Esiste un grande paradosso che riguarda il concetto di “prequel”, non importa se di un film, di un libro o di un popolare show televisivo come Gomorra – La serie: il futuro plasma il passato, e non viceversa. Il principio di causa-effetto è invertito, perché tutto ciò che avviene cronologicamente prima deve per forza rispettare determinati elementi chiave stabiliti nel film/libro/serie madre, pena l’incoerenza narrativa. O quantomeno la sensazione che qualcosa non quadri.
Opera d’autore o operazione commerciale?
Può sembrare una cosa da poco, eppure spesso è uno degli aspetti con il quale si distinguono i prodotti realizzati con una visione autoriale di fondo ben precisa (Better Call Saul) dalle mere operazioni commerciali, volte a sfruttare l’appeal di una IP di successo (Gli Anelli del Potere). L’attenzione ai dettagli, la cura nella scrittura, perfino la presenza di easter egg o riferimenti riconoscibili solo dagli spettatori del titolo originale sono fondamentali per rendere l’oggetto-prequel un’opera soddisfacente e trovare la cosiddetta “quadratura del cerchio”. Alla luce di tutto questo, dove si colloca Gomorra – Le origini? Un po’ nel mezzo, visto che non si tratta di una miniserie autoconclusiva, bensì di una prima stagione di (almeno) tre. Ma non necessariamente sulla buona strada.
Siamo di nuovo a Secondigliano, questa volta negli anni ‘70, ricostruiti attraverso magnifiche scenografie e bellissimi costumi, con colori reminiscenti – anche vista l’età e lo status sociale dei protagonisti – di C’era una volta in America. “Un bambino su sette non sopravvive al primo anno di età”, dice una voce al telegiornale nella sequenza di apertura. È il 1977, per la precisione, e già questa data solleva qualche interrogativo, perché qualche fan accanito ricorderà che la tomba di Donna Imma recitava “1970 – 2014”, mentre in Gomorra – Le origini lo stesso personaggio (interpretato da Tullia Venezia) appare adolescente. Semplice svista, o superficialità?

Una origin story corale
In ogni caso, il protagonista è Pietro Savastano, padre di Genny e con il volto del giovane Luca Lubrano. Lo seguiamo da ragazzo, mentre muove i suoi primi passi all’interno della criminalità organizzata insieme ai suoi amici, incontra la sua futura moglie e cerca di recuperare la propria identità, che in quanto figlio di una prostituta gli è stata rubata alla nascita (“Mi chiamo Pietro. Solo Pietro”).
Sua dovrebbe essere, dunque, la origin story del titolo. “Dovrebbe”, perché in realtà la serie supervisionata da Marco D’Amore (nonché diretta dallo stesso nei primi quattro episodi, seguito da Francesco Ghiaccio negli ultimi due) è piuttosto corale e i comprimari sono numerosi: alcuni già noti o sentiti nominare, come Annalisa Magliocca, altrimenti nota come Scianel (Fabiola Balestriere), e ‘O Santo (Renato Russo), il nonno di Enzo “Sangue Blu” Villa; ma anche facce nuove, tra cui spiccano Angelo ‘A Sirena (Francesco Pellegrino) e ‘O Paisano (Flavio Furno).
Il primo è un ambizioso e carismatico malavitoso che Pietro vede come modello di riferimento, il secondo un detenuto che inizia a raccogliere seguaci per fondare una nuova organizzazione, fondata su principi più nobili. In Gomorra – Le origini non si parla quindi solo della nascita e ascesa del clan dei Savastano, ma della formazione della camorra come la conosciamo oggi.

Grande potenziale sfruttato a metà
Un’ottima intuizione, forse la migliore della serie, nella pratica però abbastanza sprecata, in primis per quello che costituisce il grande anello debole di tutta l’operazione: i personaggi. Già con L’immortale Marco D’Amore aveva dimostrato la sua dimestichezza con la macchina da presa, e qui si conferma un talento come regista di attori, dai quali riesce a tirare fuori il meglio in ogni scena. Non che il cast non faccia un ottimo lavoro col materiale a disposizione, il problema è a monte: a Gomorra – Le origini mancano personalità di spessore, che riescano a trainare la narrazione e ad eguagliare il carisma e la caratura dell’Immortale, di Genny, o – di nuovo, paradossale, no? – degli stessi Don Pietro e Donna Imma.
L’avventato, puerile (e pure un po’ muto) Pietro non ha nulla dell’assassino spietato, superbo e profondamente disilluso – oltre che parecchio razzista, altra incongruenza non da poco tra le due serie – quale era il boss interpretato da Fortunato Cerlino, ed è difficile immaginare che i due siano la stessa persona. Quasi sembra che il vero protagonista sia Angelo ‘A Sirena: ha una storyline decisamente più movimentata e interessante, che in effetti riguarda proprio la sua scalata al potere, ovvero quella che in teoria dovrebbe fare Pietro. Invece, quest’ultimo viene relegato a un ruolo di supporto, deus ex-machiano a tratti, e anche la storia d’amore con Imma non decolla mai, ristagnando in cliché e frasi stucchevoli.

Meglio tornare alla serie madre?
Ricordate, poi, la densità di eventi, macchinazioni, colpi di scena che avvenivano in una singola puntata di Gomorra? Ecco, dimenticatele. Ricordate la brutalità e l’efferata violenza di quello show, che non si faceva scrupoli ad ammazzare in modo freddo e orribile bambini e ragazzi? Dimenticate anche quelle. In Le origini, allo scorrere dei titoli di coda del sesto episodio, pare di aver assistito ad un lunghissimo pilot, che solo nelle battute finali promette di farsi più esplosiva ed eccitante. Ma a quel punto, quanto interesse verso questa storia sarà davvero rimasto?
Insomma, se l’idea era di raccontare come una giovane vita venga corrotta e spezzata dalla malavita, meglio tornare agli episodi Gelsomina Verde e Ora facciamo i Conte della prima stagione di Gomorra. E a quel potente discorso del sacerdote che, al funerale dell’innocente Danielino, continuava a ribadire con forza la sua età (“Sedici anni!”) e denunciava il sistema malato che ne aveva causato la morte: “I figli delle famiglie che nascono in altri luoghi d’Italia hanno opportunità che qui sono state negate. Qui non ci sono colori. Qui tutto è grigio”.
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