giovedì, Luglio 29, 2021
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La storia di Lisey, recensione della serie con Julianne Moore scritta da Stephen King

La recensione de La Storia di Lisey, serie in 8 episodi con protagonista Julianne Moore e scritta da Stephen King. Disponibile su Apple TV+.

Era il 1999 quando Stephen King venne investito da un mini-van nei pressi della sua abitazione nelle campagne del Maine: un’esperienza traumatica, di cui lo scrittore portò le tracce – fisiche e psicologiche – per molti anni. Una volta tornato a casa, King scoprì con sconcerto che nel periodo di degenza in ospedale la moglie Tabitha, dandolo per spacciato, aveva riorganizzato il suo studio, mettendo via pile di scritti inediti. È da questo episodio che nasce l’ispirazione per il romanzo La Storia di Lisey: uscito nel 2006 e acclamato dalla critica, si tratta di uno dei racconti più personali del “maestro del brivido”, verso il quale King ha più volte ammesso di provare una predilezione particolare. A distanza di 15 anni dall’uscita del romanzo, è lo stesso King a firmare la sceneggiatura dell’adattamento televisivo, interamente disponibile su Apple Tv+.

La miniserie, suddivisa in 8 episodi, prodotta dalla Bad Robot Productions di J.J. Abrams e diretta da Pablo Larraìn, porta il marchio inconfondibile della penna di King: l’elemento soprannaturale irrompe nella cupa quotidianità dei personaggi, annullando il confine tra reale e fantastico. A questo si aggiunge una potente riflessione sulla creatività artistica e, in particolare, sulla responsabilità etica dello scrittore, investito dal suo stesso talento del compito di indagare le contraddizioni di una realtà ambigua e potenzialmente densa di forza maligna e (auto)distruttiva.

Julianne Moore è Lisey Landon: a due anni di distanza dell’improvvisa dipartita del marito Scott (Clive Owen), la vedova traumatizzata si trova ancora a fare i conti con l’elaborazione del lutto. Il passo più difficile è trovare la forza di sgomberare lo studio del prolifico scrittore, primo simbolico passo per “andare avanti” e continuare a vivere anche in assenza dell’amato consorte. La sanità mentale della protagonista è minata, da una parte, dalle pressioni del Professor Dashiel (Ron Cephas Jones) che, desideroso di mettere le mani sui manoscritti inediti dell’autore defunto, ingaggia un fan squilibrato (Dane DeHaan) per convincere la reticente Lisey a cederli ad un istituto universitario locale; dall’altra, dalle precarie condizioni mentali della sorella Amanda (Joan Allen), imprigionata da giorni in un preoccupante stato di catatonia.

Ecco il paradosso dell’intera operazione: il principale punto debole de La Storia di Lisey è proprio la scrittura. Al termine della visione, specialmente se si è ammiratori del mastodontico talento di Stephen King, viene infatti spontaneo chiedersi: “Perché?”. La risposta è presto detta: Stephen King sta scrivendo per sé stesso e non per il pubblico. Scott Landon, autore di best-seller acclamato dalle folle, è infatti l’ennesimo degli alter-ego che popolano i romanzi del noto scrittore statunitense.

E qui, più che in altri casi, la sovrapposizione tra scrittore e personaggio è assoluta e al limite del fastidioso: Scott Landon appare come una sorta di guru, detentore di verità assolute sulla vita e sulla modalità corretta di fare arte. Le sue esternazioni sulla narrativa e sul modo in cui “dovrebbe” essere concepito un romanzo sono spocchiose e pretenziose, oltre che infarcite di luoghi comuni e frasi fatte. Clive Owen, va detto, fa quel che può e porta a casa una performance apprezzabile, per quanto nei limiti del possibile: va bene il talento attoriale, ma riuscire a rendere affascinante (perché questo, evidentemente, era lo scopo fallito di chi ha scritto la sceneggiatura) un personaggio odioso e sdolcinato era una missione già fallita in partenza.

Ne La Storia di Lisey, tra il dare vita a romanzi di eccezionale profondità e il plasmare un vero e proprio mondo alternativo a quello reale il passo è breve: ecco così che Scott si trasforma nel creatore supremo, una sorta di divinità attorno a cui ruota tutto l’universo del racconto. Boo’ya Moon è infatti il mondo scoperto (e forse in parte creato) dal giovane Scott e dal fratello maggiore Paul negli anni dell’infanzia, luogo mistico in cui trovare una via di fuga dalle angherie del padre malato e abusante (un irriconoscibile Michael Pitt), rifugio e trappola per chi non riesca a trovare un proprio posto nella società, metafora della forza creativa infantile e della nostalgia per un’innocenza ormai perduta.

Lo scrittore adulto è il depositario della chiave per accedere a questo pianeta tanto affascinante quanto straniante, spezzato a metà tra la cupezza di chi lo abita e la luce della speranza di chi tenta con tutte le sue forze di tirarsene fuori. L’elemento dominante è l’acqua, che qui assume non soltanto le prevedibili valenze di purificazione ma anche la funzione di tramite che collega il mondo terreno al mondo fantastico e che permetterà alla stessa Lisey di andare avanti e indietro tra l’ordinario e lo straordinario, facendo le veci del marito (impossibilitato per ovvie ragioni).

