venerdì, Marzo 1, 2024
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Griselda, recensione della miniserie con Sofía Vergara

La recensione di Griselda, la miniserie con protagonista Sofía Vergara. Disponibile su Netflix dal 25 gennaio.

Ascesa e caduta della Madrina: questo il sunto di Griselda, miniserie targata Netflix (e disponibile dal 25 gennaio) sulla spietata Griselda Blanco, la prima donna a farsi strada nell’ambiente del narcotraffico di cocaina. Griselda Blanco dimostrò ben presto la sua scaltrezza e il suo istinto di ribellione ad un sistema interamente declinato al maschile e dominato da prepotenza e sopraffazione. Un ambiente tossico – non soltanto in virtù della “polverina” bianca, business redditizio sia per i più affermati boss della droga che per scagnozzi e galoppini di vario grado –, luogo di esasperazione delle dinamiche più distorte tra sessi, in cui il raggio d’azione femminile era circoscritto alla casa e ai figli o, al più, alle occasioni mondane.

Griselda Blanco non si limita a dire no, ma si premura di uccidere sistematicamente tutti gli uomini che, in un modo o nell’altro, tentarono di strangolare non tanto le sue ambizioni, quanto la sua personalità. La miniserie bypassa totalmente il primo compagno, il falsario Carlos Trujillo, padre di tre dei quattro amati figli della protagonista. Non sappiamo niente del “prima”, ma siamo tuttavia invitati a immaginarne la miseria. Il racconto di Griselda parte invece dagli anni ’70, con l’omicidio del secondo marito, Alberto Bravo (Alberto Ammann), colui che introdusse la Blanco al traffico di stupefacenti. Ci troviamo alla vigilia di quella che sarà l’emancipazione definitiva della donna, evidentemente stanca di briciole e piccole insignificanti conquiste, per lo più utili a farla “campare” in un mondo talmente ostile. Griselda fugge a Miami, all’epoca fiorente capitale del narcotraffico, e a partire da un solo kg di cocaina costruisce il suo impero, servendosi della sua arma più infallibile: l’astuzia.

Un singolare senso di giustizia

Griselda è forte, scaltra, restìa a tacere e mossa da un singolare senso di giustizia: singolare, certo, poiché stiamo comunque parlando di una delle più temibili criminali della storia degli Stati Uniti, mandante di decine di omicidi, calcolatrice come poche, disposta a calpestare con nonchalance i suoi stessi alleati al primo (talvolta infondato) sospetto. Un atteggiamento mafioso, fondato sulla lealtà assoluta al capofamiglia, che collega la parabola di Griselda Blanco al più celebre esponente letterario e cinematografico di tale mentalità, e per stessa volontà della donna: Il padrino viene esplicitamente evocato all’interno della serie e non è un caso. Sì, perché Griselda amava a tal punto il personaggio interpretato da Al Pacino da chiamare il suo quarto figlio proprio Micheal Corleone.

E qui, ancor prima di esprimere un giudizio sulla serie, occorre forse fare una riflessione. La miniserie creata da Eric Newman e diretta da Andrés Baiz certamente non incensa la sua anti-eroina, anzi. Come potrebbe farlo, dal momento che stiamo parlando di una spietata omicida e criminale incallita? Tuttavia, Griselda non sembra neanche condannarla, se non per la sua progressiva perdita di lucidità, con conseguente discesa nella paranoia e nella follia omicida. È chiaro che sia giusto raccontare le vicissitudini di questi personaggi “controversi” (giusto per usare un eufemismo). Vicissitudini che, in un modo o nell’altro, hanno segnato la storia di un paese, in questo caso degli Stati Uniti.

Altrettanto chiara, tuttavia, è la fascinazione del pubblico verso queste figure. Una fascinazione che, forse, andrebbe maneggiata con cura ed eventualmente analizzata. Non stiamo dicendo che lo spettatore fan di serie come Narcos o Griselda potrebbe spingersi ad approvare o a tentare di emulare queste imprese criminose. Tuttavia, il rischio di portare questi personaggi poco edificanti a modello distorto esiste, senza che questo implichi necessariamente particolari conseguenze dal punto di vista della morale comune.

Un’immagine di Griselda. Cr. Courtesy of Netflix © 2023

Gli esiti catastrofici di una cieca smania di potere

Griselda è un racconto sulla hybris: la volontà di scandagliare la psiche di questa donna è palese, come è altrettanto palese il tentativo di rappresentarne le umane contraddizioni e i turbamenti, dando quindi una motivazione pregressa alle sue discutibili (sempre un eufemismo, perdonate) scelte di vita. Scelte di vita che potrebbero trasformarsi in riflessione più universale sugli esiti catastrofici cui può condurre una cieca smania di potere, che affonda le proprie radici nel desiderio di riscatto e di rivalsa su un mondo indifferente e fondamentalmente ingiusto. Questo è indubbiamente l’aspetto più interessante della miniserie, anche se forse non tutti riusciranno ad applicare al racconto questa lettura di “ascesa e caduta”, facendosi piuttosto ammaliare dalla bellezza estetica di un prodotto così ben confezionato da risultare talvolta patinato.

