Il celebre fumettista e critico cinematografico a tempo perso Roberto Recchioni, commentando sulle sue pagine social il successo al botteghino de La stranezza di Roberto Andò, scrisse come fossero queste le vere IP italiane capaci di attirare l’attenzione del grande pubblico: autori e classici della nostra letteratura, raccontati sullo schermo attraverso un registro che strizza l’occhio al pop. Un calibrato mix di cultura alta e bassa, dove un Luigi Pirandello interpretato da Toni Servillo, frequentatore assiduo di certo cinema d’autore, interagisce con i due farseschi personaggi dei comici Ficarra e Picone.
I “brand” impressi nell’immaginario collettivo nostrano, quindi, sarebbero nomi a noi familiari sin dal periodo trascorso sui banchi di scuola, più ancora di qualsiasi fumetto (la fallimentare trilogia dedicata a Diabolik diretta dai Manetti Bros., per non parlare del Dampyr della neonata Bonelli Entertainment). Sembrerebbe averlo capito anche il colosso dello streaming Netflix, pronto a riportare sui nostri schermi, a partire dal 5 marzo, Il Gattopardo, questa volta adattato in una serie evento in sei episodi. Una rivisitazione moderna del capolavoro letterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da tutti studiato durante le superiori, magari in uno sforzo interdisciplinare fra letteratura italiana e storia, se nel mentre si era arrivati a coprire anche il periodo del Risorgimento.
Una coproduzione italo-britannica con al timone lo showrunner Richard Wardlow (Ripper Street, The Serpent), anche sceneggiatore assieme al connazionale Benji Walters (Noughts + Crosses, Ossessione). Dietro alla macchina da presa in quattro degli episodi troviamo il navigato professionista Tom Shankland, con all’attivo puntate di House of Cards e The Punisher, che si alterna alla regia con gli italiani Giuseppe Capotondi (Suburra – La serie, Blocco 181) e Laura Luchetti (Nudes, La bella estate).

La reinterpretazione di un classico
Le vicende de Il Gattopardo si svolgono nella Sicilia del 1860, alla vigilia dello sbarco dei Mille, guidati da Giuseppe Garibaldi, al porto di Marsala. Don Fabrizio Corbera (Kim Rossi Stuart), principe di Salina, è uno dei più importanti esponenti della nobiltà locale, espressione dell’ancien régime borbonico. Con gli sconvolgimenti politici in vista, che porteranno all’unificazione d’Italia, il nobiluomo dovrà cercare di instaurare nuove alleanze, un tempo impensabili, con l’obiettivo di preservare i privilegi e l’influenza di cui gode la sua antica famiglia. Strumentale nel raggiungimento di questo scopo sarà il nipote Tancredi (Saul Nanni), giovane scavezzacollo che si unisce da subito alla rivoluzione garibaldina, seguendo il mantra “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Un epico dramma in costume fra tumulti popolari, triangoli amorosi e sfarzosi ricevimenti danzanti.
Partiamo affrontando l’elefante nella stanza, prendendo in prestito un modo di dire anglosassone perfetto per questa occasione. Stiamo parlando del paragone con l’omonimo capolavoro diretto da Luchino Visconti, vincitore della Palma d’oro a Cannes nel lontano 1963 e ritenuto da molti come uno dei più grandi film della storia del cinema. Un confronto, per chi scrive, totalmente impari e ingiusto, se si considerano le diverse ambizioni e il target per cui è stato pensato questo adattamento seriale.
L’approccio di questo nuovo Gattopardo è rivelato sin da subito, con un’esaustiva didascalia volta a illustrare il contesto storico e politico della vicenda; un approccio portato avanti per tutta la serie, dove niente è lasciato sottinteso, ma esplicato in modo chiaro e diretto. Il Gattopardo è una produzione che vuole risultare, prima di tutto, accessibile al maggior numero di spettatori, anche a un pubblico molto giovane e dalla provenienza internazionale, magari con poca dimestichezza con la nostra storia.

Una serie contemporanea ben confezionata
Parlavamo prima di un registro che strizza l’occhio al pop, ed è proprio questa filosofia a essere sposata da Il Gattopardo di Netflix. Una reinterpretazione pop e moderna, che incorpora anche derive spaghetti western e formule della narrativa young adult. Ascrivibile sotto quest’ultima categoria è il grande spazio riservato al triangolo amoroso fra Tancredi, Concetta (Benedetta Porcaroli) e la prorompente Angelica (Deva Cassel, figlia di Vincent e di Monica Bellucci).
Un elemento lasciato più sullo sfondo nella pellicola di Visconti, dove la centralità e la prospettiva del personaggio del principe di Salina non venivano mai adombrate. Concetta, figura precedentemente sbiadita e relegata in secondo piano, è qui fondamentalmente elevata allo status di coprotagonista, con una caratterizzazione che più si avvicina a una moderna e decisa giovane donna. Questa ricerca di appeal nei confronti del pubblico più giovane è anche denotata dai volti scelti per interpretare i suddetti personaggi, che non sfigurerebbero in produzioni più smaccatamente teen oriented.
Dal punto di vista della messa in scena, Il Gattopardo, pur contando su un ricco budget per gli standard televisivi, non riesce a eguagliare le complesse scene di massa del nobile predecessore, soprattutto per quanto riguarda il caos della rivolta garibaldina. Nonostante questo, la confezione è sicuramente realizzata con professionalità, in linea e forse superiore a quella di produzioni simili, come la recente I Leoni di Sicilia. La fotografia del danese Nicolaj Brüel opta per toni crepuscolari, spesso illuminando le scene con una luce dorata tenue, quasi sbiadita, simbolo di un’età dell’oro ricca e opulenta, ma che sta lentamente svanendo: quella della nobiltà siciliana. Naturalmente non si toccano le vette compositive e cromatiche della raffinata fotografia pittorica del grandissimo Giuseppe Rotunno, ma il risultato è sicuramente efficace e piacevole.
Il Gattopardo è una buona produzione seriale contemporanea, pronta a introdurre una nuova generazione al capolavoro letterario di Tomasi di Lampedusa, o anche a farlo semplicemente riscoprire in una versione diversa a chi avesse già familiarità con il soggetto.
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