venerdì, Marzo 1, 2024
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Masters of the Air, recensione della serie prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks

La recensione di Masters of the Air, la serie prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks con protagonista Austin Butler. Dal 26 gennaio su Apple TV+.

Dopo un anno di produzioni importanti come Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese e Napoleon di Ridley Scott, non sembrerebbe volersi arrestare la “corsa agli armamenti” di Apple, intenta ad attirare più attenzione possibile sul suo servizio di streaming con un arsenale sempre più ricco di nomi altisonanti. Una metafora bellica non casuale, vista la natura della prossima produzione di prestigio ad approdare sulla piattaforma della Mela: il war drama a puntate Masters of the Air, disponibile su Apple TV+ a partire dal 26 gennaio (dopo il rilascio dei primi due episodi, lo show seguirà un’uscita a scadenza settimanale).

Basata sull’omonimo libro di Donald L. Miller, la miniserie di nove episodi si propone come il seguito spirituale sia della mitica Band of Brothers – Fratelli al fronte – uno dei primi folgoranti esempi della prestige tv targata HBO – che di The Pacific, ognuna incentrata su differenti scenari della Seconda guerra mondiale. Torna il produttore esecutivo Steven Spielberg, come sempre affiancato da Tom Hanks, che rinnova la sua fascinazione per il secondo conflitto mondiale nata dai racconti di guerra del padre, come mostrato nel film semi-biografico The Fabelmans. Un interesse portato anche al cinema con Salvate il soldato Ryan e la produzione del dittico, diretto da Clint Eastwood, sulla battaglia di Iwo Jima (Flags of Our Fathers, Lettere da Iwo Jima).

Esplorando un fronte diverso della guerra

Dopo che le precedenti serie si erano concentrate sul fronte occidentale europeo e sullo scenario nel Pacifico, Masters of the Air sposta lo sguardo verso l’alto dei cieli, sulle imprese del 100th Bomb Group della Eighth Air Force, di stanza in Gran Bretagna. Lo show, sviluppato da John Orloff (una delle penne di Band of Brothers), segue in missione alcuni giovani piloti americani, alla guida dei celebri bombardieri B-17, con lo scopo di colpire alcuni obiettivi strategici sparsi per l’Europa occupata. Azioni che si riveleranno cruciali per le sorti della guerra contro la Germania nazista, ma che porteranno anche alla perdita di innumerevoli vite di soldati statunitensi (visto il suo alto numero di morti, l’unità era stata soprannominata “Bloody Hundredth”). Al centro dell’affiatato gruppo di “expendables”, i due amici per la pelle, con nomignoli simili, Buck (Austin Butler) e Bucky (Callum Turner).

Masters of the Air ci porta nel claustrofobico ventre metallico dei B-17, come aveva già fatto proprio Spielberg in “La missione”, quinto episodio della serie antologica Storie incredibili. Ma non ci sarà una svolta fantastica a salvare la pelle degli sventurati aviatori questa volta. Ci troviamo nei territori del dramma bellico più cupo e realistico, dove non si evita di rappresentare in modo crudo, quando necessario, anche la violenza. Durante ogni missione il pericolo è costante, non solo per i contrattacchi del nemico, ma anche a causa degli abbastanza frequenti malfunzionamenti tecnici – la tecnologia all’epoca era quella che era – o di errori umani, sempre dietro l’angolo (l’impacciato navigatore Crosby, interpretato da Anthony Boyle, che ricorda il capitano con il pessimo senso dell’orientamento di David Schwimmer in Band of Brothers).

Una produzione di prestigio

Un’opera che riprende la coralità delle due serie precedenti, sottolineando come le vittorie in guerra non si ottengano grazie alle azioni di uno sparuto manipolo di pochi eroi, ma siano il frutto del sacrificio di milioni di soldati, ognuno pronto ad adempiere al proprio dovere. Un tipo di narrazione dove prevale il realismo storico sulla classica epica hollywoodiana, una semplificazione amante dell’uomo solo al comando, punto focale di tutte le eroiche imprese della storia.

Una celebrazione degli sforzi e dei sacrifici del gruppo che però evita di disumanizzare i suoi protagonisti, spesso dipinti in momenti di cameratismo e convivialità – i pasti consumanti insieme alla mensa, la classica bevuta al pub o una serata danzante organizzata per le truppe – portandoci ad empatizzare con i giovani militari. Dal punto di vista prettamente produttivo, Apple non ha badato a spese, tirando fuori il budget delle grandi occasioni (il costo della miniserie dovrebbe aggirarsi intorno ai 250 milioni di dollari). Un impiego di risorse economiche che su schermo si vede tutto, dalla ricostruzione storica certosina alle spettacolari sequenze di battaglie aeree, realizzate con una CGI quasi sempre all’altezza.

Una cura che è possibile riscontrare anche nella lista delle maestranze coinvolte, con Cary Joji Fukunaga (la prima stagione di True Detective, No Time to Die) alla regia dei primi quattro episodi e un cast composto da alcuni dei più talentuosi giovani attori del momento (non solo il succitato Austin Butler, che presto rivedremo in Dune: Parte Due, ma anche il bravissimo Barry Keoghan – visto di recente in Saltburn – e Ncuti Gatwa di Sex Education). Masters of the Air è da annoverare sicuramente tra quei rari show capaci di trasmettere quella sensazione di grande evento; di quelli che hanno elevato il piccolo schermo alle vette attuali, come i suoi due nobili predecessori.

Guarda il trailer ufficiale di Masters of the Air

GIUDIZIO COMPLESSIVO

I produttori esecutivi Steven Spielberg e Tom Hanks tornano a raccontare la Seconda guerra mondiale con la miniserie Masters of the Air. Dopo il fronte dell'Europa occidentale di Band of Brothers e quello del Pacifico di The Pacific, è la volta di concentrarsi sulle imprese dei piloti del 100th Bomb Group. Un racconto corale sugli sforzi e sui sacrifici collettivi, valorizzato da una produzione di prestigio, con un cast e una crew di altissimo livello. Una produzione che non sfigura di fronte ai sue due nobili predecessori.
Marco Scaletti
Marco Scaletti
Prima sono arrivati i fumetti e i videogiochi, dopo l'innamoramento totale per il cinema e le serie tv. Consumatore onnivoro dei generi più disparati, dai cinecomics alle disturbanti opere del sommo Cronenberg | Film del cuore: Alien | Il più grande regista: il succitato Cronenberg o Michael Mann | Attore preferito: Joaquin Phoenix | La citazione più bella: "I gufi non sono quello che sembrano" (I segreti di Twin Peaks)

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