Dispatches from Elsewhere, recensione della serie di e con Jason Segel

scritto da: Diego Battistini

Rispetto a Netflix, le cui produzioni sembrano sempre più rattrappirsi nel procedere verso una sorta di “uniformità estetico-seriale”, Amazon appare maggiormente interessata (almeno in questo periodo) alla sperimentazione. Non che questo si traduca, in automatico, in una maggiore qualità delle opere prodotte (anzi…), ma è certamente apprezzabile il tentativo della major di Jeff Bezos di intraprendere strade poco battute o comunque alternative rispetto alla serialità contemporanea, ponendosi sovente l’obiettivo di stupire lo spettatore. È un po’ quello che accade anche per quanto riguarda la nuova serie distribuita da Prime Video: Dispatches from Elsewhere, disponibile in streaming dallo scorso 15 giugno.

Si è detto “distribuita”, perché effettivamente la serie non è stata prodotta da Amazon, bensì dal canale statunitense AMC, che l’ha lanciata negli States il 1° marzo. Factotum del progetto è Jason Segel (per chi non lo conoscesse, il Marshall di How I Met Your Mother) che ha collaborato al progetto in viste di head creator, produttore esecutivo, regista dell’episodio pilota e sceneggiatore delle prime tre puntate della serie (l’ultima scritta in collaborazione con Jordan Harrison).

Dispatches from Elsewhere è un’opera immaginifica che gioca molto con le aspettative dello spettatore (spesso tradendole), e che si ispira a quanto raccontato dal documentario The Institute di Jeff Hull e Spencer McCall, incentrato sulla storia di un assurdo esperimento “ludico-sociale” avente luogo a San Francisco a partire dal 2008: un alternativo reality game ideato dall’artista Jeff Hull che coinvolse per tre anni migliaia di persone.

Peter (Jason Segel) è un programmatore informatico la cui vita è pervasa da una triste monotonia. Le sue giornate sono scandite dalle medesime azioni e i suoi rapporti sociali sono pressoché nulli. Tutto sembra però cambiare quando si imbatte in una serie di misteriosi messaggi affissi per le strade di Philadelphia ed entra in contatto con una misteriosa realtà: il Jejune Insitute, diretto dall’ambiguo Octavio Coleman (Richard E. Grant).

Senza sapere bene come, Peter si trova a partecipare a una specie di “caccia al tesoro” ricca di mistero in compagnia di “giocatori” che condividono con lui un’esistenza anonima e avara di soddisfazioni: la trans Simone (Eve Lindley) che sta cercando di fare i conti con la propria natura sessuale, la vedova Janise (Sally Field) che prova a “ritornare alla vita” dopo la dipartita del compagno, e il complottista paranoico Fredwynn (Andre Benjamin) che è determinato a fare tutto il necessario pur di scoprire la verità sul misterioso Jejune Institute.

La prima cosa che probabilmente è utile dire riguardo a Dispatches from Elsewhere è che non si tratta di una serie “per tutti”. Non si tratta di un’opera profondamente autoriale come Tales from the Loop (peraltro sempre di Amazon), contraddistinta da ritmi narrativi compassati e una narrazione che procede più che per accumulo di situazioni ed azioni sull’esternazioni di emozioni e sentimenti; la serie di Jason Segal è puramente narrativa, pur covando l’ambizione di raccontarci qualcosa di non banale sulla solitudine umana, ma si affida a una struttura drammaturgica e una messa in scena dove la realtà sfuma in una sorta di estetica surrealista che lo spettatore è chiamato ad accettare senza porsi troppe domande.

C’è chi ha persino chiamato in causa il “cinema dell’assurdo” di David Lynch – ogni riferimento a Thomas Beckett non è naturalmente casuale -, ma a parere di chi scrive Segal e i suoi collaboratori più che perseverare nel tentativo di creare una serie d’autore nel verso senso della parola, si “limitano” ad affidarsi a soluzioni narrative e visive che hanno l’obiettivo di catturare l’attenzione dello spettatore, giocare con le sue aspettative (come si è già detto) e confondere continuamente, lungo il corso della narrazione, le carte in tavola. Così, senza una reale soluzione di continuità con la realtà che stanno vivendo, Peter e gli altri protagonisti si trovano ad esempio al cospetto di Big Foot, o magari sono coinvolti in uno sfrenato ballo notturno in compagnia di un gruppo di danzatori che non si capisce bene se siano il prodotto della loro fantasia oppure se siano reali, ecc.

Più di una volta durante la visione ci si domanda: quanto di quello che stiamo vedendo è reale? Difficile dirlo con precisione. Come Peter, Simone, Janise e Frewynn, anche noi spettatori nel momento in cui accettiamo le “regole” della serie siamo “costretti” a parte al gioco (ma lo è davvero?), nonché ad assumere via via il punto di vista dei vari personaggi in scena. Non solo quindi seguiamo le azioni dei protagonisti, non solo gli accompagniamo nel loro straordinario viaggio di allontanamento dalla monotonia delle loro vite, ma è come se guardassimo il mondo attraverso i loro occhi. In fin dei conti, come dice il personaggio di Octavio Coleman – per certi versi una sorta di demiurgo dell’intera vicenda – ogni essere umano ha in comune qualcosa con altri esseri umani: che si tratti di un’esperienza, di un sentimento, di uno stato d’animo, ecc.

È quindi chiaro che Dispatches from Elsewhere richieda ad ogni spettatore non solo un elevato indice di attenzione, ma anche la capacità di immedesimarsi ed identificarsi nei personaggi in scena. Si tratta di una scelta in controtendenza rispetto a molte produzioni odierne, dove il compito dello spettatore è solo quello di lasciarsi “cullare” o sedurre da una narrazione stereotipata costruita appositamente per coinvolgere. Una scelta sicuramente rischiosa, ma che certamente ripaga se si è disposti a lasciarsi andare e ad abbandonarsi al gioco.

Guarda il trailer ufficiale di Dispatches from Elsewhere

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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