L’Alienista – L’angelo delle tenebre, recensione della serie con Luke Evans

scritto da: Diego Battistini


Il canale statunitense TNT ce ne ha messo di tempo per concedere all’interessante serie L’Alienista una seconda stagione. L’ha fatto a distanza di due anni dalla prima, quando ormai la maggior parte degli spettatori seriali non lo credeva più possibile. È stata, in fin dei conti, una scelta giusta, soprattutto alla luce dei risultati estetici espressi; anche se, di fatto, l’opera non ha avuto quel successo che il canale probabilmente si sarebbe aspettato (sulla base anche dell’importante ed encomiabile sforzo produttivo per “ridare vita” alla New York di fine ‘800). Rispetto alla stagione che l’ha preceduta, questa seconda intitolata L’Alienista – L’angelo delle tenebre, attualmente disponibile su Netflix (che ne cura la distribuzione internazionale), si affida a Frank Pugliese (House of Cards) per dirigere la writers’ room, il quale va a sostituire Hossein Amini, che rimane tra i produttori esecutivi insieme a Cary Fukunaga (regista di No Time To Die) e allo sceneggiatore Eric Roth (tra gli altri, Forrest Gump).

Tratta dai romanzi di Caleb Carr, la serie L’Alienista – L’angelo delle tenebre si prefigura fin da subito come un classico sequel, che sposta però l’attenzione dal dott. Lazlo Kreizler alla detective “protofemminista” Sara Howard: un cambio di prospettiva importante e significativo. A livello strutturale, questa seconda stagione riprende (fin troppo) lo schema narrativo di quella precedente, ma anziché procedere come un whodunit canonico – chi ha fatto cosa? -, rivela l’identità dell’antagonista a metà del racconto, affidandosi di conseguenza a un’estetica più vicina a quella del genere noir; il che comporta una maggiore concentrazione sulle psicologie dei personaggi, posti a diretto confronto con una manifestazione del male che assume gli inquietanti connotati di uno specchio attraverso il quale potersi specchiare e guardare nel profondo della propria anima: tra traumi con cui non si è mai fatto i conti, paure ancestrali, desideri sconvenienti, ecc.

Sara (Dakota Fanning) ha finalmente aperto la propria agenzia investigativa a New York. Insieme all’alienista Lazlo Kreizler (Daniel Brühl) e al giornalista John Moore (Luke Evans), la neo detective indaga sulle poco trasparenti attività di uno spettrale ospedale gestito dall’enigmatico dott. Markoe (Michael McElhatton): il Lying-In Hospital. Quando il figlio di un diplomatico spagnolo viene rapito, Sara e i due amici indagano sull’accaduto e tutto farebbe presupporre a un coinvolgimento dell’istituto sospetto. Intanto, le indagine dei nostri sono osservate a distanza da una loro vecchia conoscenza, l’ufficiale di polizia Thomas Byrnes (Ted Levine), e dal magnate della stampa, nonché direttore del “New York Journal”, William Randolph Hearst (Matt Letscher), la cui figlioccia Violet (Emily Barber) è la deliziosa promessa sposa di John.

Caratterizzato dalla cura maniacale dei particolari atti a descrivere la New York a cavallo tra XIX e XX secolo, L’Alienista – L’angelo delle tenebre prosegue a narrare del cuore di tenebra di una città divisa tra la propria inarrestabile crescita (demografica e industriale), il parallelo germogliare di una disparità sociale sempre più profonda e l’emergere di una “depressione morale” che attanaglia la società intera. Un luogo, la New York raffigurata nella serie, dove gli ambienti lindi dell’alta società si compenetrano e quasi “dialogano” con quelli putridi di una periferia urbana condannata a generare mostri, la stessa già denunciata all’inizio del secolo scorso dalle celebri fotografie del sociologo Lewis Hine. Discrepanze sociali, violenza, corruzione: la futura “Grande Mela” che fa da sfondo alle vicissitudini di Sara, Lazlo e John altro non è che un luogo oscuro, notturno, e claustrofobico. Uno spazio ideale, insomma, per l’emergere di spietati (e talvolta insospettabili) malviventi.

Se la città, come visto, assume quasi lo status di co-protagonista, una certa importanza all’interno della serie è data anche al contesto storico nel quale sono ambientati gli avvenimenti narrati. Si tratta, in entrambi i casi, di aspetti già in nuce nella prima stagione. L’immagine di New York proposta da L’Alienista – L’angelo delle tenebre, infatti, ricalca quella già offerta in precedenza, così come la volontà di fondere sapientemente elementi di pura finzione con riferimenti a fatti o persone realmente esistiti.

Nella prima stagione, ad esempio, erano presenti due importanti figure storiche quali il futuro presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt (all’epoca in cui la storia è ambientata, capo del dipartimento di polizia di New York), e il banchiere J.P. Morgan; ma si potrebbe fare riferimento allo stesso ufficiale di polizia Thomas Byrnes, personaggio storico assai discusso anche nella realtà. In questa ultima stagione, però, si ha la sensazione che la “posta in gioco” sia più alta, almeno all’apparenza. Infatti, non solo i protagonisti interagiscono con un altro importante (e ambiguo) personaggio storico, il magnate della stampa William Randolph Hearst (la cui figura ispirò anche Orson Welles per il Charles Foster Kane di Quarto Potere), ma sugli eventi aleggia lo spettro della coeva guerra ispano-americana (al cui scoppio sembra che lo stesso Hearst abbia “contribuito” attraverso una serie articoli, pubblicati sul suo giornale, che oggi definiremmo senza mezzi termini “fake news“).

