venerdì, Marzo 5, 2021
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Love, Victor, recensione dei primi due episodi della serie originale Star

La recensione dei primi due episodi di Love, Victor, serie spin-off del film Tuo, Simon. Disponibile su Star dal 23 febbraio.

Il 23 febbraio 2021, giorno del lancio sulla piattaforma streaming Disney+ del nuovo brand di intrattenimento Star (che si aggiungerà ai contenuti Disney, Pixar, Star Wars, Marvel e National Geographic già inclusi nel pacchetto) è ormai alle porte. Il vasto catalogo incluso nella nuova sezione della piattaforma includerà da subito cinque produzioni inedite in Italia: Big Sky, Solar Opposites, Helstrom, Godfather of Harlem e Love, Victor. Di quest’ultimo abbiamo avuto la possibilità di vedere i primi due episodi in anteprima.

Love, Victor è l’atteso spin-off di Tuo, Simon, film diretto da Greg Berlanti e uscito nel 2018. Il film raccontava le vicissitudini di Simon Spier (Nick Robinson), un giovane studente di liceo alle prese con la scoperta della propria omosessualità e con la conseguente questione del coming out ad amici e parenti. Love, Victor, serie composta da 10 episodi e scritta dai medesimi autori del film (Elizabeth Berger e Isaac Aptaker), è ambientata nello stesso universo del suo predecessore cinematografico, qualche tempo dopo la conclusione dell’arco narrativo di Simon: il protagonista, Victor Salazar (Michael Cimino), è un nuovo studente della Creekwood High School in Georgia, la stessa che aveva frequentato l’altro protagonista, che adesso studia al college.

Tuo, Simon ebbe un discreto successo al botteghino ma non fu comunque esente da critiche. La principale obiezione posta al film era legata all’estrazione sociale del protagonista: Simon proviene da una famiglia borghese agiata e progressista ed è un maschio bianco ben integrato all’interno della comunità scolastica. Quando il film ha inizio, Simon è già venuto a patti con il proprio orientamento sessuale e, visto il contesto familiare e amicale in cui si muove, è chiaro fin da subito che il suo percorso sarà per lo più in discesa. Il conflitto del protagonista è principalmente interiore: Simon ha paura di non essere accettato.

La frase di apertura del film (“Io sono come te”) è stata da taluni interpretata come una semplificazione della questione affrontata dal film, come se si volesse ridurre il problema dell’omofobia alle vicissitudini di un ragazzino privilegiato. Chi ha sollevato queste presunte criticità, tuttavia, ha probabilmente sopravvalutato l’intento del film, che è del tutto onesto nel presentarsi come un prodotto leggero e senza particolari pretese: Tuo, Simon non intende essere un trattato sul mondo LGBTQ+, ma un film sull’adolescenza, destinato ad un pubblico adolescente. E il punto di forza del film sta proprio qui, in tutta la sua semplicità – ma, vale la pena sottolinearlo, “semplice” non è sempre sinonimo di “banale”-: il mettere in chiaro che portare sul grande schermo la storia d’amore tra due ragazzi dello stesso sesso non ha niente di sconvolgente.

È comunque palese che gli autori di Love, Victor abbiano cercato di “porre rimedio” ai presunti errori fatti in precedenza. La famiglia di Victor è di origini colombiane; i suoi genitori appaiono smaccatamente religiosi e conservatori; la famiglia fatica a sbarcare il lunario: il ragazzo è “costretto” a cercarsi un lavoro per potersi permettere l’iscrizione alla squadra di basket della scuola (peraltro dopo che, fingendosi solidale con il nuovo arrivato, il bulletto di turno aveva organizzato una raccolta fondi, con chiaro intento derisorio ai danni del protagonista). Siamo passati da un estremo all’altro. O peggio, da uno stereotipo all’altro. Sembra che gli sceneggiatori, presa coscienza del fatto che il loro vecchio protagonista era troppo benestante, abbiano deciso di portare in scena il suo esatto opposto, calcando la mano (oltre il necessario) sulle umili condizioni sociali del personaggio. Se i cliché di Tuo, Simon erano accettabili perché forse dettati dall’ingenuità, quelli della serie sono più imperdonabili, poiché (specialmente se si è visto il film da cui la serie è tratta) è facile intuirne la forzatura.

Nel corso del primo episodio di Love, Victor si apprende anche che, all’interno della Creekwood High School, la figura di Simon Spier è avvolta da un alone quasi leggendario. Si tratta di un pretesto per collegare ulteriormente serie e film: venuto a conoscenza dell’esistenza di Simon, Victor deciderà di contattarlo, chiedendogli dritte di varia natura sugli atteggiamenti da tenere a scuola e nella vita. Simon fa quindi parte del cast della serie, sebbene (almeno all’inizio, poi non si sa) soltanto nella forma di voce fuori campo. Se ci si limitasse solo a questo andrebbe (quasi) bene: il problema è che, da come parla, Simon non sembra un ventenne, ma piuttosto uno sceneggiatore di mezza età che sciorina frasi fatte e perle di saggezza a buon mercato.

