Halston è la nuova miniserie prodotta da Ryan Murphy per il colosso dello streaming Netflix e disponibile sulla piattaforma di streaming dallo scorso 14 maggio. Basata sulla biografia “Simply Halston” di Steven Gaines, la miniserie vede il candidato all’Oscar Ewan McGregor nei panni di Roy Halston Frowick, il celebre stilista statunitense semplicemente noto come Halston che durante gli anni ’70 raggiunse la fama internazionale grazie ai suoi design minimalisti e lineari che contribuirono a ridefinire la moda americana di quel periodo.
Halston, formata da soli cinque episodi, segue in maniera cronologica il percorso del leggendario stilista e dell’omonimo marchio, diventato il simbolo di un impero della moda nonché sinonimo di lusso, prestigio e fama nella New York a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Una storia di ascesa e caduta che Ryan Murphy e soci (tra cui il sodale Ian Brennan) ricostruiscono seguendo accademicamente – come nel più classico dei biopic – l’ordine temporale degli eventi. Partendo dalla fine degli anni ’60 per arrivare alla fine degli anni ’80, ognuno degli episodi riassume un preciso momento della carriera del rinomato stilista, concentrandosi esclusivamente sul presente e lasciando che il passato di Halston (in particolare, la sua infanzia) venga rievocato soltanto attraversi dei brevi flashback.
Nel primo episodio, dopo aver raggiunto la fama progettando l’iconica cappellino a tamburello indossato dalla first lady Jacqueline Kennedy, Halston decide di reinventarsi e di creare uno stile personale, riunendo una squadra di stilisti e avviando una linea di prêt-à-porter. Nel secondo episodio, Halston è alle prese con la storica “battaglia di Versailles” del 1973, in cui stilisti americani e francesi divennero protagonisti di una vera e propria “guerra dei mondi”, stravolgendo i codici estetici della moda. Il terzo episodio è invece dedicato non soltanto alla crescita ormai esponenziale del suo impero, ma anche ad una delle imprese più intense ed emotive della carriera di Halston, ossia la creazione di un nuovo omonimo profumo, nel costante tentativo da parte dello stilista di invadere nuovi territori e stimolare costantemente il suo estro creativo.
Nel quarto episodio vediamo la vita professionale di Halston iniziare lentamente a sgretolarsi, complice anche le notti di eccesso allo Studio 54 e le giornate alimentate dall’abuso della cocaina. Nel quinto e ultimo episodio, invece, la carriera di Halston è ormai giunta al capolinea: dopo aver perso il controllo della sua casa di moda, lo stilista cercherà disperatamente di riappropriarsi del suo “nome” e di mettere a punto il suo ultimo colpo di genio, consapevole dei pochi mesi di vita che gli restano a causa della diagnosi di AIDS.
Indubbiamente, tra le ultime produzioni di Ryan Murphy (tra cui figurano Hollywood e Ratched), Halston è forse quella che lascia di più l’amaro in bocca, nonostante la storia e la figura a loro modo tragiche dello stilista americano si adattino alla perfezione all’universo che Murphy ha sempre cercato di costruire attraverso i personaggi che ha scelto di raccontare nei suoi show: un universo pop e mainstream costellato da personalità straordinarie accumunate da una sfrenata ambizione e da una profonda solitudine interiore. Tutte caratteristiche che è possibile riscontrare nella vita e nella figura di Halston, che però la serie si limita a ritrarre con estrema superficialità, senza mai approfondire realmente nessuno degli aspetti dell’epopea glamour vissuta dal protagonista, né dal punto di vista pubblico né tantomeno da quello privato.
Halston si limita a ripercorrere in maniera cronologica e didascalia la vita di un’artista lasciando troppo spesso da parte quella dell’uomo, incapace di cogliere le infinite sfumature di una personalità decisamente più articolata e complessa di quella che alla fine traspare (in tal senso, l’interpretazione decisamente sottotono e a tratti macchiettistica di Ewan McGregor non aiuta di certo). Nell’ambizioso tentativo di rievocare i gloriosi anni di un genio della moda in un periodo storico fatto di eccessi, colori sgargianti, fermenti e mutazioni sociali, Halston risulta una miniserie piacevole, che si lascia guardare, ma purtroppo totalmente asettica, tanto dal punto di vista narrativo che visivo, incapace di appassionare ed impressionare davvero lo spettatore.


