L’Alienista, recensione della serie con Luke Evans

scritto da: Ludovica Ottaviani


L’Alienista è il titolo della nuova serie crime in dieci episodi disponibile su Netflix a partire dal 19 aprile. Si tratta, senza dubbio, di uno dei prodotti più attesi della stagione, vista la garanzia fornita da alcuni nomi coinvolti, primo fra tutti quel Cary Fukunaga già regista e produttore della prima stagione del cult True Detective, che qui si limita a ricoprire il ruolo di produttore affidando la regia a Jakob Verbruggen. Tratto dal primo romanzo di una trilogia iniziata dallo scrittore Caleb Carr nel 1994, L’Alienista è stata adattata per il piccolo schermo da Hossein Amini; ad essere curioso non è tanto il lavoro di adattamento quanto proprio il processo di scrittura che ha spinto Carr a narrare le imprese di un alienista nella New York del XIX Secolo.

Manhattan, 1896: un pericoloso criminale sembra mettere a repentaglio il già precario equilibrio della metropoli – presa d’assalto da immigrati, corruzione, vuoti di potere e malavita – con le proprie sanguinose gesta, che prendono di mira soprattutto dei ragazzi che finisce per mutilare con efferata crudeltà. Ad indagare nel Lower East Side viene chiamato il profiler Lazslo Kreisler (Daniel Brühl), un alienista, termine con il quale si indicavano un tempo psichiatri e psicologi colti nell’estenuante ricerca dell’origine del male, nell’individuazione ad ogni costo di tutte quelle cause scatenanti di un comportamento criminale.

Sulla scia delle teorie di Cesare Lombroso e prima della moderna psichiatria forense, c’erano questi pionieri; insieme a Kreisler si muoveranno – tra le ombre e le nebbie della Grande Mela – anche un illustratore del New York Times (Luke Evans) e la prima donna impiegata presso il dipartimento di polizia di New York City (Dakota Fanning) capeggiato dal futuro Presidente degli USA, Theodore Roosevelt (Brian Geraghty). Riusciranno gli scandalosi metodi poco ortodossi, pioneristici e rivoluzionari di Kreisler a condurlo fin nella mente dell’assassino?

Con un titolo evocativo e una trilogia di successo sulle spalle, L’Alienista sembrava il candidato ideale per questa nuova stagione televisiva: erede dell’antica e consolidata tradizione del procedural di stampo crime, drammatico e a tinte storiche, in realtà il prodotto di Fukunaga può contare su una serie d’inedite frecce al proprio arco. Per quanto la storia sia già vista e già sentita, con riferimenti al cinema quanto alla tv – come non citare il più recente Mindhunter diretto da Fincher? – L’Alienista riesce a colmare il vuoto emotivo lasciato nei cuori degli spettatori dopo la fine di The Knick, coniugando però sullo stesso piano l’indagine poliziesca, la ricostruzione storica, lo spaccato sociale e l’analisi dei personaggi.

Il personaggio di Kreisler, soprattutto, è il classico profiler a tratti “ossessionato” dalla propria indagine, sempre pronto a flirtare con il pericolo e il brivido, sempre pronto a viaggiare lungo quella linea d’ombra che separa il bene dal male, che esercita un richiamo sinuoso e compulsivo su chi vi gravita intorno. Nonostante le ottime premesse di partenza, però, L’Alienista – nata comunque come serie “limitata” costituita da un’unica stagione – raccoglie il plauso del pubblico e della critica ma non senza qualche reticenza: è un buon prodotto, curato nei minimi dettagli – come richiedono i nuovi standard televisivi – ma pronto a peccare proprio di empatia.

I personaggi si muovono, come pedine, sullo sfondo di un’impeccabile New York di fine secolo ricostruita a Budapest riproponendo, però, degli schemi già visti e consolidati: la “strana coppia di poliziotti” lanciati nelle indagini; i caratteri opposti e complementari, le radici del male che si annidano in un passato travagliato e segnato dalla violenza, la condizione dei minori, la povertà, le donne costrette a restare ingabbiate in rigidi ruoli sociali. L’Alienista sposa quindi la storica filosofia del “squadra che vince, non si cambia”: il risultato è impeccabile, ma carente di quelle piccole sbavature che rendono irresistibilmente umano un prodotto.   

Guarda il trailer ufficiale de L’Alienista


Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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