Come se tutto questo non bastasse, il pot-pourri elaborato da Stephen King si arricchisce di una serie di tematiche complesse, a dire il vero onnipresenti in (quasi) tutta la narrativa kinghiana, ma qui mescolate a casaccio e quindi non approfondite a dovere; il legame tra fratelli, il potere dell’immaginazione, il rapporto dello scrittore con un fanatismo vuoto e malato, il ricordo dell’infanzia sono inseriti nel calderone di un racconto penalizzato dal continuo ricorso a flashback, falsi ricordi, scene che vorrebbero spaventare ma che fanno ridere e mostri che sembrano appena usciti da un b-movie degli anni Ottanta. A rimetterci, prima di tutto, sono gli attori: il cast di eccezione non basta a rendere i vari personaggi qualcosa di più di mere figure di contorno.

La recitazione sopra le righe (ad eccezione di quella di Jennifer Jason Leigh che, nei panni della sorella minore di Lisey, sembra essere la sola ad apportare un po’ di normalità e misura al vasto intrigo di caratterizzazioni) non sembra altro che un vano tentativo di dare credibilità ad un ensemble di disadattati, che vivono tutti di luce riflessa rispetto ai due coniugi protagonisti. Il risultato è, in un certo senso, godibile, perché si assiste a degli indimenticabili momenti di comicità involontaria, specialmente quando è in scena Jim Dooley: è lui il cattivo della situazione, fan ossessionato che diventa sadico stalker. Può accadere che un antagonista non inquieti e non spaventi; ma avere a che fare con un nemico che fa sorridere è davvero troppo, specialmente quando l’elemento orrorifico del racconto ruota tutto attorno alla sua figura.

La sospensione dell’incredulità viene quindi messa a dura prova costantemente, tanto da diventare una vera e propria utopia negli episodi conclusivi della miniserie; siamo portati a dubitare di tutto quello che ci viene mostrato, compresi i momenti che vorrebbero rappresentare un solido ancoraggio alla realtà, specialmente quelli dedicati alla descrizione del sentimento di amore puro che lega Lisey a Scott. I momenti romantici, di cui La Storia di Lisey è pieno, sono ancora una volta eccessivi e sovra-recitati, tanto da risultare melensi più che toccanti.

E così non stupisce se il premio finale del bool – espressione coniata dai giovani fratelli Landon, che potrebbe essere tradotta banalmente con “caccia al tesoro”- orchestrato da Scott per far elaborare alla moglie la sua futura morte si rivelerà infine di una banalità talmente sconcertante da far tremare prima qualsiasi regista di film sentimentali e poi tutti quegli audaci spettatori che abbiano avuto la perseveranza di guardarsi tutti gli otto episodi, sperando magari in una conclusione vagamente originale e soddisfacente.

Due sono le cose che si salvano ne La Storia di Lisey: da un lato, l’impeccabile performance di Julianne Moore, che ritrae degnamente l’unico personaggio vagamente credibile dell’intero intreccio, con la sua abilità nell’alternare ansia, terrore, dolcezza e infine grande pathos e forza d’animo; dall’altro, l’elegante regia di Pablo Larraìn che, coadiuvato dal direttore della fotografia Darius Khondji, riesce a fare l’impossibile: rendere dignitosa la resa visiva di una sceneggiatura ai limiti del ridicolo. Se la miniserie conserva qualcosa del fascino degli scritti di King lo dobbiamo proprio agli sforzi del regista cileno: nel mondo di Boo’ya Moon, con i suoi paesaggi gotici e dark e le sue atmosfere dense di suggestioni (quello di Guillermo Del Toro è il nome che, per primo, salta alla mente), troviamo la concretizzazione dell’immaginario cui ci ha abituati il geniale scrittore statunitense, oltre che una eccellente resa metaforica dei principali snodi concettuali della storia.

In un mondo ideale (giusto per rimanere nell’ambito del fantastico e dell’inverosimile) potremmo scegliere di guardare queste meravigliose immagini togliendo il volume ed evitando di ascoltare ciò che dicono i personaggi. Nel mondo reale, invece, usciamo esausti e sopraffatti da una narrazione pesante nel suo trascinarsi per le circa 8 ore di visione e che infine culmina in un epilogo meccanico, innaturale nel suo voler essere commovente a tutti i costi, stanco nel suo tentare di tirare le fila di un racconto così confusionario.

La tentazione è quella di giungere alla ingenerosa constatazione che forse sarebbe opportuno che chi scrive narrativa si dedicasse alla narrativa e chi scrive cinema si dedicasse al cinema. Senza voler essere così estremi, evitando quindi di fare di tutta l’erba un fascio, ci limitiamo a rivolgere questo augurio al solo Stephen King: torna ai tuoi meravigliosi romanzi e gli adattamenti, per favore, fatteli scrivere da qualcun altro.

Guarda il trailer ufficiale de La Storia di Lisey

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La Storia di Lisey, serie in 8 episodi prodotta dalla Bad Robot Productions di J.J. Abrams e diretta da Pablo Larraìn, porta il marchio inconfondibile della penna di King: l’elemento soprannaturale irrompe nella cupa quotidianità dei personaggi, annullando il confine tra reale e fantastico. A questo si aggiunge una potente riflessione sulla creatività artistica e, in particolare, sulla responsabilità etica dello scrittore, investito dal suo stesso talento del compito di indagare le contraddizioni di una realtà ambigua e potenzialmente densa di forza maligna e (auto)distruttiva.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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