venerdì, Aprile 16, 2021
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Dollface, recensione del primo episodio della serie con Kat Dennings

La recensione del primo episodio di Dollface, serie con protagonista Kat Dennings. Disponibile su Star, all'interno di Disney+, dal 5 marzo.

In base a cosa si può misurare il successo di una giovane donna? Una relazione di coppia che va a gonfie vele? Dei rapporti di amicizia solidi? Un lavoro soddisfacente? Dollface, la miniserie composta da 10 episodi con protagonista Kat Dennings (2 Broke Girls, WandaVision) e disponibile dal 5 marzo su Star (all’interno di Disney+) tenta di rispondere a questo dilemma. La risposta è semplice, e la conoscevamo già dai tempi di Carrie Bradshaw e company: una donna è realizzata qualora sia in possesso della straordinaria abilità di mantenere il giusto equilibrio tra i vari ambiti della propria vita, possibilmente senza trascurare nessuno, sé stessa in primis.

L’errore commesso da Jules Wiley (Kat Dennings) è – a quanto pare – imperdonabile: investire troppo tempo nella relazione sentimentale con il proprio fidanzato, scegliendo deliberatamente di trascurare le amiche del cuore Madison (Brenda Song) e Stella (Shay Mitchell). Piantata in asso dal compagno, Jules si ritrova da sola, senza una spalla sui cui piangere. L’unico modo per redimersi e ritrovare finalmente la dignità perduta è ricostruire il rapporto con le amiche tradite, recuperando così il desiderio di auto-affermazione rimasto sopito da ormai troppi anni. Il primo episodio della serie creata da Jordan Weiss e prodotta (tra gli altri) da Margot Robbie lascia abbastanza perplessi. Già dai primi minuti si capisce che l’impianto narrativo di Dollface sarà prettamente metaforico, vista la scelta di alternare scenari reali (la città di Los Angeles, dove ha luogo la vicenda) e ambientazioni oniriche.

La giovane protagonista, dopo essere stata scaricata dal fidanzato, viene prelevata da un autobus guidato da una donna-gatto (una sorta di mentore, che sta lì a ricordarle l’importanza e la “sacralità” dei rapporti amicali tra donne). Qui Jules scopre che altre fanciulle stanno vivendo la sua stessa desolante situazione, affrante perché abbandonate dai rispettivi ex fidanzati. Fuori dal finestrino, intanto, si vedono in lontananza il villaggio delle “ragazze-maschiaccio”, che tentano di darsi un tono da donne forti e quindi mascoline, e l’inquietante “città del ripiego”, dove è possibile fermarsi, casomai la singletudine si rivelasse insostenibile. Il pittoresco mezzo di trasporto serve, in realtà, a ricondurre le ragazze alla realtà, quella realtà rinnegata in nome di relazioni sentimentali ormai tristemente naufragate.

La realtà in cui ripiomba Jules, tuttavia, non è meno stereotipata del sogno, e certamente si tratta di una scelta voluta. Da un punto di vista strettamente narrativo, questa impostazione rischia di penalizzare lo sviluppo dei personaggi. Se Madison e Stella ci vengono presentate come due macchiette prive di personalità, il primo episodio rivela assai poco anche del carattere della protagonista, che appare come un’opaca figura trascinata dagli eventi, non troppo convinta delle scelte che è costretta a prendere. Tra l’altro ci chiediamo: in questo mondo di donne super-sicure di sé, pronte nel migliore dei casi a rimettersi immediatamente in carreggiata dopo una delusione sentimentale, e nel peggiore a trattare gli uomini come dei meri oggetti sessuali, ci sono altre persone incerte come Jules? Oppure lei è l’unica a sentirsi, palesemente, un pesce fuor d’acqua, tentando con tutte le sue forze di adattarsi a questa strana realtà?

Se il personaggio fosse un po’ più simpatico, ci preoccuperemmo per lei: spereremmo che sviluppasse una personalità propria, anziché passare da un rapporto di dipendenza (quello con l’ex fidanzato) ad un rapporto altrettanto prevaricante (quello con le amiche ritrovate). Ma la recitazione gracchiante della Dennings non aiuta e quindi ci limitiamo ad osservare quello che accade, senza preoccuparci più di tanto dei futuri sviluppi. Sembra che gli autori di Dollface abbiano tentato di radunare in quaranta minuti tutti i peggiori stereotipi sull’universo femminile: si presume che, ad un certo punto della serie, si assisterà ad un rovesciamento, volto forse a mettere in luce la superficialità di alcuni atteggiamenti assunti talvolta dalle donne per sembrare forti ed emancipate. Si tratta di comportamenti che, spesso e volentieri, vengono suggeriti e incoraggiati dalla società stessa: se vuoi essere una donna di successo devi vestirti così, devi parlare così, devi amare così, devi lavorare così, devi farti rispettare così. E le donne che popolano l’universo di Dollface sembrano aderire perfettamente a questi sterili modelli.

Un episodio è troppo poco per capire dove voglia andare a parare la serie, certo. Il tono leggero e vacuo con cui vengono trattati temi così importanti, tuttavia, non lascia ben sperare. Il rischio è che Dollface si carichi, suo malgrado, di intenti prescrittivi, cercando – ancora una volta – di educare il pubblico femminile, suggerendogli comportamenti giusti da tenere e comportamenti sbagliati da evitare. Posto che sarebbe auspicabile comprendere i subdoli meccanismi cui, da sempre, sono sottoposte le donne nei vari contesti in cui esse si muovono (così da agire il più liberamente possibile), viene spontaneo chiedersi: se una donna scegliesse deliberatamente di trascurare le amiche per stare con il fidanzato, che ci sarebbe di male? Sarebbe giusto considerare “superficiale” una donna che decidesse, volontariamente, di aderire a quanto suggerito da riviste di moda e spot pubblicitari?

E poi, visto che Dollface si regge sul concetto di amicizia “al femminile”, perché non parlare dell’amicizia tra uomo e donna? Esiste anche quella, casomai gli autori lo avessero dimenticato (manteniamo comunque la speranza che nei restanti nove episodi ci si occupi anche di questo aspetto). Dollface appare, dunque, come un prodotto in bilico tra commedia leggera e satira. E per quanto i suoi intenti iniziali fossero (presumibilmente) buoni, Jordan Weiss sembra purtroppo mancare il bersaglio. Il motivo è semplice: cosa c’è di peggio di una commedia che non fa sorridere? Una satira venuta male.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dollface appare come un prodotto in bilico tra commedia leggera e satira. E per quanto i suoi intenti iniziali fossero (presumibilmente) buoni, Jordan Weiss sembra purtroppo mancare il bersaglio. Il motivo è semplice: cosa c’è di peggio di una commedia che non fa sorridere? Una satira venuta male.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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