Si potrebbe fare una serie solo su quello che ha portato al concepimento de Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere. A partire dalla causa legale tra Warner Bros., possessore dei diritti televisivi sulle opere di J. R. R. Tolkien, e Tolkien Estate, la società rappresentante gli eredi, conclusasi solo a luglio 2017, fino alla “vittoria” di Amazon, che con l’investimento di 250 milioni di dollari superò gli altri pretendenti e iniziò i lavori per realizzare lo show più costoso mai fatto.
Gli episodi successivi potrebbero parlare della sua lavorazione, tra la scelta del team, a partire dagli showrunner, J. D. Payne e Patrick McKay, il nome di punta tra la squadra dei registi, J.A. Bayona, la cui eredità è stata raccolta nella seconda stagione da Charlotte Brändström (Shōgun, The Witcher), e i mille interrogativi sul materiale letterario da cui avrebbe preso spunto, giungendo alle polemiche sul casting (sulle quali, per pudore, glisseremo, abbiate pietà). Il gran finale riguarderebbe un’accoglienza incredibilmente divisoria, con da una parte le critiche asprissime di stampa specializzata e fan e dall’altra dei numeri incredibili, che ci dicono la première abbia collezionato 25 milioni spettatori in tutto il mondo nelle prime 24 ore di disponibilità.
Premesse che hanno reso Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere una serie evento da tutti i punti di vista, che nella sua seconda stagione, debuttante il 29 agosto con i primi tre episodi, doveva convincere tutti gli scettici (non pochi) e migliorare i risultati della prima parte. Le frecce al suo arco sono l’esperienza, una origin story fondamentale, tutta da affrontare, l’arrivo di personaggi mitici (in primis il Tom Bombadil di Rory Kinnear) e lo sviluppo delle conseguenze dei più grandi cambiamenti rispetto ai libri, coma la figura di Adar (ora con il volto di Sam Hazeldine), l’arrivo dello Straniero (Daniel Weyman) e la creazione dei tre anelli degli Elfi prima di tutti gli altri.

Dove eravamo e come siamo ripartiti
Posto l’assunto che “adattamento” non vuol dire “trasposizione 1:1”, che qualsiasi testo non sarà mai abbastanza sacro da non poter essere “reinterpretabile” e che infatti anche il giustamente osannato lavoro di Peter Jackson contiene cambiamenti più o meno sostanziali, è indubbiamente condivisibile che Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere abbia approcciato al mondo di Tolkien cercando come prima cosa un proprio taglio. Un taglio ragionevolmente lontano dall’interpretazione precedente, pur sapendo di dover pagare ad essa un tributo (basti pensare al personaggio che narra il prologo).
Nel farlo, oltre a degli spunti interessanti legati alla contemporaneità, come la questione razziale e la multidimensionale definizione di Male, coniugato con la tematica tutta tolkeniana della contaminazione continua tra esso e il bene (personificato nella Galadriel di Morfydd Clark e esplicitata nella love story con L’Oscuro Signore), la prima stagione ha però peccato a livello di struttura del racconto, buttando un poco via un world building inizialmente ben settato a livello di tono e registro.
Il secondo arco riparte da ciò e cerca di farne tesoro, concentrandosi molto di più su Sauron (Charlie Vickers), che sveste i panni di Halbrand per acquisire quelli del più noto Annatar, e sulla vicenda che lo lega alla sacra terra di Eregion, comandata da Lord Celebrimbor (Charles Edwards) e confinante con il regno del principe Durin IV (Owain Arthur). Intorno a questo nucleo narrativo si muove il resto, dalle vicende tipicamente umane di Numenor dopo il ritorno della spedizione guidata da Elendil (Lloyd Owen), fino alla guerra di emancipazione degli Uruk nella neo creata Mordor, passando per le avventure a Rhûn che coinvolgono l’uomo-meteorite, Nori (Markella Kavenagh) e Poppy (Megan Richards), senza dimenticare la diaspora dei vecchi alleati di Morgoth rimasti vivi guidati da Arondir (Ismael Cruz Cordova).
