Disponibili dal 10 gennaio sulla piattaforma di streaming Disney+, i cinque episodi della miniserie Echo riportano in scena l’omonima ex leader della Tracksuit Mafia – l’antagonista sorda era stata introdotta nella precedente Hawkeye -, questa volta in veste di protagonista assoluta. Una nuova produzione targata Marvel Studios che esplora toni inediti per il famoso brand supereroistico, vicini a quelli del cupo e maturo Daredevil di Netflix. Un viaggio alla scoperta delle origini e delle radici dell’eroina guidato da un team tutto al femminile, composto dalle head writer Marion Dayre e Amy Rardin e dalla regista e produttrice Sydney Freeland.
E proprio le radici native americane svolgono un ruolo centrale in Echo, con una protagonista di discendenza Choctaw le cui abilità sono strettamente legate, come scopriremo, ai suoi antenati. Maya Lopez – nome civile del personaggio – raggiunge la Naru di Prey nel pantheon, finalmente più inclusivo, dei nuovi eroi d’azione. Un’altra esponente di una minoranza che, dopo gli exploit asioamericani (Everything Everywhere All at Once, Lo scontro), inizia a trovare il suo spazio in quel di Hollywood, non solo in casa Marvel, ma anche nel cinema d’autore (Killers of the Flower Moon) e in un tipo diverso di serialità (Reservation Dogs).
La trama di Echo
Dopo aver sparato a Wilson Fisk/Kingpin (Vincent D’Onofrio) alla fine delle vicende di Hawkeye, Maya Lopez (Alaqua Cox) è braccata dagli uomini del signore del crimine. La ragazza sordomuta decide di lasciare New York per cercare rifugio in Oklahoma, nella sua cittadina di provenienza. Un ritorno alle origini, nella piccola comunità degli indiani Choctaw, dove la ragazza dovrà confrontarsi con i traumi del suo passato (la tragica morte della madre) e risanare il difficile rapporto con la sua famiglia, soprattutto con la nonna Chula (Tantoo Cardinal) e la cugina Bonnie (Devery Jacobs). Ma problemi di natura ben più grave non tarderanno a turbare la tranquillità, almeno apparente – lo zio Henry (Chaske Spencer) fa affari con l’organizzazione di Fisk -, della piccola realtà di provincia.
Prima di entrare nel vivo della trama principale, sopra sintetizzata, Echo spende metà del primo episodio per raccontare una sorta di origin story della sua protagonista: l’incidente che causa la morte della madre e la perdita della sua gamba; il suo rapporto con Kingpin, figura paterna che prende la ragazza sotto la sua ala protettiva, solo per poi sfruttarne le capacità per i suoi criminosi intenti. Un sottobosco malavitoso urbano dalle tinte fosche dove, proprio durante la sua missione di iniziazione, la futura eroina si troverà faccia a faccia con la nemesi del suo boss: il Daredevil di Charlie Cox. Più che i toni briosi delle altre produzioni che coabitano il Marvel Cinematic Universe, la serie ricorda, soprattutto in questo prologo, il succitato show Netflix, vicino ai territori del crime drama. Un’anticipazione di quello che forse vedremo nella prossima Daredevil: Born Again.

Una serie che si differenzia dalle altre produzioni MCU
Una differenza che si fa notare anche nella messa in scena delle sequenze d’azione, dove si prediligono elaborate e concrete coreografie marziali in spazi ristretti alle strabordanti e fantasiose scazzottate in CGI. Scontri seguiti da fluidi e puliti movimenti di macchina, sempre al servizio della leggibilità dell’azione, un po’ come in tutta quella nuova scuola del cinema action influenzata dal lavoro di Gareth Evans sui due The Raid.
Scene dove vengono messe in mostra anche le doti atletiche di Alaqua Cox, che per l’occasione si è sottoposta ad un’intesa preparazione con lo stunt team della serie. Le caratteristiche fisiche sia dell’attrice che del personaggio di Echo, handicap in primis, vengono valorizzate proprio nella lotta, sia come pretesto per creare tensione, che come inaspettati punti di forza risolutivi nello scontro. Una trovata resa non solo visivamente, ma anche a livello sonoro, per quanto riguarda la sordità, creando un’efficace immedesimazione auditiva con la protagonista.
Visto il contesto particolare della comunità indiana dei Choctaw, un piccolo microcosmo di provincia diverso dal solito, non poteva mancare una forte connessione tra l’eroina e le sue radici native. La miniserie, infatti, inizia ad insinuare un’origine mistica, risalente alle sue antenate, dietro alle eccezionali capacità di Maya, utili non solo in combattimento. Un elemento fantastico sottolineato da alcuni flashback ambientati in diverse epoche storiche, dove vedremo altre donne della sua tribù compiere imprese stupefacenti (trova pure spazio, all’inizio di uno degli episodi, una introduzione girata come un film muto dell’inizio del secolo scorso).
Un aspetto che contribuisce, insieme alla dimensione dei rapporti familiari, ad infondere allo show una forte componente emotiva. Tutto questo, sommato al taglio più maturo, che non disdegna una violenza grafica più pronunciata, fanno di Echo un esperimento riuscito. La prima serie ad uscire sotto l’etichetta Marvel Spotlight, senza alcun dubbio, riesce a convincere, risultando diversa dalle altre produzioni targate MCU.


