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Il Simpatizzante, recensione della serie di Park Chan-wook con Robert Downey Jr.

Tratta dall’omonimo romanzo di Viet Thanh Nguyen, vincitore del premio Pulitzer, Il Simpatizzante arriva in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW dal 20 maggio.

Gli americani la chiamano Guerra del Vietnam. I vietnamiti, la Guerra Americana. Comincia così, con l’apprezzabile asciuttezza di un bell’incipit, Il Simpatizzante, la miniserie HBO in sette puntate di un’ora ciascuna, disponibile per il pubblico italiano su Sky e in streaming su NOW dal 20 maggio. Adattamento per il piccolo schermo dell’omonimo romanzo (The Sympathizer) scritto da Viet Thanh Nguyen nel 2015 e nel 2016 vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa. Il prestigio del romanzo chiamava un adattamento “pesante”, nei nomi e nello spessore (formale, tematico). Non si poteva parlarne altrimenti – la miniserie è bilingue e se ne vedrà poi la ragione – perché l’iniezione di relativismo della citazione tradisce ciò che sta più a cuore ai creatori di questo atteso e non del tutto riuscito dramma storico, Park Chan-wook (Old Boy, Decision to Leave) e Don McKellar. Ricordarci, cioè, che esistono diversi modi di raccontare una storia. Tanti, quanti sono gli occhi che la vivono e la osservano.

Ce ne sono di tutti i tipi: occhi americani, occhi vietnamiti o presi un po’ nel mezzo. Occhi che partecipano delle speranze e dei rimpianti di entrambi i mondi. Il Vietnam, al cinema e in tv, in un’ottica contestataria o di sostegno alla causa (John Wayne), lisergico (Coppola) o imbevuto di un respiro universale (Cimino, Kubrick), è sempre stato la storia di una parte. Occidentale e americana, la prospettiva imperante, con poco spazio per gli altri, per il nemico. Il nemico vincitore, anche se c’è poco da festeggiare. Il Simpatizzante cerca di spostare l’asse della conversazione, ci riesce, raccontando la guerra e le sue conseguenze dal lato vietnamita… ma non solo. Mette al centro della scena i tormenti e la ragnatela di doppie, triple (in) fedeltà di un protagonista – lo interpreta il molto bravo e poco conosciuto Hoa Xuande (Cowboy Bebop) – in bilico. Accanto, gli sistema l’americanissimo Robert Downey Jr., che per l’occasione si fa in quattro.

Un uomo a metà, tra Vietnam e Occidente

In principio erano i francesi, poi sono venuti gli americani. La storia del Vietnam nel XX secolo è segnata dal traumatico incontro/scontro con l’Occidente. Così è anche per il retaggio del protagonista. Non sappiamo il suo nome ma è proprio questo il punto perché, a un livello di spietata autoanalisi esistenziale, non lo sa nemmeno lui. Il Simpatizzante lo accompagna sotto il nome fittizio di Capitano (Xuande). È un uomo a metà, tirato per la giacca da un doppio debito di fedeltà. Verso il paese delle origini, la sua terra e il posto dove ha sempre vissuto sua madre: il Vietnam. E verso l’Europa, il capitolo più opaco della sua biografia. Come siano andate le cose non è chiaro. Suo padre veniva da lì, probabilmente dalla Francia, e infatti tutti si fanno beffe di lui e lo chiamano mezzosangue. Il Capitano non gradisce ma nella sua storia il Vietnam è il punto di arrivo e il punto di partenza; in mezzo c’è dell’altro.

La complessità della miniserie comincia proprio dal tempo e dal modo in cui viene raccontato. Non c’è nulla che somigli a una naturale progressione passato-presente-futuro. Il presente, o ciò che più gli si avvicina, è la reclusione in un campo di rieducazione vietnamita – la guerra è finita, i comunisti hanno vinto, il paese è di nuovo uno e indivisibile – e qui è dove il Capitano prigioniero racconta la sua storia, perché nessuno crede che sia ciò che dice di essere, cioè un agente nordvietnamita infiltrato nel Sud. Da questo momento in poi è un continuo avanti e indietro nel tempo, con la storia che letteralmente si ferma e si arrotola, se lo richiede la situazione, come una videocassetta. McKellar e Chan-wook sanno che il tempo esiste, ma solo nel modo in cui lo sperimentiamo dentro di noi. E il tempo interiore, il tempo percepito, non è mai lineare, piuttosto un minestrone (un eterno presente) di attimi intrecciati in maniera apparentemente illogica.