Griselda, tra l’altro, non solo propone una narrazione avvincente, ma la affida quasi interamente ad un’attrice popolare, qui al banco di prova per il suo primo ruolo drammatico importante e destinata quindi ad attirare anche l’attenzione dello spettatore che non sa nulla della vicenda raccontata. Sofía Vergara, nota ai più per il suo ruolo nella serie comedy Modern Family, supera l’esame a pieni voti, e avrebbe potuto farlo anche senza la protesi che le è stata applicata al volto con ore e ore di trucco e parrucco. Un tema, quello degli artifici estetici utilizzati per ottenere una maggiore aderenza al personaggio reale, di per sé controverso e sul quale evitiamo qui di soffermarci. Basti comunque dire che Griselda Blanco e Sofía Vergara, anche così, non si somigliano affatto; va bene lo stesso, poiché l’attrice riesce comunque a rendere giustizia al personaggio con le sue indubbie e forse sottovalutate (almeno fino a questo momento) doti attoriali.

A rendere poca giustizia a Griselda (o forse troppa, dipende dai punti di vista) è piuttosto la sceneggiatura. Certo, condensare quasi un ventennio in sei episodi non era semplice, per cui la scelta di concentrarsi in particolare su una manciata d’anni è pure comprensibile. Tuttavia, anche tenendo conto di questa impostazione, il racconto è frammentario, così come è frammentaria la descrizione delle innumerevoli figure di cui Griselda si è circondata negli anni: su tutti, Darío Sepúlveda (Alberto Guerra), il terzo marito, o Jorge “Rivi” Ayala-Rivera (Martin Rodriguez), il sicario assoldato dalla donna negli anni d’oro del suo impero in Florida.

Un’immagine di Griselda. Cr. Courtesy of Netflix © 2023

Un biopic frammentario

E così, se c’è una cosa in cui Griselda fallisce è la sua ambizione al biopic: come già detto, non si sa nulla del prima. Andando avanti, ci si rende conto che si saprà poco anche del “durante” e infine ancora assolutamente nulla del dopo. Lo stesso contesto del cartello, qui popolato da figure cinematograficamente interessanti, tutte interpretate da attori validi, viene trattato con superficialità. Qual è, quindi, il reale scopo di questa serie? Forse involontariamente, e quindi al netto di quanto detto finora, Griselda sembrerebbe ridursi ad un trattato sulla forza delle donne.

Griselda non è, infatti, l’unica figura femminile importante del racconto: ci sono le sue amiche Carmen (Vanessa Ferlito) e Carla (Karol G.), delle quali sappiamo poco o nulla; c’è Marta Ochoa (Julieth Restrepo), legata al clan cui Griselda si affilia a Miami, gli Ochoa, trattata con altrettanta approssimazione; e infine c’è June Hawkins (Juliana Aidén Martinez), a capo della squadra che porterà alla cattura della criminale e che, a sua volta, deve vedersela con un numero indefinito di pregiudizi legati al suo essere donna (pregiudizi che comunque non le impediranno di svolgere un ruolo di spicco all’interno di questa importante indagine, va detto). Lo script si sofferma più e più volte sulla tematica sessista e l’impressione che si riceve è una sorta di show don’t tell letterario fallito: si mostra poco e si dice parecchio, pure a costo di essere ripetitivi e ridondanti. Il tutto conduce, infine, ad un incontro-scontro tra Griselda e June, accomunate da molto più di quanto volessero credere. Un parallelo interessante, sebbene vagamente schematico, e comunque tutto sbilanciato dalla parte della protagonista, l’unico personaggio in assoluto a conquistarsi un approfondimento psicologico degno di questo nome.

Molti, forse, resteranno delusi dall’assenza di Pablo Escobar, figura centrale nelle prime due stagioni di Narcos, che portano la firma degli stessi autori di Griselda. Le strade del Signore della Droga e della Madrina si incrociarono: fu proprio grazie ad Escobar che Blanco riuscì ad entrare a far parte del cartello di Medellín. “The only man I was ever afraid of, was a woman named Griselda Blanco”: questa citazione di Pablo Escobar, con il suo essere inserita ad apertura della serie, oltre a sottolineare la connessione tra i due personaggi – e quindi tra le due serie – e l’atteggiamento intimidatorio di Griselda (tale da intimorire persino Escobar), ha tutta l’aria della dichiarazione di intenti. Si potrebbe ragionare sull’opportunità di servirsi di questo personaggio e di questa storia per imbastire grezze e generiche riflessioni sul pregiudizio di genere: un pregiudizio che, quantomeno nel contesto della criminalità organizzata, Griselda Blanco contribuì a scardinare.

Griselda intraprende una riflessione storica circoscritta e di sicuro interesse, ma permane il dubbio che talvolta gli sceneggiatori tentino di isolarla, così da indurre un generico pubblico femminile ad applicarla anche ad altri ambiti, di certo più ordinari di questo. L’attrice protagonista, intanto, si prende la scena e oscura tutti i suoi comprimari, maschi o femmine che siano, aiutata sì dagli sceneggiatori ma soprattutto dalla sua bravura. Griselda è lo show di Sofía Vergara: un’evidenza che – molto più di tutto il resto – è espressione limpida e cristallina di ciò a cui, forse, la miniserie tendeva. Mentre ci godiamo lo spettacolo, ci basti sapere questo.

Guarda il trailer ufficiale di Griselda

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Griselda, grazie al ritmo incalzante e alla trama avvincente, riesce a tenere desta l’attenzione dello spettatore. Il racconto, coerente con uno schema narrativo collaudato in opere di analogo tenore, è vivace e popolato da personaggi potenzialmente memorabili, ma purtroppo non sfruttati appieno. Le debolezze della miniserie, legate principalmente ai cliché che la popolano, vengono arginate da Sofía Vergara, che ha finalmente l’opportunità di sfoderare il suo talento drammatico. L’attrice colombiana, alle prese con un ruolo controverso e non semplice da gestire, sorregge l’intero show, dimostrandosi pienamente all’altezza delle aspettative.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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