sabato, Maggio 18, 2024
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Fallout, recensione della serie Prime Video basata sul franchise di videogiochi

Diretta e prodotta da Jonathan Nolan e Lisa Joy, Fallout sarà disponibile su Prime Video dall'11 aprile.

Dall’inizio degli anni Duemila si ipotizza di un adattamento di Fallout, la serie di videogiochi di successo creata originariamente da Interplay e poi acquisita da Bethesda Softworks, ma non si è mai riusciti ad arrivare a dama perché, a detta dei vertici dell’azienda americana, non è mai giunta alle loro orecchie una proposta abbastanza importante da essere considerata all’altezza della narrazione portata avanti dalla saga. Poi è arrivata l’idea vincente di Jonathan Nolan (anche regista dei primi tre episodi della serie) e Lisa Joy, menti dietro Westworld – Dove tutto è concesso, che ha coinciso anche con un periodo storico ottimale per un progetto del genere, dato che le proprietà intellettuali (videoludiche o meno) sono ormai divenute una realtà fondamentale per l’industria audiovisiva statunitense.

La serie, ideata da Geneva Robertson-Dworet e Graham Wagner, si piazza quindi in un momento favorevole del panorama, vantando l’appeal di un titolo riconoscibile e molto amato dal suo fandom e forte di una trovata originale intorno alla quale costruire la sua narrazione. Una formula vincente non solo sulla carta, ma anche nel risultato finale, che restituisce al pubblico un titolo che, oltre a rispettare in pieno le premesse, riesce anche a costruire un tono linguistico molto fedele al materiale originale, che è piuttosto particolare data la natura dell’immaginario distopico e l’ironia insita nel tutto.

Fallout, la serie originale Amazon e MGM arriva su Prime Video dall’11 aprile con 8 episodi in grado di delineare un viaggio coinvolgente che parte da radici differenti, adoperando con sapienza un cast corale composto da Ella Purnell, Aaron Moten, Walton Goggins, Kyle MacLachlan, Moisés Arias, Sarita Choudhury e Michael Emerson, e riuscendo a costruire una mitologia e un mondo credibili, oltre ad una trama significativa tra riferimenti al contemporaneo e alla tradizione e, infine, creando un bel mix di generi tra western, war movie e sci-fi.

L’apocalisse è solo il principio

Il mondo per come lo conosciamo è finito nel 2077 a seguito delle estreme conseguenze di una guerra tra la Cina e degli Stati Uniti d’America divisi in Commonwealth e con iconografia e tecnologia ferme ad un’epoca sospesa, riconducibile ai reali anni ’50, proprio il momento in cui si viveva il terrore di un possibile conflitto nucleare.

Dopo le molteplici detonazioni atomiche gran parte dell’umanità si è estinta nel giro di qualche minuto, mentre i pochi che si sono salvati lo hanno fatto grazie ai Vault, dei villaggi super tecnologici creati da una potentissima multinazionale appositamente per sopravvivere sottoterra in vista dell’apocalisse. In uno di questi, per la precisione il numero 33, inizia la storia della serie, a più di due secoli dalla fine del mondo per come lo conosciamo.

Lì facciamo la conoscenza di Lucy (Purnell), figlia del Sovrintendente della struttura, Hank MacLean (MacLachlan), che si troverà costretta ad uscire in superficie, scoprendo come la sua vita si è svolta sotto una campana di vetro, mentre il mondo lì fuori è andato in tutt’altra direzione. La direzione del caos e della sopraffazione, in cui fazioni come la Confraternita d’acciaio cercano di ristabilire l’ordine grazie alle proprie armature invincibili e i mutanti la fanno da padrone nelle città improvvisate. È in questo contesto che la giovane si troverà a dover sopravvivere, mentre la sua strada si complicherà con la conoscenza della recluta Maximus (Moten) e di un Ghoul pistolero dal passato oscuro (Goggins).

