Il giallo investigativo è uno dei generi più visitati dalla nostra produzione seriale. Una lunga storia d’amore che va dal classico Le inchieste del commissario Maigret, con il mai dimenticato Gino Cervi, alle più recenti produzioni targate Rai e Mediaset (basta accendere la tv durante una delle prime serate delle due reti ammiraglie per imbattersi in Kostas o ne I fratelli Corsaro). Guardando la nostra televisione, sembrerebbe che tutti siano affetti dal germe del detective, sia le figure più scontate (Il commissario Montalbano) che le più inusuali (Don Matteo, con i suoi mitici pistolotti morali). Dopo anni di reiterazione della formula, applicata ai personaggi e ai contesti più disparati, ci sono state variazioni sul tema abbastanza fresche e interessanti, come L’ispettore Coliandro, con la sua sfacciataggine pulp, e I delitti del BarLume, che mescola alla trama investigativa una comicità demenziale sopra le righe.
Negli ultimi anni, con l’entrata in campo delle piattaforme, la proposta gialla su piccolo schermo, naturalmente, si è andata a moltiplicare, diversificandosi ulteriormente. Non è un mistero che i servizi di streaming cerchino ormai di fare breccia anche nel pubblico della nostra generalista, ovviamente declinando le peculiarità di queste produzioni alla loro vocazione glocal. Da annoverare fra gli esempi più riusciti troviamo, senz’ombra di dubbio, La legge di Lidia Poët, giallo in costume che romanza la vita della prima donna italiana iscritta all’Ordine degli avvocati. Una produzione targata Groenlandia (Hanno ucciso l’Uomo Ragno) arrivata alla sua seconda stagione, disponibile dal 30 ottobre su Netflix. Sei nuovi casi, per altrettanti episodi, che vedono il ritorno dei due creatori Guido Iuculano (Romulus) e Davide Orsini (Generazione 56K), affiancati questa volta alla scrittura da Flaminia Gressi (Inganno), e del produttore Matteo Rovere (Il primo re), che si alterna alla regia con Letizia Lamartire (Il Divin Codino) e Pippo Mezzapesa (Avetrana – Qui non è Hollywood).
Dove eravamo rimasti
È passato circa un anno da quando Lidia (Matilda De Angelis) ha deciso di rimanere a Torino per portare avanti la sua battaglia per i diritti delle donne, declinando l’offerta di Andrea (Dario Aita) di seguirlo in America (trovate qui la nostra recensione della prima stagione). Consigliata da Anna (Valentina Cervi, nipote del succitato Gino), moglie di un deputato progressista, la ragazza decide di convincere il riluttante fratello Enrico (Pier Luigi Pasino) a candidarsi in parlamento, affinché possa perorare la sua causa all’interno delle istituzioni. Nel mentre, altri intricati casi da risolvere attendono la brillante assistente legale, mentre l’ombra di un complotto sembrerebbe aleggiare su alcuni importanti nomi della politica nazionale. Non che sul fronte sentimentale le cose vadano tanto meglio, vista la rottura, apparentemente insanabile, con Jacopo (Eduardo Scarpetta).
La seconda stagione de La legge di Lidia Poët si apre catapultandoci in un nuovo status quo. La sensazione iniziale è quella di smarrimento, come se ci fossimo persi qualche puntata di raccordo tra questa annata e la precedente. Non ci vengono svelate immediatamente le motivazioni della brutta separazione tra Lidia e Jacopo, così come quelle dietro alla scelta di quest’ultimo di vendere la villa di famiglia, costringendo la famiglia Poët a trasferirsi in un appartamento nel bel mezzo della confusione cittadina, cosa per niente apprezzata né da Enrico né dall’esasperante moglie Teresa (Sara Lazzaro). Un nuovo contesto per ravvivare un po’ la situazione di contorno ai casi autoconclusivi che ci attendono, che vanno da una strana morte in un collegio di educande, all’assassinio di una guardia durante un’evasione dal carcere (in questo episodio, si segnala la presenza di Ernesto Mahieux, protagonista de L’imbalsamatore di Matteo Garrone).

Una trama orizzontale più prominente
Ma l’elemento di novità è portato anche da una trama orizzontale più prominente, che si collega direttamente al primo omicidio della stagione, quello del povero Attila Brusaferro; amico giornalista di Lidia e Jacopo venuto a conoscenza di una qualche oscura macchinazione, di cui scopriremo la vera natura solo durante la puntata finale. Oltre alla presenza di una più intricata trama ad ampio respiro, in questa seconda stagione si gioca anche di più con le figure storiche del nostro tardo ‘800. Sono presenti all’appello, infatti, volti noti dell’epoca come il criminologo Cesare Lombroso (Roberto Alinghieri), le cui discutibili teorie basate sulla fisiognomica saranno al centro di un caso riguardante uno spietato serial killer, e addirittura il presidente del consiglio del Regno d’Italia Agostino Depretis (Antonio Ribisi).
La legge di Lidia Poët, inoltre, ribadisce i punti forti dell’annata precedente, come l’ottima ricostruzione storica, con set e costumi di pregio, valorizzata da una fotografia dai colori vibranti, con una grana che ricorda la pittura puntinista e divisionista (Giuseppe Pellizza da Volpedo, anche lui piemontese, fu attivo proprio negli stessi anni). Una festa per gli occhi che viene messa in risalto soprattutto nel secondo episodio, dove i protagonisti si trovano a prendere parte a un ricevimento danzante organizzato dai genitori del nuovo fidanzato di Marianna (Sinéad Thornhill), la graziosa figlioletta di Enrico. Continuano i gustosi battibecchi tra Lidia e le sue controparti maschili (sia il fratello che Jacopo), sempre ben serviti dall’affiatato cast, su cui si erge il carisma strabordante della De Angelis. Anche a questo giro è presente l’immancabile triangolo amoroso, con il baffuto procuratore Fourneau (Gianmarco Saurino) al posto di Andrea. La legge di Lidia Poët si conferma un piacevole svecchiamento della classica fiction investigativa italiana, con una scrittura e una confezione appetibili anche per un pubblico internazionale.