Si tratta della principale nota stonata della serie: Simon, nel film a lui dedicato, è consapevole dell’enorme dose di coraggio che gli sarà necessaria per uscire dalla propria comfort zone, ma una volta arrivato al dunque si comporta con estrema naturalezza. Non si sente né un eroe, né un pioniere. Semplicemente, dichiara di essere gay. Perché, dopo anni, incensarlo per questo, visto che l’intento del film era mostrare che non ci dovrebbe essere nulla di strano o straordinario nell’esprimere liberamente la propria sessualità?

Nonostante i punti deboli, Love, Victor presenta anche degli elementi interessanti. Victor, contrariamente a Simon, non ha ancora le idee chiare: è diviso tra l’attrazione per Benji (George Sear) e il desiderio di costruire una storia d’amore con Mia (Rachel Naomi Hilson). I sentimenti contrastanti del protagonista, se gestiti con intelligenza a livello drammaturgico, possono rappresentare un inedito spunto di riflessione, conferendo alla serie quel dinamismo di cui era invece privo il film originario. Dinamismo che, almeno a livello di dialoghi, è purtroppo assente nei primi due episodi della serie: i botta e risposta tra i protagonisti appaiono spesso forzati e innaturali, quasi ci trovassimo di fronte ad una recita scolastica. Questo stile “telegrafato” non lascia molto spazio all’approfondimento dei personaggi, che sembrano ricalcare dei modelli predefiniti: il padre severo, la madre comprensiva, la sorella ribelle, la ragazza popolare ma anticonvenzionale, e così via.

A parziale difesa degli autori, va detto che il teen drama (filone cui Love, Victor appartiene a pieno titolo) presenta sempre dei luoghi comuni: il suo scopo non è tanto quello di fornire uno spaccato fedelissimo della realtà, quanto di creare un certo tipo di “rispecchiamento” (generalmente romantico o comunque legato al concetto di rivalsa) nel pubblico cui si rivolge. Spesso, di fronte a prodotti di questo tipo, sorge spontanea una domanda: quanto sono cambiati gli adolescenti nel corso degli anni? Non molto, almeno a giudicare dall’evoluzione del genere. In altre parole, se siamo in cerca di risposte di carattere sociologico sui giovani, forse ci conviene volgere il nostro sguardo altrove.

Il capostipite di questa tipologia di serialità, Beverly Hills 90210, avrebbe impostato una volta per tutte quei cliché e schemi narrativi rimasti intatti fino ad oggi. Le situazioni affrontate dai protagonisti sono sempre le stesse: la scuola, i rapporti di amicizia, le prime schermaglie amorose (e la conseguente scoperta della sessualità), le dinamiche familiari, la scelta del college. Se gli atteggiamenti e i desideri dei giovani sono pressoché cristallizzati, è la società ad essere cambiata: l’avvento di internet e dei social network ha aggiunto un’ulteriore risorsa narrativa al genere. Il punto di svolta, in questo senso, è rappresentato da Gossip Girl, in cui l’utilizzo della rete contribuiva a complicare le dinamiche tra i personaggi. Tuo, Simon prima e Love, Victor poi, si appoggiano sullo stesso escamotage, privandolo però del brio e dell’inventiva necessari a rendere più avvincente l’intreccio.

Quando si parla di teen drama, quindi, la riuscita del prodotto finale sta nell’abilità di chi lo confeziona nel conferire ai personaggi la vivacità necessaria a creare un sentimento di fidelizzazione nello spettatore. Si pensi a serie televisive come Dawson’s Creek o Glee: più che sulle invenzioni narrative, ruota tutto attorno all’empatia suscitata dai protagonisti. Da questo punto di vista, ancora una volta, Love, Victor sembra essere piuttosto carente: nessun personaggio pare destinato ad essere ricordato con affetto a distanza di anni. Love, Victor è comunque una serie gradevole, scorrevole, che – pur nel suo essere infarcita di buoni sentimenti – “si lascia guardare”, specialmente da un pubblico di giovanissimi. Per questo, e al netto di tutti i suoi difetti, è comunque lecito provare a concederle il tempo necessario per ingranare.

Guarda il trailer ufficiale di Love, Victor

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Love, Victor è una serie gradevole, scorrevole, che – pur nel suo essere infarcita di buoni sentimenti - “si lascia guardare”, specialmente da un pubblico di giovanissimi. Per questo, e al netto di tutti i suoi difetti, è comunque lecito provare a concederle il tempo necessario per ingranare.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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