E così, facciamo conoscenza con il Capitano nel campo vietnamita, poi bambino con la madre; un attimo dopo, lo ritroviamo spia rossa infiltrata a Saigon a pochi giorni dalla caduta (1975), a fianco di un discutibile Generale (Toan Le) delle forze del Sud. Con lui andrà in esilio, insieme all’amico Bon (Fred Nguyen Khan), a Los Angeles. In America, allaccia una relazione con una segretaria nippo-americana un po’ più grande, Sofia (Sandra Oh), mentre è attratto dalla figlia del generale, Lana (Vy Le). E poi c’è Downey Jr., cui la sorte ha assegnato quattro personaggi, quattro mentori, quattro padri spirituali, quattro diavoli tentatori. Perché tocchi proprio all’attore americano, e cosa significhi, bisogna spiegarlo, perché altrimenti non si riesce a capirlo, Il Simpatizzante. Nei pregi e negli altrettanti difetti.

Tante idee, forse troppe. Quando l’ambizione non paga

La scelta di affidare allo stesso (grande) attore – anche produttore, qui – quattro ruoli contemporaneamente nasconde un intento simbolico che per la verità non ha nulla di misterioso o inaccessibile, ma è bene chiarirlo lo stesso. Robert Downey Jr. è Claude, l’agente della CIA che sorveglia il Capitano, a Saigon e poi in America. Il suo mentore accademico, il Professor Hammer. Ned Goodwin, membro del Congresso, conservatore e molto interessato alla comunità degli espatriati. E Niko Damianos, autore in stile Nuova Hollywood che gira un film sul Vietnam e vuole il Capitano come consulente esterno, per amore di verosimiglianza. Un attore, quattro personaggi. Oltre le differenze caratteriali, nella varietà delle acconciature e nei vezzi di stile, c’è in comune lo sguardo: maschio, bianco, occidentale e imperialista.

Sono la maschera del colonizzatore, il mostro a quattro teste, gli archetipi di una civiltà che non ha remore a proclamarsi centro di tutto e che liquida i rapporti con il mondo “altro” in un’ottica di servilismo e sopraffazione. Il Capitano allaccia con loro una morbosa relazione di odio/amore, attratto com’è da un mondo occidentale che pure lo disgusta. Si sente un estraneo, facendone ugualmente parte. In effetti, non c’è nulla di quello che ci mostra Il Simpatizzante che non brilli di una sinistra, problematica ma inevitabile dualità. Robert Downey Jr. porta brio, una luce sorniona e autoironica, carisma e una certa parte di vanità, perché è chiaro che il suo passaggio sulla serie ha un (neanche troppo nascosto) senso di autocelebrazione. Arriva nell’anno dell’Oscar per Oppenheimer, e non è escluso che lo conduca verso altri prestigiosi riconoscimenti.

Il gioco di prestigio di Downey Jr. è l’amo di lusso che avvicinerà molti spettatori alla serie. Nella sua esuberante vitalità, nell’eclettismo dei toni e dei registri espressivi, è anche un involontario elemento di disturbo. Aggiunge complessità a complessità e distrae dal cuore (emotivo) del racconto. Park Chan-wook e Don McKellar, con Il Simpatizzante, hanno messo in piedi una serie incredibilmente ambiziosa ma anche caotica e squilibrata. C’è (e si parla di) tanto, forse troppo. Satira anti imperialista, malinconica riflessione sui guasti del colonialismo, accenno alla fragilità di ogni ideologia, tentativo di riscrivere la storia del Vietnam in senso non esclusivamente occidentale. In più, esposizione dei traumi di un’identità scissa – perché il Capitano, nato in Vietnam ma con un retaggio occidentale, è ovunque a casa e dappertutto straniero – e promemoria utile per ogni occasione: tutto è storytelling.

Il Capitano parla della sua vita e intanto organizza, monta, taglia, riavvolge, cuce, chiarisce, addirittura raccontando fatti dei quali non è mai stato testimone. Perché la vita non esiste, c’è solo la vita come la raccontiamo agli altri, aderendo a convenzioni e regole di uno storytelling esistenziale che toglie punti di riferimento e moltiplica l’ambiguità. Serviva più coerenza e rigore per pareggiarne le ambizioni, e invece Il Simpatizzante sceglie la strada del coraggio senza equilibrio. Vale anche a livello strutturale: i sette episodi, ognuno costruito su un tono e un’atmosfera particolare – ora onirica, ora comica, ora più asciutta, ora sporca e violenta – spiegano bene la confusione della vita, ma non sanno dominarla.

Guarda il trailer ufficiale de Il Simpatizzante

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Hoa Xuande restituisce con disinvoltura e un’emotività mai ruffiana e urlata il caos esistenziale del Capitano. Non ha il prestigio e la popolarità di Robert Downey Jr., ma forse proprio per questo i due sono così affiatati in scena. Partecipano, con i rispettivi background e il notevole talento, della dualità di una miniserie che ha più idee di quanta sia la capacità di sostenerle con coerenza. La creatività sfilacciata, la mano autoriale dietro le quinte, assicurano un intrattenimento intelligente, che fatica a venire a patti con la sua profondità in maniera coerente.

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