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Un dialogo, quello che la serie imbastisce con la Storia, molto interessate. Peccato, però, che se nelle prime puntate il legame con essa funge da motore (non esclusivo, per carità) della narrazione – il rapimento della figlia del diplomatico spagnolo ha naturalmente risvolti anche politici – , con l’evolversi degli eventi L’Alienista – L’angelo delle tenebre sembra progressivamente decontestualizzare gli accadimenti, privilegiando maggiormente le singole vicissitudini dei suoi tre personaggi principali. Così, la seconda parte della serie diviene maggiormente introspettiva; non di per sé un male, si dirà, peccato che anziché amalgamare questi due aspetti fin dall’inizio, la sceneggiatura propenda per “spezzare” di netto la narrazione in due parti: una prima che potremmo definire “descrittiva”, dove l’interesse è maggiormente rivolto all’ambientazione e all’azione, e una seconda invece dove la prospettiva sugli eventi muta e l’attenzione si sposta principalmente sui nostri tre eroi: Sara, Lazlo e John.

È come se la serie raccontasse due storie distinte; ed effettivamente al giro di boa del quarto episodio gran parte dei nodi narrativi principali sono venuti al pettine, e un classico twist narrativo scompagina le carte in tavola a tal punto che l’obiettivo non diventa più scoprire chi è l’assassino – quello, lo si sa già (e, se vogliamo, il colpo di scena relativamente alla sua identità è un po’ troppo telefonato) – ma trovarlo e, parallelamente, cercare di anticiparne le mosse. Al contempo, come detto, la focalizzazione si sposta sui protagonisti, ponendoli di fronte ai dilemmi che caratterizzano le loro esistenze: Lazlo conosce una collega alienista, la dottoressa Karen Stratton (Lara Pulver), che assume le fattezze di un suo alter ego al femminile; John è diviso tra l’affetto nei confronti della fidanzata Violet e l’amore che continua a provare per Sara; dal canto suo, Sara si trova a dover fare i conti con un antagonista che assume progressivamente, per lei, le sembianze di una vera e propria nemesi.

Verrebbe da dire, così di primo acchito: troppa carne al fuoco. Ed effettivamente è così. L’Alienista – L’angelo delle tenebre interseca tante storie e affronta svariati temi, ma tutti questi elementi rischiano di disperdersi lungo l’arco della narrazione. È come se tutti gli ingredienti proposti non riuscissero ad essere amalgamati nel modo corretto. Come si suol dire, “il troppo stroppia”; e anche una serie, che può per propria natura usufruire di una narrazione dilatata, non può fare a meno che adottare delle scelte a livello narrativo. Così, troppo spesso viene privilegiata la dinamica del racconto rispetto al suo potere evocativo. Anche l’aspetto più avvincente di questa seconda stagione, ovvero il legame tra Sara e l’assassino, viene per gran parte del tempo esclusivamente enunciato ma mai affrontato di petto, salvo nella puntata finale, ma ormai è troppo tardi.

Un interesse, quello rivolto verso l’azione, che rischia di travolgere anche gli stessi personaggi. Se i vari Lazlo, Sara e John sono “recuperati” in extremis nella seconda parte della stagione, i personaggi secondari non riescono purtroppo ad acquistare lo spessore che meriterebbero. Pensiamo, ad esempio, a due new entry quali la dottoressa Stratton e Violet, entrambe molto sacrificate e – di fatto – incapaci di imporsi in quanto personaggi a tutto tondo, ma condannate ad essere meri riflessi dei due uomini con cui interagiscono (Lazlo e John). Ma dell’approssimazione nel tratteggiare i personaggi di contorno sono vittime anche due spalle importanti – già coprotagonisti della prima stagione – come i fratelli poliziotti Marcus (Douglas Smith) e Lucius (Matthew Shear).

A conti fatti, L’Alienista – L’angelo delle tenebre si conferma una buona serie crime che non deluderà di certo gli amanti del genere, sorretta da un cast perfettamente in parte (anche se non sempre la “poker face” di Dakota Fanning appare funzionale a descrivere i turbamenti interiori del suo personaggio) e caratterizzata da un’atmosfera cupa che si intona perfettamente con il macabro racconto di una serie di infanticidi. Ci saremmo però aspettati di più da questa seconda stagione, dove comunque molti punti rimangono insoluti: alcuni, forse, saranno ripresi in una terza stagione (almeno questo il finale farebbe presagire; che sia uno spin-off?), altri invece sembrerebbero più mere dimenticanze, e quindi identificabili come “buchi di sceneggiatura”.

Serviva forse un po’ più di coraggio, soprattuto nel finale, per fare i modo che i personaggi facessero i conti con i propri demoni interiori. Invece, al di là di qualche tardivo rimpianto, ad avere la meglio sono i sentimenti nobili come l’amore (anche quello impossibile) e l’amicizia (che lega le persone, indissolubilmente, per tutta la vita). E, nonostante tutto, rimane un po’ l’amaro in bocca nel pensare alle grandi potenzialità di un soggetto che probabilmente non è stato sfruttato a pieno dalla serialità televisiva.


Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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