sabato, Settembre 18, 2021
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Kevin Can F**k Himself, recensione della serie con Annie Murphy

La recensione di Kevin Can F**k Himself, serie interpretata da Annie Murphy. Disponibile su Amazon Prime Video dal 27 agosto.

La situation comedy è uno dei generi più rappresentativi della serialità statunitense, la cui fortuna è dovuta, da un lato, alla sua solida codificazione, dall’altro al suo essere giocosa espressione del cosiddetto american way of life, inteso nella sua forma più idealizzata e quindi (almeno all’apparenza) scevra da contraddizioni. Trattandosi di un genere con poco margine di manovra dal punto di vista dell’originalità, la maggiore o minore riuscita di una sit-com è affidata al talento degli sceneggiatori e alla loro abilità nel rendere la caratterizzazione dei singoli personaggi sufficientemente interessante da indurre lo spettatore a proseguire una visione altrimenti monotona e ripetitiva.

Per questi motivi, l’operazione messa in atto da Kevin Can F**k Himself, miniserie in 8 episodi interamente disponibile su Amazon Prime Video dal 27 agosto e prodotta – tra gli altri – da Rashida Jones, non può che generare stupore in chi guarda. È possibile riuscire decostruire questo filone televisivo, stravolgendone i connotati e quindi le finalità? E, quando anche ci si avventuri in un’impresa del genere, è realistico riuscire a mantenere desta l’attenzione di chi guarda, intrattenendolo senza confonderlo? Ben presto, infatti, all’iniziale ammirazione si sostituisce un certo spaesamento che porta a domandarsi se il coraggioso tentativo di piegare un genere così semplice e diretto ad esigenze più profonde e autoriali si risolverà infine in una svolta rivoluzionaria o in una forzatura inutile.

Alison (Annie Murphy) è moglie devota di Kevin (Eric Petersen), un ometto estremamente superficiale. Gli amici Patty (Mary Hollis Inboden) e Neil (Alex Bonifer) assecondano il carattere esuberante di Kevin, allietando le giornate dei due coniugi con frequenti visite e “simpatici” siparietti. Ormai prossima al decimo anniversario di matrimonio, Alison ha una presa di coscienza: detesta suo marito. Soffocata dalla routine e dal ruolo di moglie comprensiva e accondiscendente, si ingegna per trovare una via di fuga. Ormai sull’orlo di una crisi di nervi, in preda ad una crescente insoddisfazione e macerata dalla paura e dalle scelte sempre più irresponsabili del marito, Alison metterà in discussione la sua intera esistenza, arrivando addirittura a prendere in considerazione una soluzione drastica (e criminale) ai suoi problemi.

Kevin Can F**k Himself si apre con la prima delle tante scene di vita domestica che costelleranno la serie e, dal momento che per descrivere la quotidianità dei protagonisti si sceglie di utilizzare tutti gli stilemi tipici del genere sit-com, siamo indotti a pensare di trovarci di fronte ad una produzione tra le tante, non troppo dissimile da La vita secondo Jim o Due uomini e mezzo. Inaspettatamente, nel momento in cui Alison, presa dai suoi dubbi, si ritrova da sola in scena, la miniserie cambia registro visivo e narrativo: i toni si fanno più realistici, la luce più cupa, i movimenti di macchina più “arditi”, l’interpretazione dei personaggi più mimetica. Questo switch, che porta la serie a virare verso un genere più dark (senza mai, comunque, eccedere nei toni drammatici, che vengono ogni volta smorzati da situazioni grottesche ed auto-ironiche), rende Kevin Can F**k Himself un prodotto unico nel suo essere ibrido e al di fuori di qualsiasi categorizzazione netta.

