Curon, recensione della nuova serie originale italiana Netflix

scritto da: Diego Battistini

Da sempre impegnata ad ampliare il proprio catalogo, fin dagli esordi Netflix si è spesa per diversificare i propri contenuti non solo dal punto di vista del genere (commedia, thriller, ecc.) ma anche dei luoghi di produzione. L’americano-centrismo della colosso californiano ha lasciato spazio, con il passare degli anni, a un’attenzione rivolta alla produzione cinematografia e seriale di molti paesi “periferici”, tanto che oggi sulla piattaforma si possono fruire contenuti originali provenienti praticamente da tutto il mondo. Nell’ultimo biennio, Netflix ha investito molto anche in Italia, puntando, da un punto vista seriale, su contenuti molto diversi tra loro (com’è nel suo stile), privilegiando anche un genere sicuramente inflazionato a livello internazionale ma poco considerato dalla produzione nazionale: il genere fantastico, come testimoniato da Luna Nera e dalla nuova serie Curon, in uscita sulla piattaforma il prossimo 10 giugno.

Non si tratta naturalmente dell’unico percorso seriale proposto dai contenuti Netflix italiani:  troviamo anche opere appartenenti al sottogenere gangster come Suburra, e al genere teen drama, nella sua variante più propriamente drammatica (Baby) e in quella più edulcorata (Summertime). Eppure colpisce (in positivo) la scelta dell’utilizzo del genere fantastico – data la sua rarità nel panorama produttivo italiano contemporaneo -, così come stupisce (ancora una volta in positivo) il fatto che questo genere sia chiamato in causa utilizzando come spunto narrativo gli archetipi del folklore locale.

Miti e leggende sono le fondamenta della storia sociale di ogni luogo e le loro radici si perdono talvolta nella notte dei tempi. Se Luna Nera aveva chiamato in causa la figura delle streghe, raccontando una vicenda ambientata nel Diciassettesimo secolo, Curon amplifica i riferimenti folkloristici legandoli anche con la realtà contemporanea. Una scelta, sulla carta, molto suggestiva – così come l’ambientazione – ma che purtroppo non riesce ad essere sviluppata in modo coerente ed efficace durante il corso della narrazione. Ed è veramente un grande peccato.

Dopo 17 anni di lontananza da casa, Anna (Valeria Bilello) torna al paese d’origine situato in provincia di Bolzano, Curon, insieme ai due figli (gemelli): Daria (Margherita Morchio) e Mauro (Federico Russo). Il ritorno della donna metterà a dura prova il fragile equilibrio che regna nel paese e il rapporto tra i suoi abitanti: il padre di Anna, Thomas (Luca Lionello), le intima di andarsene, come aveva già fatto (misteriosamente) anni addietro, senza che lei ne comprenda il motivo, l’ex fidanzato Albert (Alessandro Tedeschi), ormai sposato con Klara (Anna Ferzetti) e padre di due figli, Miki (Juju Di Domenico) e Giulio (Giulio Brizzi), sembra essere sconvolto dal ritorno di Anna e palesa una nuova attrazione nei suoi confronti, e in generale la comunità appare contrariata dall’avvento della donna, su cui pesa l’odio generalizzato verso la sua famiglia, i Reina, un tempo padroni di Curon e rei, secondo il volgo, di avere deciso di inabissare il vecchio paese per costruire un lago artificiale.

Mentre Anna cerca di fare i conti con il proprio passato – segnato da una tragedia familiare che continua a tormentarla -, e il proprio presente – è in fuga dal marito violento -, Daria e Mauro, abbandonati l’amata Milano e gli amici, si trovano costretti ad adattarsi alla nuova realtà non senza qualche difficoltà. Intanto, le placide acque del lago sembrano cominciare ad incresparsi in attesa di far emergere qualche inquietante mistero…

Esteticamente ispirato a serie per certi versi analoghe quali Strangers ThingsDark e sopratutto Les Revenants di Fabrice Gobert (in riferimento a quest’ultimo caso, ritornano molteplici elementi tra cui l’elemento simbolico del lago e quello del doppio), Curon si prefigge l’obiettivo di recuperare una tradizione popolare profondamente radicata nel Sud-Tirolo italiano (quindi prettamente “germanica”, come testimoniano anche i riferimenti all’essere demoniaco Krampus); utilizzando oltretutto una location affascinante come il lago di Resia, dove troneggia il solitario campanile, unica parte emersa e quindi visibile del vecchio paese che dà il titolo alla serie, inondato nel 1950 per la costruzione di uno specchio d’acqua artificiale.

