giovedì, Febbraio 22, 2024
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Homecoming Stagione 2, recensione della serie Amazon con Janelle Monaé

La serialità non è solo contraddistinta dall’articolazione narrativa di una storia in più stagioni. Ci si imbatte infatti, sempre più spesso, in serie autoconclusive che non hanno l’ambizione di alimentare un complesso universo narrativo capace di persistere ed ampliarsi negli anni a venire. A volte queste serie rimangono un unicum, quindi non vengono sviluppate, come volere dei propri autori, ed è il caso (fino a prova contraria), ad esempio, di The Eddy di Netflix, a cui ha contribuito anche il premio Oscar Damien Chazelle; talvolta si evolvono divenendo “serie antologiche” come nel caso di True Detective di Nic Pizzolatto, dove ogni stagione affronta una storia differente, con conseguente cambio di personaggi; a volte invece vengono proseguite quasi forzatamente, anche se la stagione precedente si era sostanzialmente conclusa da sé, ed è questo il caso della seconda (ed ultima?) stagione di Homecoming, che sarà disponibile dal 22 maggio su Amazon Prime.

Rispetto alla prima stagione, la seconda vede il coinvolgimento di Julia Roberts e del regista Sam Esmail (Mr. Robot) esclusivamente come produttori esecutivi. Un aspetto che denota da una parte la scelta dei due artisti di continuare a dare garanzie di qualità al prodotto – anche se non coinvolti personalmente nel progetto da un punto di vista squisitamente creativo – e dall’altro la necessità della serie a prendere le distanze da una prima stagione difficilmente eguagliabile da un punto di vista della qualità filmica, per cercare di non “scimmiottare” quanto fatto sotto l’egida di Esmail ma di intraprendere altre strade.

Nonostante le nobili intenzioni, però, a visione ultima la sensazione è che la seconda stagione di Homecoming abbia optato per una struttura narrativa e visiva decisamente troppo convenzionali, privilegiando i cliché tipici del genere thriller a discapito di un atteggiamento più autoriale. A questo si deve aggiungere anche il fatto che la stagione, anziché proporre una storia alternativa e nuova rispetto a quella raccontata in precedenza, scelga di proseguire la stessa linea narrativa (anche se, è bene specificarlo, gli eventi sono osservati da un punto di vista differente). Infatti, nonostante le apparenze e la volontà di discostarsi dagli ingombranti episodi precedenti, la seconda stagione inizia laddove finiva la prima, cercando – ahinoi – di sciogliere i nodi rimasti insoluti (tra le altre cose, uno degli aspetti migliori della prima stagione).

La narrazione ruota intorno a una giovane donna (Janelle Monaé) che si risveglia su una piccola imbarcazione fluttuante sulla superficie di un lago. Non ricorda come è arriva fin lì, ma soprattutto non ricorda il suo nome. Con sé ha solo un documento e una fotografia dai quali evince di essere una veterana di guerra. Cercando di scoprire chi l’ha rapita e lasciata (priva di memoria) sull’imbarcazione, la donna dopo una serie di peripezie giunge presso la sede di un’azienda che all’apparenza produce saponi, fondata dall’anziano Leonard Geist (Chris Cooper), il quale è intento a soffocare, grazie al supporto del suo “braccio destro” Audrey Temple (Hong Chau), un’inchiesta governativa su un misterioso ramo dell’azienda che con i saponi ha poco a che fare. Intanto, in California, il veterano Walter Cruz (Stephan James) sta cercando di reinserirsi nella società, non senza problemi.

La trama si infittisce, nella seconda stagione di Homecoming, ma la domanda che a visione ultima ci si pone è la seguente: ne valeva davvero la pena? Benché Eli Horowitz e Micah Bloomberg tornino a vestire i panni di showrunners, le 7 puntate che caratterizzano la stagione – seppur contraddistinte da qualche passaggio avvincente, specie nelle prime due puntate, e un paio di colpi di scena azzeccati – non riescono a imporsi per originalità, risultando – volutamente, è chiaro – derivative rispetto alla prima stagione, e nel complesso meno interessanti (era davvero necessario spiegare tutto, o quasi, per filo e per segno? Per noi, assolutamente no).

I limiti dell’operazione a livello narrativo si sommano anche a quelli a livello di regia. Anche in questo caso, come nella prima stagione, è stato scelto un unico regista per dirigere tutte le puntate. Ma, se nel caso di Sam Esmail la scelta era stata determinata dalla volontà di dare alla serie una conformità stilistica prettamente autoriale, nel caso di questa seconda stagione le redini vengono affidate a un regista con meno ambizioni, Kyle Patrick Alvarez (già autore di alcuni episodi di 13 Reason Why), che si limita al “compitino ben fatto”, senza apportare alcuna soluzione estetica originale.

Con questo non si vuole affermare che la seconda stagione di Homecoming sia brutta in senso assoluto. Se la si prende singolarmente, è innegabile il fatto che mantenga costantemente alta la tensione e che sappia modellare abilmente i topoi classici del thriller, ragione per cui un amante del genere può anche ritenersi soddisfatto dalla visione; ma se la si considera invece in continuità rispetto alla prima stagione e – come è giusto fare – in relazione alla prima stagione, è chiaro che i limiti dell’operazione sono assai evidenti. E se la stagione precedente era caratterizzata dalla perfetta simbiosi tra scrittura, estetica visiva e interpreti, in questa seconda invece l’unico aspetto davvero convincente è il cast (parzialmente rinnovato) che mantiene inalterata la sua efficacia e dove brilla l’interpretazione di Janelle Monáe (Moonlight), probabilmente uno degli aspetti più interessanti di questa seconda stagione.

Guarda il trailer ufficiale di Homecoming 2

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La sensazione è che la seconda stagione di Homecoming abbia optato per una struttura narrativa e visiva decisamente troppo convenzionali rispetto alla prima, privilegiando i cliché tipici del genere thriller a discapito di un atteggiamento più autoriale. La trama si infittisce, nella seconda stagione della serie, ma la domanda che a visione ultima ci si pone è la seguente: ne valeva davvero la pena?
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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La sensazione è che la seconda stagione di Homecoming abbia optato per una struttura narrativa e visiva decisamente troppo convenzionali rispetto alla prima, privilegiando i cliché tipici del genere thriller a discapito di un atteggiamento più autoriale. La trama si infittisce, nella seconda stagione della serie, ma la domanda che a visione ultima ci si pone è la seguente: ne valeva davvero la pena?Homecoming Stagione 2, recensione della serie Amazon con Janelle Monaé