Non dimentichiamoci però che “se dici Sauron dici Anelli” e dunque ecco che, come ampiamente pronosticabile – anche vista la scelta con la quale sono stati fatti anzitempo comparire all’interno di questa reinterpretazione della mitologia tolkeniana -, essi diventano, con lui, i protagonisti della seconda stagione. I tre anelli, quelli creati nello scorso final season, che appartengono agli elfi e che tra gli elfi creeranno un solco che porterà alla prima grande divisione riguardo la visione del potere, tra chi pensa che i rischi siano accettabili se rapportarti ai benefici e chi invece no, perché nulla può bilanciare una forza in grado di sottrarre qualsiasi tipo di volontà. Una divisione così profonda da portare anche due potenze come Elrond (Robert Aramayo) e l’Alto Re Gil-Galad (Benjamin Walker) a divergere.

Una serie ancora dai troppi volti
La quantità di story line e di personaggi descritti poco sopra dovrebbe bastare a farvi capire la complessità di una serie come Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere, la quale però, concedetecelo, non fa granché per aiutarsi in questo senso, continuando a voler fare troppe cose tutte insieme, anteponendo la soddisfazione universale di tutti i tipi di fan rispetto alla definizione di una propria forma. Come prigioniera delle difficoltà legate al trattamento del mondo di riferimento e schiava di un adattamento precedente a cui stavolta va incontro troppo spesso.
Ecco quindi che i primi problemi nascono da una gestione a tratti confusionaria del tanto materiale, che spesso non si amalgama in modo naturale, ma anzi è costretto a ricorrere a delle formule televisive banali e a volte piuttosto pigre, per far quadrare il tutto. Questo rende l’inserimento di volti nuovi un po’ posticcio e lo sviluppo meccanico, per non dire forzato, di quelli vecchi. Un sovraccarico di intenzioni che costringe la serie ad essere spesso in affanno e alla ricerca di continue ancore di salvataggio e che penalizza persino il protagonista assoluto, il deus ex machina, il sempre più machiavellico Oscuro Signore, in netto miglioramento rispetto alla sua insufficiente versione precedente, ma probabilmente ancora divisivo nello sviluppo.
Una difetto che riguarda anche diversi altri personaggi (più o meno centrali) molto discontinui come la sceneggiatura della serie stessa, che stavolta raggiunge picchi non visti nella prima stagione, ma anche profondissimi bassi. Un peccato perché alcuni protagonisti sono invece consolidati (come Elrond e il principe Durin), gli elementi tematici ci sono e sono proposti sulla carta in modo sufficiente. C’è l’evoluzione di quel rapporto a metà tra opposizione e attrazione nei riguardi di un Male in continua espansione e sempre più insito nella natura umana grazie alle sue mille forme (in primis l’ambizione), in linea con la metafora del “germe Sauron” e l’impossibilità di scacciarlo. La sensazione è però che anche in questo caso non si riesca a trovare la formula giusta per rendere il tutto strutturalmente legato in modo definitivo alle vicende e all’universo.
Una stagione piena di montagne russe, questa seconda de Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del Potere, anche nella messa in scena, che va da buone prove di regia e da momenti visivamente topici (ci sono due puntate in particolare molto soddisfacenti e importanti dal punto di vista del comparto VFX, ma anche dei lavori sulla prostetica e sul trucco notevoli) e altri, semplicemente, non credibili. In conclusione, una serie che fatica ancora a trovare un suo ordine e un suo tono deciso (sempre il famoso taglio che era la prima cosa che si era provato a trovare), incostante in diversi personaggi e per ancora diversi tratti incapace di restituire la potenza del mondo di Tolkien, forse perché ancora non perfettamente in grado di metterla a fuoco. Un’impresa quindi ancora impossibile, ma che vorremmo comunque continuare a tenere d’occhio.


