mercoledì, Agosto 10, 2022
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Fedeltà, recensione della nuova serie originale italiana Netflix

La recensione di Fedeltà, la nuova serie con Michele Riondino tratta dal romanzo omonimo di Marco Missiroli. Dal 14 febbraio su Netflix.

Fedeltà è la nuova serie originale italiana targata Netflix pronta a debuttare, con i suoi sei episodi totali, dal 14 febbraio sulla celebre piattaforma. Alla regia si avvicendano due registi come Andrea Molaioli (La ragazza del lago) e Stefano Cipani (Mio fratello rincorre i dinosauri), che dirigono davanti la macchina da presa la coppia – alle prese con le conseguenze lancinanti di un dramma borghese – interpretata da Michele Riondino (Un’avventura) e Lucrezia Guidone (Luna Nera).

Ambientata tra Milano e Rimini, Fedeltà è un’esplorazione del desiderio, del tradimento e delle loro conseguenze, attraverso la storia di due coniugi: Carlo e Margherita. Il primo, professore part-time di scrittura creativa; la seconda, architetto divenuto agente immobiliare. Entrambi sono innamorati, almeno finché i loro desideri più reconditi non decidono di abbandonare i confini sicuri della loro camera da letto. Carlo brama la quieta bellezza di una delle sue studenti, Sofia; Margherita invece fantastica sul suo fisioterapista Andrea. Il sogno di un nuovo appartamento nel cuore di Milano potrebbe essere proprio ciò di cui Carlo e Margherita hanno bisogno per rafforzare la loro relazione che diventa simbolo ed espressione della fedeltà, non solo di coppia, ma anche verso loro stessi… ma sarà abbastanza forte da superare la prova del desiderio e delle tentazioni?

Fedeltà trae spunto dalle suggestioni intellettuali ed emotive del romanzo omonimo di Marco Missiroli – dichiaratamente adattato per il piccolo schermo della serialità su piattaforma – finendo però per rielaborarlo in un prodotto ibrido, lontano dalla pura narrativa (la cui natura è, di solito, contemplativa) e più vicino al linguaggio veloce e mainstream del cinema e della televisione, considerando la prossima invasione di mercato garantita da Netflix in circa 109 paesi (come dichiarato durante la conferenza stampa). Le premesse di partenza, mutuate dal romanzo di Missiroli, sono molto interessanti: nella vita è necessario essere fedeli più al concetto di coppia o a se stessi? Una domanda bomba pronta a deflagrare nell’animo di chi legge ma un po’ meno in quello di chi guarda, rapito dal turbinoso valzer degli addii che si vede sullo schermo e che si dipana apparentemente a partire da premesse fragili, da dubbi aleatori figli solo del dramma d’interni borghese, erede di un Kammerspiele nordeuropeo che pone al centro della speculazione l’uomo alla ricerca della propria identità.

Il linguaggio scelto per narrare il cuore pulsante – e tematico – di Fedeltà tradisce però le aspettative, non trovando una propria chiave di lettura peculiare per spiare nelle pieghe oscure della coppia moderna, che qui risulta sollecitata da molti (troppi) stimoli esterni e infine sedotta da ammalianti fuochi fatui e tentatrici sirene di Ulisse. La serie si limita quindi a restare in superficie, percorrendo la propria rotta (drammaturgica) come una barca dalle vele spiegate che solca il mare abbracciando l’orizzonte. Ma, sotto le onde, si agita un maremoto emotivo difficile da contenere: forse è per questa ragione che i comportamenti dei quattro protagonisti finiscono per sembrare, a più riprese, antitetici e ingiustificati, anacronistici e figli degli impulsi del momento più che di riflessioni maturate nel corso di un setup iniziale, qui ridotto ad un mero espediente narrativo per permettere all’azione (e alla tentazione) di dipanarsi nel corso degli episodi.

Fedeltà è un prodotto che strizza l’occhio alla nuova narrazione della coppia post-moderna, oscillando tra il Closer teatrale di Patrick Marber (portato sullo schermo nel 2004 da Mike Nichols) e le Scene da un matrimonio bergmaniane rilette di recente da Hagai Levi. Ma questa confezione patinata targata Netflix non riesce a raggiungere quelle stesse vette di scrittura, toccando appena – e troppo piano – il vero dramma dell’esistenza, le contraddizioni che macerano dall’interno, le coppie che subiscono le sferzate del destino e i colpi di una vita che scorre veloce e fornisce tante tentazioni, desideri occulti e inconsci che non sempre riescono ad essere appagati.

Fedeltà parte quindi da premesse di partenza intriganti e figlie degli anacronismi borghesi sbocciati nel Secolo Breve (rubando la definizione al titolo di un saggio di Eric J. Hobsbawm), finendo però per puntare più sulla forma che sulla sostanza, optando per un linguaggio pop che flirta con il mainstream delle ultime tendenze, diluendo il dramma da camera in un’indagine leggera sui sentimenti e la natura delle relazioni.

Guarda il trailer ufficiale di Fedeltà

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Fedeltà parte quindi da premesse di partenza intriganti e figlie degli anacronismi borghesi sbocciati nel Secolo Breve (rubando la definizione al titolo di un saggio di Eric J. Hobsbawm), finendo però per puntare più sulla forma che sulla sostanza, optando per un linguaggio pop che flirta con il mainstream delle ultime tendenze, diluendo il dramma da camera in un'indagine leggera sui sentimenti e la natura delle relazioni. 
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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