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Dostoevskij, recensione della serie dei Fratelli D’Innocenzo

Presentata alla 74ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, Dostoevskij dei Fratelli D'Innocenzo arriva il 27 novembre su Sky e in streaming su NOW con tutti gli episodi.

C’è una linea seminale che guida la letteratura e il cinema dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo (uno dei due, non vi sveleremo quale, dice che vivrebbe di letteratura e basta se potesse). C’è da sempre, in un primo momento perché la componente scritta, quindi sceneggiata, era ciò su cui principalmente ruotava il meccanismo filmico del duo. Cosa che poi è andata via via sfumando per arrivare a privilegiare lo studio del racconto per immagini e, di conseguenza, come si crea un’immagine.

Dostoevskij è la prima serie dei D’Innocenzo – anche se sarebbe più corretto inquadrarla come un film lungo cinque ore (sono sei episodi in totale) – ed è, ironia della sorte, proprio il titolo in cui questo passaggio si è più compiuto, arrivando ad una sintesi quasi transmediale in cui l’audiovisivo vive dentro la letteratura. Una dimensione ibrida e ideale in cui i due autori inseriscono il loro particolarissimo punto di vista, riuscendo anche a fare il punto sulle loro ossessioni, paure e ambizioni.

Il loro “filmone” ha tutti i tratti caratteristici di un romanzo hard boiled, soprattutto in termini di struttura e di archetipi, quando infarciti e quando svuotati, in modo da appropriarsi del genere senza mai tradirlo, ma anzi adoperandolo per esaltare i propri punti salienti. Tra tutti l’analisi del maschio novecentesco, qui portato in scena da un gigantesco Filippo Timi, vivisezionato attraverso ciò che più di qualsiasi altra cosa ha espresso il suo fallimento esistenziale: le relazioni, in questo caso con la figlia (interpretata da Carlotta Gamba), con il suo migliore amico (interpretato da Federico Vanni), e dal nuovo che avanza (con il volto di Gabriel Montesi).

Ciò che lo può salvare, ma anche ciò che lo può definitivamente affondare, è proprio il rapporto che costituisce il fil rouge di tutto il racconto, ovvero quello con Dostoevskij. Un orizzonte epistolare (ecco, ancora, la cornice letteraria) che gli permette di camminare. Camminare, ovviamente, dentro se stesso e specularmente al di fuori di sé. Classico.

Chi è Dostoevskij?

Dostoevskij è il serial killer che improvvisamente arriva a devastare le campagne di un non luogo con una striscia apparentemente infinita di omicidi e senza alcun movente, se non la vita stessa. Il suo operato è l’unica cura possibile al maelstrom, il mal di vivere (rintracciabile, tra gli altri, proprio ne “L’idiota” dello scrittore russo), che descrive puntualmente in ogni lettera che lascia sulle scene del delitto.

Dostoevskij è un nome di fantasia, un nome dato dal gruppo di poliziotti che è sulle tracce dell’assassino. Un nome di battesimo concordato in primis da Enzo Vitiello (Timi), colui che più di tutti si troverà ad essere ossessionato da questa lugubre figura, che è arrivata nella sua vita come una nuova chiamata a respirare, nonostante l’unica cosa che possa suscitare sia una pulsione di morte.

Quella che Dostoevskij concede a Enzo è dunque un’esistenza senza vita, l’unica che può d’altronde sopportare a causa del dolore procuratogli quotidianamente dal rapporto con la figlia Ambra (Gamba), che ha abbandonato senza apparente motivo, rendendola un’orfana furiosa, la quale, sapendo di non poter avere indietro l’infanzia, vuole solo distruggere la sua figura paterna.

Dostoevskij, quindi, è null’altro che la rappresentazione di una valle decadente, in cui vige incomunicabilità e distruzione, l’unico prodotto possibile di un mondo in cui i vincenti non esistono più, nonostante qualche straniero, come un poliziotto arrivista (Montesi), ci provi ancora. Forse proprio per questo Enzo ha percepito una vicinanza atavica con l’assassino.

Un nuovo apice

I fratelli D’Innocenzo guardano ad un tipo hard boiled esistenzialista tornato alla ribalta sulla scena internazionale con Memorie di un assassino, ma lo estremizzano ancora di più arrivando a svuotarlo di alcune sue componenti semantiche per poter concentrarsi sull’aridità come condizione dell’animo umano. Dostoevskij non è minimamente interessato all’indagine in quanto tale, ridotta per lo più ad ellissi, ma alla (de)costruzione di un universo che altro non è che lo specchio di un protagonista elevato a personificazione di una generazione velenosa.

Usiamo questo termine non a caso, perché del veleno di cui essa stessa si è ammalata ha finito per contagiare tutto ciò che la circonda, dalle persone ai luoghi (facendoli diventare non luoghi), due entità filmiche che per i D’Innocenzo hanno, di fatto, la stessa importanza cinematografica. Ecco quindi che il focus del lavoro non è tanto sull’intreccio quanto sulla presentazione di un mondo, di un tono, di un panorama che continuamente comunica con il protagonista. Ancora, un modo di lavorare molto letterario.

Lettere sono, d’altro canto, gli oggetti chiave del racconto, dal momento che diventano la voce del mondo, il cui cuore sta nella muta, ma incredibilmente echeggiante, conversazione tra cacciatore e preda. Due ruoli che si scambiano in continuazione in un valzer in cui vige solo la certezza che entrambi sono stati fautori di una realtà così nera, che fa vittime anche quando non uccide. Anzi, forse va più vittime proprio quando lascia vivere.

Dostoevskij è un nuovo apice per il lavoro dei D’Innocenzo nella misura in cui sembra la chiusura di una parentesi composita aperta addirittura all’inizio del loro lavoro. Momento nel quale avevano inaugurato un punto di vista personale sul genere come codice da manipolare per raccontare storie in cui si analizzano le distorsioni, i mostri e i grigi sorti in un mondo in cui vita e morte sono così vicine da essere sovrapponibili. Un lavoro che li rilancia sotto tutti i punti di vista.

Guarda il trailer ufficiale di Dostoevskij

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il debutto sul piccolo schermo dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo è un apice della loro filmografia perché in grado di poter chiudere i conti con le loro principali ossessioni e ambizioni narrative. Dostoevskij è un hard boiled dal sapore letterario ampiamente destrutturato in cui il genere viene sapientemente adoperato per creare un non luogo in cui poter vivisezionare dei rapporti umani spinti in egual misura da pulsione di vita e morte. Sul banco degli imputati, come tradizione vuole, il maschio novecentesco, stavolta con il volto di un gigantesco Filippo Timi.

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