Annie Murphy as Allison – Kevin Can F*** Himself _ Season 1, Episode 1 – Photo Credit: Jojo Whilden/AMC

In Kevin Can F**k Himself, la continua e perseverante alternanza tra commedia leggera e dramma esistenziale può divertire, ma soltanto finché si tratta di una novità. L’effetto straniante, dopo poco, è assicurato: quanto ci viene suggerito sul passato di Kevin e sul suo atteggiamento prevaricante getta una luce oscura e inquietante sulle scene comiche di cui è protagonista. Il suo atteggiamento da bambinone diventa sempre più intollerabile, tanto da farci sospettare che dietro la facciata rassicurante si celi in realtà qualcosa di intrinsecamente mostruoso. L’inquietante contraddittorietà di Kevin, che emerge a poco a poco e in maniera sottile, è l’elemento più interessante della serie; peccato che questa brillante intuizione venga penalizzata da una struttura eccessivamente dicotomica, divisa nettamente in due linee narrative che sembrano aver poco a che fare l’una con l’altra. Peraltro, dal momento che le sequenze con protagonista Alison sono molto più interessanti delle altre, si prova anche una certa fatica a sopportare la comicità volutamente fastidiosa e sopra le righe dei personaggi maschili. Non è da escludere che questo stato d’animo fosse esattamente ciò che gli autori della serie volevano indurre nello spettatore, ma forse si è esagerato: la tentazione, ogni volta, è saltare direttamente alla scena successiva per sfuggire alla noia.

Molto più che la noia, tuttavia, il sentimento dominante è la confusione. Preso atto dell’insolita struttura della serie e superato l’iniziale sbigottimento, è abbastanza immediato intuire che l’ambizione fosse quella di costruire una satira sulla televisione e, per esteso, una critica al vetriolo ad alcuni cliché (in particolare quello relativo alla subalternità della donna) tollerati dagli spettatori di un certo tipo di serialità in nome di qualche risata rassicurante e a buon mercato. Questa chiave di lettura è racchiusa nel titolo stesso della serie, palese riferimento alla sitcom Kevin Can Wait dove, non a caso, la protagonista femminile viene “fatta fuori” (letteralmente) tra una stagione e l’altra.

Dalla critica meta-televisiva a quella più puramente sociale, il passo è breve: stupire per risvegliare le coscienze, fare “giochi di prestigio” narrativi per far riflettere, ridere per dissociarsi da una società fatta di benpensanti frustrati e di mogli alla deriva, incoraggiate dalla morale comune ad accontentarsi di essere sposate con un idiota pur di non rimanere da sole. Le stesse che poi, magari, si ritrovano a sorridere di fronte alle vicissitudini amorose dei “Rachel e Ross” di turno. Tutto ciò è encomiabile, o forse no: una televisione impegnata e intelligente è auspicabile, un po’ meno lo è tentare di dare una lezioncina di morale (nemmeno troppo riuscita) a chi, forse, gradirebbe rilassarsi per mezz’ora senza necessariamente trovarsi davanti un’opera a tesi contro la misoginia. Quando un medium viene piegato meccanicamente ad una serie di concetti astratti e pretenziosi, l’intrattenimento viene meno, cedendo infine il passo alla monotonia e ad un esasperato “E quindi?”. A maggior ragione se ci si rende conto che, nel tentativo di ridicolizzare gli stereotipi di un genere, ci si serve di altri stereotipi (quelli, appunto, della dark comedy), come se gli uni fossero più accettabili degli altri.

Con la sua eccessiva schematicità, Kevin Can F**k Himself finisce per non essere né carne e né pesce, prendendo il peggio sia di ciò che vorrebbe criticare che di ciò a cui vorrebbe aspirare, risultando un’opera confusionaria e così pesante da farci provare un’inaspettata nostalgia per le sit-com vecchio stampo, oneste nel loro presentarsi esattamente per ciò che sono, senza pretese di originalità o sperimentalismo.

Guarda il trailer ufficiale di Kevin Can F**k Himself

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con la sua eccessiva schematicità, Kevin Can F**k Himself finisce per non essere né carne e né pesce, prendendo il peggio sia di ciò che vorrebbe criticare che di ciò a cui vorrebbe aspirare, risultando un’opera confusionaria e talvolta pesante.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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