venerdì, Giugno 25, 2021
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Godfather of Harlem, recensione dei primi due episodi della serie originale Star

La recensione dei primi due episodi della serie Godfather of Harlem, con protagonista Forest Whitaker. Dal 23 febbraio in esclusiva su Star.

Hollywood ha raccontato la criminalità organizzata fin dalle sue origini: quella italiana (Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy, 1931), quella irlandese (Angeli dalla faccia sporca di Michael Curtiz, 1938), così come quella di origine “latina” (il remake del 1981 di Scarface diretto da Brian De Palma). Ha invece dato meno spazio a quella afroamericana. Nel 2007 Ridley Scott ha riportato in auge la figura di Frank Lucas in American Gangster, ma i film che trattano specificatamente di malavita “black” si possono davvero contare sulle dita di una mano. È anche per questo motivo che l’uscita della serie Godfather of Harlem, incentrata sulla vita del boss Bumpy Johnson, è accompagnata da una certa curiosità. Prodotta dal canale Epix e distribuita negli Stati Uniti ben due anni fa, arriva ora in Italia grazie a Star, il nuovo canale dal 23 febbraio disponibile su Disney+, giorno a partire dal quale sarà distribuita anche la serie. Ne abbiamo visto in anteprima 2 episodi (su un totale di 10).

Ideata da Chris Brancato e Paul Eckstein (Narcos), Godfather of Harlem ha tra i suoi produttori esecutivi anche John Ridley (premio Oscar per la sceneggiatura di 12 anni schiavo), pure regista dell’episodio pilota. Un indizio importante circa le ambizioni del progetto. La serie, infatti, si ispira alla storia di Bumpy Johnson facendo però intuire fin dalla prima puntata l’intenzione di voler dare un peso considerevole al contesto storico in cui è ambientata la vicenda: gli Stati Uniti di inizio anni ’60 “travolti” dal movimento per i diritti civili. “Piccole” storie criminali si intersecano con la grande storia, e Harlem diviene così tutt’altro che uno spazio circoscritto regolato dalle ancestrali “leggi della strada”, assumendo le forme di uno specchio attraverso il quale riflettere un paese in mutamento sull’orlo di una guerra civile.

New York, 1963. Dopo aver passato 11 anni ad Alcatraz, il malavitoso Bumpy Johnson (Forrest Whitaker) torna nella sua Harlem. Ad attenderlo ci sono la moglie Mayme (Ilfenesh Hadera) e la figlia Margareth (Demi Singleton), ma anche una realtà che in poco più di una decade è assai cambiata. Il quartiere infatti è sotto il controllo della potente famiglia malavitosa dei Genovese – i cui natali risalgono a Lucky Luciano -, che controlla il mercato degli stupefacenti attraverso il suo affiliato Vincent Gigante (Vincent D’Onofrio), il quale mal digerisce il ritorno sulla scena del rivale afroamericano. Protetto da Frank Costello (Paul Sorvino), Bumpy all’apparenza sembra accontentarsi di condividere la piazza, ma il suo obiettivo è quello di riprendere il controllo del proprio quartiere. Magari facendo affidamento su due appoggi politici di tutto rispetto: Malcolm X (Nigél Thatch, che già ne vestiva i panni in Selma – La strada per la libertà), con il quale lo lega un rapporto d’amicizia pluriennale, e il candidato al Congresso Adam Clayton Powell Jr. (Giancarlo Esposito).

The Times They Are a-Changin’, cantava Bob Dylan solo un anno dopo alle vicende raccontate in Godfather of Harlem. Il vento del cambiamento si abbatte sugli Stati Uniti, preannunciando una stagione rivoluzionaria. Ma non è quello a cui fa riferimento Vincent Gigante in una delle prime sequenze della serie, cercando di far capire a Bumpy chi comanda nel quartiere newyorkese; bensì quello capace di incrinare il Sogno Americano e trasformare la società in una polveriera di risentimento in procinto di deflagrare. È il cambiamento che determinerà l’ascesa di Martin Luther King, la Marcia di Selma, ma anche quello figlio della morte di JFK e dell’incubo del Vietnam (per fermarci alla prima metà degli anni ’60). Un cambiamento che proprio Bumpy Johnson riuscirà a cavalcare, grazie anche all’ambiguo supporto – come dicevamo – di importanti esponenti della politica americana.

Ed è proprio nella contestualizzazione storica della vicenda inerente al criminale di Harlem che si rintraccia l’aspetto più interessante della serie. Pur affidandosi ai cliché tipici del mafia movie – ma, d’altronde, come si fa ad aggiornare un genere così abusato? -, Godfather of Harlem sceglie per certi versi di intraprendere una strada meno scontata proprio raccontando in parallelo – e con discreta omogeneità – la neo ascesa di Bumpy e quella del coevo movimento per i diritti civili (oltretutto già minato al suo interno da fazioni opposte: l’una, di matrice islamica, capitanata da Malcolm X, l’altra invece cristiana e promossa dal reverendo Powell Jr.). Per fare ciò, la serie più che affidarsi a una narrazione cronachistica e fedele della vita del malavitoso, sceglie di trarne solo “ispirazione” – modificando molte cose -, proprio nell’ottica di essere maggiormente incisiva nel fare emergere dal racconto elementi capaci di rispecchiare quegli anni così turbolenti.

Si tratta, quindi, di licenze poetiche funzionali a livello narrativo, anche se a volte il ricorso a certi espedienti drammaturgici (abusati) – la storia alla “Giulietta e Romeo” con protagonisti la figlia di Gigante, Stella (Lucy Fry), e il musicista afroamericano Teddy (Kelvin Harrison Jr.) – è fin troppo programmatico e fa emergere il sospetto che – alla lunga – la serie possa scegliere di incamminarsi lungo strade già conosciute anziché batterne di nuove o meno frequentate. Ma questo, naturalmente, lo si potrà scoprire solo nel proseguo della stagione. Fermo restando che le prime tre puntate, con tutti i loro limiti, ci restituiscono comunque l’immagine di un buon prodotto di genere.

Un incentivo alla visione di Godfather of Harlem inoltre è rappresentato dal notevole cast: il che ne fa anche (se non soprattutto) una serie d’attori. Tutti gli interpreti, infatti, appaiono convincenti, sia quelli impegnati a caratterizzare i personaggi principali che quelli chiamati ad impersonare i secondari. Un discorso a parte merita invece Forrest Whitaker: titanico nel restituire la caratura malavitosa e la controllata brutalità del suo personaggio. Con quel suo volto asimmetrico, quel portamento “caracollante”, l’attore premio Oscar per L’ultimo Re di Scozia offre un’interpretazione sontuosa che da sola vale la visione della serie.

Guarda il trailer ufficiale di Godfather of Harlem

GIUDIZIO COMPLESSIVO

È nella contestualizzazione storica della vicenda inerente al malavitoso Bumpy Johnson che si rintraccia l'aspetto più interessante di Godfather of Harlem. Pur affidandosi ai cliché tipici del mafia movie, la serie ideata da Chris Brancato e Paul Eckstein sceglie per certi versi di intraprendere una strada meno scontata proprio raccontando in parallelo - e con discreta omogeneità - la neo ascesa di Bumpy e quella del coevo movimento per i diritti civili.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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