sabato, Febbraio 27, 2021
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Hollywood, recensione della nuova miniserie di Ryan Murphy

Ryan Murphy aveva già dimostrato di nutrire un’accesa passione per le luci e le ombre che caratterizzano, da sempre, l’industria cinematografica hollywoodiana quando, nel 2017, ideò – completamente da solo – la serie antologica Feud. La prima stagione dello show era infatti incentrata su una delle “faide” (da qui il titolo dello show) più note dell’età d’oro di Hollywood: quella tra Bette Davis e Joan Crawford, la cui accesa rivalità raggiunse l’apice sul set del capolavoro Che Fine Ha Fatto Baby Jane?

A tre anni di distanza da quella serie (che ad oggi non ha ancora avuto una seconda stagione), Ryan Murphy torna a raccontare nuovamente di quell’epoca in Hollywood, nuova miniserie che debutterà su Netflix dal prossimo 1 maggio. Si tratta del secondo show ideato dal prolifico autore di Glee e American Horror Story in seguito all’accordo quinquennale firmato con il colosso dello streaming dopo The Politician, che aveva debuttato lo scorso anno. Questa volta, a differenza di quanto accaduto con la serie con protagoniste le iconiche Jessica Lange e Susan Sarandon, Murphy non si limita a ripercorrere cronologicamente tutti quegli eventi che scandirono la nascita di una delle rivalità più accese che il cinema ricordi, ma prova a compiere un’operazione più coraggiosa, di certo non originale, ma sicuramente interessante: riscrivere la Storia.

Hollywood, composta da 7 episodi, è ambientata sullo sfondo del secondo dopoguerra e racconta di un gruppo di aspiranti attori e registi che cerca di lasciarsi alle spalle le proprie vite monotone o insoddisfacenti per cercare di sfondare nella terra dei sogni, e raggiungere gloria e notorietà. A dare corpo e anima a questo poliedrico gruppo – per età, estrazione sociale, colore della pelle ed orientamento sessuale – di ingenui ma temerari sognatori, troviamo una serie di volti già noti a tutti gli appassionati della produzione di Murphy, mescolati a chi si è trovato per la prima volta a lavorare con il regista, sceneggiatore e produttore americano: dai veterani David Corenswet e Darren Criss (il primo già visto in The Politician, il secondo in Glee, American Horror Story e American Crime Story), passando per le new entry Jeremy Pope, Laura Harrier, Jake Picking e Samara Weaving (quest’ultima vista lo scorso anno al cinema in Finché morte non ci separi).

Alcuni di loro si ritrovano ad interpretare personaggi creati appositamente per lo show, mentre altri sembrano rievocare figure più o meno di spicco dell’età d’oro di Hollywood; alcuni, invece, sono esplicitamente basati su attori e attrici realmente esistiti (come il caso di Jake Picking, che interpreta Rock Hudson, celebre star de Il gigante, noto anche per essere stato il primo personaggio famoso a morire dopo aver contratto l’AIDS). A fare da spalla a questi giovani attori il cui fascino, in più di un’occasione, sembra oscurare il loro effettivo talento (un po’ come accade – e accadeva – nella realtà, con l’occhio della macchina da presa troppo spesso catturato più dalla bellezza che dalla bravura), un insieme di comprimari ben più navigati che spazia da Holland Taylor a Patti Lupone, da Dylan McDermott a Jim Parsons, fino ad arrivare a vere e proprie guest-star d’eccezione come Mira Sorvino, Queen Latifah e il regista Rob Reiner.

Come nei più classico e nostalgico dei What If?, Ryan Murphy e il sodale Ian Brennan metteno in scena il loro personalissimo Amarcord, provando a riscrivere la Storia e immaginando – anche in risposta all’attuale panorama cinematografico e televisivo, sempre più incline all’inclusione e all’abrogazione di qualsiasi forma di discriminazione (nonostante ci sia ancora tanto lavoro da fare!) – un cinema libero da qualsiasi forma di favoritismo e di ingiustizia nei confronti delle donne, delle persone di colore e degli omosessuali, regalando allo spettatore uno sguardo inedito sull’età d’oro di Tinseltown e provando ad immaginare, con sguardo pungente e malinconico, cosa sarebbe accaduto se Hollywood, già a partire da quell’epoca che segnò inevitabilmente tutta la sua storia futura, avesse concesso indistintamente le medesime opportunità.

Nonostante la struttura di ogni singolo episodio non sia sempre all’altezza dell’incisività della trama generale (gli ultimi due episodi appaiono decisamente più concentrati e “frettolosi” rispetto ai primi cinque, evidenziando come la linea narrativa diventi a mano a mano sempre più stringente), Hollywood prova a spingere con minore enfasi sull’acceleratore della provocazione (da sempre un aspetto peculiare dello stile di Ryan Murphy), per cercare di esporre con spirito, vivacità e maggiore delicatezza le dinamiche di potere che per decenni hanno caratterizzato il mondo dell’intrattenimento, ipotizzando un futuro in cui queste siano solo un lontano (e brutto) ricordo. I cambiamenti (tardivi) avvenuti nella realtà sono sotto gli occhi di tutti… ma c’è ancora tanta strada da fare!

Guarda il trailer ufficiale di Hollywood

Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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