World Building

Nonostante le tantissime criticità riscontrabili nel pensiero e nell’operato del duo Nolan-Joy, quello che proprio non si può negare loro è la capacità di costruire un universo credibile e un immaginario riconoscibile. In questo caso non dovevano neanche inventare troppo, dato che la saga videoludica di Fallout ha tra i principali pregi quello di aver dato vita ad un mondo distopico così preciso ed efficace che al duo non serviva altro che riproporlo.

Visto che però nulla si può dare mai per scontato, allora bisogna sottolineare la bontà dell’operazione, che riesce a coinvolgere lo spettatore non solo con una scrittura efficace, al netto delle varie sfumature parossistiche e volutamene esagerate della realtà distopica e l’ironia nera (a volte ancora troppo giocosa) che ne infarcisce le logiche, ma anche grazie alla resa visiva. Quest’ultima è frutto di un’ottima commistione tra digitale e artigianale, in cui gli effetti speciali si intersecano con la costruzione delle creature, la scenografia, il trucco, i costumi e soprattutto la resa di una tecnologia in bilico nel tempo, rispettando lo spirito della saga videoludica, ma allo stesso tempo evitando in pieno l’effetto finzione.

A questo preziosissimo risultato (fondamentale per la riuscita della serie) contribuisce in modo sostanzioso una colonna sonora mista tra brani anni ’50 e canzoni country (soprattutto composizioni di Johnny Cash) che rievoca perfettamente l’atmosfera del titolo originale e permette alla serie di contestualizzare una storia volutamente pensata per allargare i confini anche rispetto alle trame dei vari capitoli del titolo Bethesda. Compito metaforicamente affidato ad un personaggio in particolare, interpretato da Walton Goggins (The Hateful Eight), l’attore migliore del cast e qui ad una prova maiuscola.

La guerra (e quindi l’uomo) non cambia mai

La trama scelta per la serie Fallout era l’altro nodo da sciogliere dopo la riuscita dell’adattamento dell’universo, data la profonda significatività che ha sempre accompagnato le storie della saga videoludica, anche in riferimento al contemporaneo. E pure in questo caso si è fatto incredibilmente centro.

La narrazione della serie riesce infatti a strutturarsi in modo ordinato pur partendo da diverse ramificazioni che vanno poi ad incrociarsi in una trama che vive sempre di due linee differenti pensate per procedere in modo parallelo verso una direzione comune. Per arrivare a tale scopo gli autori decidono intelligentemente di affidarsi a dei meccanismi narrativi classici come il macguffin (addirittura doppio in questo caso) o il viaggio dell’eroe, in modo da dare (e darsi) dei punti di riferimento intorno ai quali impostare una storia che doveva essere dosata dato il peso che si porta dietro.

Dal punto di vista tematico, Fallout non pecca assolutamente di ambizione, anzi propone una vicenda che punta dritta al senso, anche metanarrattivo, con cui è stato creato originariamente il titolo nel 1997, rivelando una consapevolezza profonda del materiale originale. Esso è di fondo la personificazione di un’apocalisse metaforica, figlia di una distorsione estrema del Sogno Americano e di un mondo vittima dell’ultracapitalismo, in cui si denuncia l’industria della guerra e si indaga la Natura umana, costretta a rimanere imprigionata in un ciclo di caos, violenza, morte e rinascita senza soluzione di continuità. La guerra (e quindi l’uomo) non cambia mai, dunque nessuna fine è veramente possibile.

Guarda il trailer ufficiale di Fallout

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Fallout, la serie Amazon e MGM tratta dall’omonima saga videoludica e sviluppata da Jonathan Nolan e Lisa Joy, è probabilmente il nuovo capitolo della virtuosa comunicazione tra l’audiovisivo e le proprietà intellettuali provenienti da altre realtà. Il titolo con Ella Purnell, Aaron Moten, Walton Goggins e Kyle MacLachlan riesce non solo a costruire un universo coerente, credibile e fedele all’originale, ma a creare una narrazione funzionale nonostante il suo essere sovrastrutturata, animata da una trama sulle logiche ideative della natura del suo mondo distopico che punta dritta al senso stesso con cui il titolo fu creato nel 1997.

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