sabato, Febbraio 27, 2021
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Hunters, recensione della serie con Al Pacino prodotta da Jordan Peele

Hunters è la nuova serie prodotta da Jordan Peele (regista Premio Oscar di Scappa – Get Out e Noi) pronta ad invadere la piattaforma di streaming Amazon Prime Video a partire dal prossimo 21 febbraio in dieci episodi. Un prodotto anarchico, sopra le righe, iper-cinetico e pop grazie alla presenza di un cast ammirevole (Logan Lerman, Jerrika Hinton, Josh Radnor, Kate Mulvany, Tiffany Boone, Greg Austin, Louis Ozawa Changchien, Carol Kane, Saul Rubinek, Dylan Baker e Lena Olin) orchestrato da un magnetico Al Pacino, di nuovo in un ruolo televisivo di primo piano dopo la parentesi cinematografica scorsesiana di The Irishman.

Ambientato nella New York del 1977, Hunters racconta di un eterogeneo gruppo di cacciatori di nazisti. I cacciatori – The Hunters, appunto – hanno scoperto che centinaia di ufficiali nazisti di alto rango si nascondono tra le persone comuni, cospirando per creare il quarto Reich negli Stati Uniti. L’eclettico team si avventura in una sanguinosa ricerca per assicurare i nazisti alla giustizia e ostacolare il loro nuovo piano genocida.

Rielaborando delle premesse storiche grazie al potere creativo dell’immaginazione iperattiva, Peele e David Weil (creatore della serie oltre che produttore esecutivo e co-showrunner al fianco di Nikki Toscano) sono riusciti nell’impresa di ri-maneggiare il corso degli eventi, adattandoli a un mondo narrativo figlio della miscellanea di generi e strettamente connesso con gli eccessi dimensionali del fumetto. Il risultato è un prodotto televisivo innovativo, complesso e di qualità, senza però mai perdere di vista la parola chiave per conquistare il cuore – e la curiosità – del pubblico: l’intrattenimento.

Hunters – di cui abbiamo visto i primi due episodi – riesce ad adattare una sceneggiatura articolata ed impeccabile per il gusto del grande pubblico on demand, consumatore bulimico e giornaliero di serie tv e campione olimpionico di binge watching. La formula irresistibile dietro la serie passa per la commistione di generi, per la capacità caotica di mescolare insieme il thriller, il crime, l’argomento storico-bellico con un gusto grottesco puntellato qua e là da incursioni d’umorismo al vetriolo: il prodotto finale è, a tutti gli effetti, un pulp, ovvero un “guazzabuglio” stilistico – e contenutistico – che unisce influenze diverse lasciando galoppare selvaggiamente la fantasia.

Un cast in perfetto stato di grazia contribuisce a rendere carnali i parti dell’immaginazione di produttori e autori; man mano che irrompono sulla scena, i personaggi si configurano come delle “maschere” fisse, dei characters talmente particolari, definiti e inconfondibili da sembrare il frutto perfetto di un innesto tra fumetto e cinema. La nona e settima arte trovano in Hunters un punto d’incontro privilegiato, un anello di congiunzione capace di adattare alla dinamicità delle immagini l’anarchia gioiosa e difficile da contenere nei tratti del disegno o nei confini delle gabbie sulla pagina patinata.

La regia degli episodi riflette il gusto pulp che permea l’intera operazione: movimenti di macchina arditi ed estetizzanti, equilibrio stilistico nella costruzione delle inquadrature (e nella composizione della fotografia), gusto pop art da fumetto si affiancano a una perfetta ricostruzione degli USA degli anni ’70, corredati da un perfetto equilibrio di costumi, trucco e parrucco; il risultato è eccitante, grottesco, eccessivo ma pronto a celare dietro la propria patina intrisa di pop culture insidianti dubbi etici e domande esistenziali.

Quant’è labile il confine tra bene e male? E se quest’ultimo, pur essendo un modo per perpetuare il bene (parafrasando Goethe), richiedesse talvolta un prezzo troppo alto? Quanto costa la perdita dell’innocenza e qual è il prezzo per i propri peccati? Sembrano essere questi alcuni dei dilemmi che Hunters è pronta a sollevare, senza dimenticare il ritmo rutilante e l’eccesso estetizzante che ne fanno, di sicuro, uno dei prodotti televisivi più interessanti del momento.

Guarda il trailer ufficiale di Hunters

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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