giovedì, Marzo 12, 2026
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Motorvalley, recensione della serie Netflix con Luca Argentero e Giulia Michelini

A dieci anni da Veloce come il vento, Matteo Rovere torna nel mondo del Campionato Gran Turismo con Motorvalley, serie Netflix in streaming dal 10 febbraio.

Diciamolo subito: Motorvalley non è il remake di Veloce come il vento. Un confronto sarà comunque inevitabile, perché i punti di contatto sono evidenti e Matteo Rovere, sotto l’egida della sua Groenlandia, non si è impegnato granché – consapevolmente? – a nasconderli: motori, macchine da corsa, la Romagna sono solo alcuni di questi, oltre alla presenza di una ragazza protagonista, messa alle strette dalla vita, che può riscattarsi solo grazie al suo talento di pilota e ad un nuovo e altrettanto disastrato mentore. 

Nel 2016 quella ragazza era Matilda De Angelis, al suo folgorante esordio cinematografico; oggi è Caterina Forza, meno spontanea e meno intensa, ma comunque brava. Le due condividono perfino l’acconciatura dei capelli, rasati ai lati e tinti di blu, anche se in realtà si tratta solo di una strana autocitazione – era così necessaria? -, perché Giulia De Martino (De Angelis) e Blu Venturi (Forza) non potrebbero essere più diverse: da una parte una giovane responsabile, obbligata a crescere troppo in fretta per prendersi cura del fratello minore e non perdere la casa, dall’altra un’ex galeotta irrequieta, irresponsabile e irascibile, che una famiglia vera non l’ha mai avuta. 

Stesso mondo, storie diverse

Le somiglianze con Veloce come il vento si fermano qui. Dal film del 2016 Rovere e i due registi che lo affiancano, Lyda Patitucci (Come pecore in mezzo ai lupi, Io sono Rosa Ricci) e Pippo Mezzapesa (Ti mangio il cuore, Avetrana – Qui non è Hollywood), riprendono più che altro lo stesso approccio artigianale nella messa in scena delle gare, fatto di auto vere, di stunt work non banale e di un grande lavoro di “drammatizzazione”, dove ogni curva, ogni sorpasso e ogni accelerazione assume un preciso significato narrativo. Per il resto, i personaggi di Motorvalley parleranno anche le stesse lingue, quella dei motori e quella romagnola – lessico e imprecazioni tipiche ancora una volta azzeccatissimi, recitazione questa volta leggermente impostata -, ma la serie Netflix non perde aderenza, sa quale direzione prendere e non esita ad arrivarci. Nel bene e nel male. 

Non si può comunque negare la posizione di partenza, ovvero il mondo del Campionato Italiano GT (Gran Turismo, da non confondere con i videogiochi o con il film), dei circuiti di Imola, Monza e del Mugello. Blu – nome frequente, ultimamente, nelle produzioni italiane – è appena uscita di prigione e, dopo una bravata in pista, viene licenziata dall’unico lavoro onesto che era riuscita a trovare. Viene però notata da Elena Dionisi (Giulia Michelini), che la ingaggia come pilota. La donna, infatti, è stata esclusa dall’impresa di famiglia, proprietaria di un’importante scuderia, e vede nel talento della ragazza un modo per riprendersi il ruolo che le spetta dalle mani del fratello.

Poiché a Blu serve un allenatore, Elena assume Arturo Benini (Luca Argentero, che si toglie il camice di Doc – Nelle tue mani e “sporca” leggermente la sua immagine), ex leggenda del circuito, ritiratosi dalle gare dopo un incidente e in gravi difficoltà economiche. Ognuno di loro ha perso tutto, se non la voglia di vincere, ma per farlo dovranno imparare a diventare una squadra. Anzi, forse qualcosa di più: una famiglia. 

Motorvalley. Cr. Lucia Iuorio/Netflix © 2026

Un action sportivo solido e accattivante…

Il primo, evidente elemento di rottura con Veloce come il vento è produttivo: Motorvalley è una serie tv, e in quanto tale ha bisogno di una storia più complessa, di una ramificazione ulteriore delle storyline, di archi narrativi progettati sul lungo periodo e non per forza risolutivi, lasciando la porta aperta a stagioni future. In questo, Netflix non sbaglia nulla, ormai la serialità fa parte del suo DNA e riesce a dare a un progetto sulla carta parecchio locale un taglio internazionale, lontana sia dall’autorialità e dall’eccellenza di certe produzioni, sia dall’anonimità delle fiction italiane.

Il pilot è denso, solido, va dritto alla meta e lascia la curiosità necessaria per gli episodi successivi, che sono sei in tutto e sfrecciano in maniera compatta, senza grossi intoppi né tempi morti. Tre è il numero perfetto, e infatti altrettanti sono i protagonisti, ben delineati, carismatici e accattivanti. Basta pochissimo, infatti, per appassionarsi alla storia di riscatto – lo era anche quella di Veloce come il vento, ma d’altra parte lo è qualsiasi dramma sportivo che si rispetti, da Rocky al recentissimo Marty Supreme – di Blu, Arturo ed Elena, ai quali si affiancano comprimari che invece faticano a brillare di luce propria, tranne lo spassoso gangster di Leonardo Bianconi.

Non sempre questi pochi e semplici elementi vengono rispettati, e quando ciò accade si può avere la certezza di trovarsi di fronte a un prodotto perlomeno quadrato, ben progettato e dalle buone possibilità di arrivare in fondo alla stagione senza andare fuori strada. Motorvalley è esattamente questo. L’action sportivo si fonde felicemente con il coming of age, con l’heist movie e con il dramma familiare, a costo di dover chiudere un occhio su alcuni passaggi decisamente sbrigativi e sulla tendenza, in certi frangenti, di approdare dalle parti della telenovela. 

Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2024

...ma con il freno a mano tirato

Tuttavia, laddove Veloce come il vento era un film sulla tossicità, non solo legata alle droghe del personaggio di Stefano Accorsi ma anche alla dipendenza nei confronti del pericolo, dell’eccesso, della rinuncia al controllo dettata da una profonda disperazione esistenziale, in Motorvalley sentiamo spesso Argentero ripetere alla sua giovane allieva (lui sì con impeccabile accento romagnolo): “Devi controllare le tue emozioni”. Questo, unito al fatto che si tratta pur sempre di un prodotto Netflix pensato un po’ per chiunque, priva la serie di una certa unicità che le avrebbe giovato, come se Rovere avesse paura a lasciare andare l’acceleratore.

Il racconto sociale di Veloce come il vento – uno spaccato sugli “ultimi”, su coloro che la società abbandona: bambini, orfani, poveri, tossicodipendenti – in Motorvalley scompare: i personaggi si fanno più belli, più puliti, si lanciano in imprese inverosimili forti delle loro sovrumane capacità (non ai livelli di Fast & Furious, sia chiaro) e ne escono indenni. Con loro la serie si fa pop, scoppiettante, adrenalinica, ma anche meno interessante. Come un’auto che gareggia con il pilota automatico. 

Guarda il trailer ufficiale di Motorvalley 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il mondo, quello delle auto da corsa e della Romagna, è lo stesso di Veloce come il vento, ma con Motorvalley Matteo Rovere imbocca una strada diversa. Adrenalinica, pop e scoppiettante, la serie Netflix è un action sportivo solido e accattivante, lontana dalle fiction italiane, ma l'eccessiva ricerca del controllo la priva di una certa unicità che l'avrebbe resa più interessante.

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