la presidenza degli Stati Uniti, Shirley Chilsom (Uzo Aduba, che per il ruolo si è aggiudicata l’Emmy come Miglior attrice non protagonista in una miniserie o film per la televisione).

I primi due episodi di Mrs. America fungono naturalmente da introduzione a un racconto che – ci immaginiamo – si dipanerà in maniera più articolata durante il corso dei restanti episodi (in totale, 9). Eppure già dalle battute iniziali la serie presenta un potenziale interessante. Innanzitutto, si palesa fin da subito come un racconto corale – ogni episodio approfondisce un personaggio, oltre naturalmente a portare avanti la narrazione – dove spiccano però le due sfidanti di questa guerra tutta al femminile (anche se gli uomini recitano pur sempre un ruolo fondamentale e per certi versi ambiguo, quasi da invisibili e pericolosi burattinai): la conservatrice Schlafly e la rivoluzionaria Steimen.

Non è un caso che, durante una conversazione con il senatore George Mc Govern (John Bourgeois) – il quale sfidò Nixon alle elezioni del 1972, perdendole – la Steimen parli della lotta per la parità dei diritti tra donne e uomini come “il nostro Vietnam” (alludendo naturalmente alla sanguinosa e disastrosa campagna nel sudest asiatico che coinvolse gli Stati Uniti fino alla metà degli anni ’70). Sul piatto della bilancia, quindi, ci sono i diritti delle donne (uguaglianza, aborto, libertà di vivere la propria vita senza preconcetti sociali), che la Schlafly contrasta perché – a suo dire – potrebbero causare (anche se lei non usa il condizionale) una messa in discussione del “sistema americano” e dei suoi ideali.

La Storia americana, quella del movimento per i diritti civili e le storie dei personaggi si intrecciano in Mrs. America, serie che chiaramente si ispira a fatti realmente accaduti ma senza per forza di cose rimanere legata a una ricostruzione storica puntigliosa, prediligendo porre al centro della narrazione le donne protagoniste di quegli anni e le loro vite (spesso difficili, nonostante le apparenze). Così, nelle prime due puntate – come detto, introduttive – non ci troviamo solo di fronte alle azioni di due schieramenti opposti, ma anche a due donne-icone (Schlafly e Steimen), alla storia delle loro vite (quella presente, ma con accenni significativi anche al passato) e alle contraddizioni (profondamente umane, e spesso determinate dalla società in cui vivono) che le contraddistinguono.

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MRS. AMERICA — Pictured: Rose Byrne as Gloria Steinem. CR: Sabrina Lantos/FX

Scopriamo, ad esempio, che la Schlafly – che la prima sequenza della serie ci mostra sfilare a una cena di raccolta fondi per un candidato repubblicano come fosse un fenomeno (erotico) da baraccone – ha a cuore il proprio status di madre di famiglia e mal digerisce le rivoluzioni sociali, ma al contempo non è una persona ottusa, bensì una donna istruita e aperta (nonostante il suo conservatorismo) al confronto/scontro su temi che all’epoca erano ritenuti più appannaggio degli uomini che non delle donne. È laureata in Scienze Politiche, impegnata da anni a sostenere gli ideali repubblicani (oltretutto, come visto, anche in maniera critica), ma soprattutto è una donna capace di tenere testa a tutti gli uomini con i quali si confronta (che spesso preventivamente la associano allo stereotipo – di chiara matrice machista – della bionda belloccia ma un po’ stupida).

Speculare è invece la figura di Gloria Steimen, giovane attivista eletta leader del movimento femminista esclusivamente perché più carina – e quindi con maggior appeal mediatico – rispetto ad altre colleghe magari con maggior esperienza ma meno gestibili: è il caso di Betty Friedan (Tracey Ullman), una delle più influenti teoriche femministe tra anni ’60 e ’70. Un ruolo, quello di “leader di facciata” che a Gloria sta stretto (e che, per lei, rappresenta anche un controsenso rispetto agli ideali del movimento), ma che deciderà di portare avanti (qui si chiude la seconda puntata) facendo leva anche sulle sue drammatiche esperienze di vita passate.

Ma, dove Mrs. America sembra colpire maggiormente nel segno è nella rappresentazione della realtà tacitamente (ma irrevocabilmente) maschilista dell’epoca. La serie di Dahvi Waller si prefigge l’obiettivo di analizzare la società di quegli anni senza sottolineare con enfasi la diseguaglianza tra uomini-tiranni e donne-succubi, ma mostrando come tale prassi fosse talmente radicata nella società da risultare consolidata e quindi assolutamente normale (sia per gli uomini, che ne traggono vantaggio, sia per molte donne incapaci di immaginare una realtà diversa rispetto a quella in cui hanno sempre vissuto). È il maschilismo tossico che si respira nei gesti quotidiani ciò che viene descritto e denunciato dalla serie: quello del politico che non sa tenere ferme le mani (pur non facendo all’apparenza nulla di inopportuno), del marito che costringe la moglie ad avere un rapporto sessuale anche se lei non è dell’umore giusto (senza obbligarla, ma rendendole impossibile dire di no), dell’editore che ammette senza pudore (ma, in fondo, per lui non è una cosa così grave) di aver scelto una giornalista perché aveva delle belle gambe e non per le sue qualità o il suo curriculum.

Da questo punto di vista, la serie sembra destinata a fare centro (per esserne sicuri sarà necessario comunque guardarla nella sua interezza). Ed è naturalmente ovvio che un’opera come Mrs. America, la cui attenzione è rivolta soprattutto ai personaggi (i principali, oltretutto, ben definiti e sfaccettati) non possa fare a meno di un cast impeccabile in cui spicca la bravura della Blanchett, ma anche le sue colleghe non sono certamente da meno.

Guarda il trailer di Mrs. America

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Mrs. America è una serie interessante che si palesa fin da subito come un racconto corale che colpisce nel segno soprattutto grazie alla disincantata rappresentazione della realtà tacitamente (ma irrevocabilmente) maschilista degli anni '70 e a un cast di assoluto livello.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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