curon

Peccato che, a visione ultimata, Curon si riduca a una vera e propria occasione persa. E questo lo si scrive con un certo rammarico, perché le carte in tavola per realizzare una serie “alternativa” rispetto alla produzione seriale italiana contemporanea c’erano tutte. Il problema è che – anche rispetto alle serie prese a mo’ d’esempio dagli sceneggiatori e indicate in precedenza – Curon non riesce a cristallizzare una sua estetica, trovandosi quindi a scimmiottare quello che potremmo definire uno “stile internazionale” molto debitore della serialità d’oltreoceano, e soprattutto non avendo la capacità di amalgamare, a livello narrativo, tutti gli elementi – alcuni davvero suggestivi – chiamati in causa durante il corso delle varie puntate.

Ad eccezione del primo episodio, per certi versi “respingente” nei confronti dello spettatore (sarà per l’immediatezza con cui introduce la vicenda, forse troppo brutale, sarà per la recitazione degli attori non sempre sulla stessa lunghezza d’onda), le puntante successive fanno emergere spunti tematico-narrativi a volte sorprendenti, che però troppe volte appaiono evocati ma mai davvero affrontati. Non solo temi a carattere generale come quello già citato del doppio, tanto amato dal genere fantastico, oppure quello relativo al rapporto genitori/figli, ma anche aspetti più legati alla tradizione locale: il rapporto complesso – e molto sentito in Trentino Alto-Adige – tra popolazione di origine italiana (in questo caso, la famiglia di Anna) e quella invece di origine tedesca (il resto della popolazione di Curon), i riferimenti alle ferite inflitte a quel territorio dal dramma della Seconda Guerra Mondiale – la vecchia Curon subì un bombardamento aereo -, il carattere rituale della religione cattolica, che si traduce in una continua lotta del bene cristiano contro le forze oscure del male.

Tutti elementi si per sé affascinanti che – se affrontati a dovere – avrebbero permesso alla serie di definire un atmosfera perturbante (nel senso più freudiano del termine) che invece emerge solo in rarissimi casi (le suggestive sequenze notturne del bosco, ad esempio). A questo si deve aggiungere anche un altro elemento che purtroppo inficia la riuscita della serie: la caratterizzazione, nel complesso, dei personaggi. In certi momenti, durante il corso della narrazione, specie quando le diverse sequenze narrative sono inframmezzate dalle riprese dei luoghi in cui è ambientata la vicenda, si ha la sensazione che l’interesse nei confronti della location – interesse quasi più documentario che non narrativo – prenda il sopravvento sui personaggi stessi.

È un po’ come se si fosse ritenuto che, trovata l’ambientazione giusta, tutto poi si sarebbe sviluppato di conseguenza (storia e personaggi). Anche una serie quale Les Revenants, ad esempio, si affida a una location di rara efficacia estetica – ricordate la cittadina incastonata tra i monti e la diga? -, ma tale sfondo non è “abbandonato” a se stesso, ma è supportato da una serie di personaggi – “ritornanti” e non – che appaiono estremamente realistici a livello psicologico, e sono oltretutto interpretati magnificamente da un cast che – è bene specificarlo – non presenta particolari nomi di spicco.

Tutto questo per dire che, al contrario, in Curon non si evince la stessa maestria nel descrivere i vari personaggi, specialmente quelli principali, e questo indipendentemente dall’efficacia degli attori chiamati ad impersonarli (ai quali eventualmente si può rimproverare di portare all’estremo certi sentimenti e comportamenti). Troppo spesso i personaggi appaiono bidimensionali, le loro psicologie troppo semplicistiche e non si riesce mai ad entrare in empatia con loro. Paradossalmente appaiono invece più riuscite certe figure di contorno, a cominciare dal misterioso Ober (Max Malatesta), che forse avrebbe necessitato di maggior spazio nell’economia del racconto.

Nonostante, quindi, sia evidente il tentativo di proporre un contenuto per certi versi “innovativo” – per quanto riguarda la serialità italiana -, lo sforzo degli sceneggiatori (Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano) e dei due registi coinvolti nell’operazione (Fabio Mollo, Lyda Patitucci) non ha purtroppo condotto a un risultato soddisfacente da un punto di vista estetico. Al di là dell’idea di partenza, Curon presenta dei limiti non tanto a livello drammaturgico-strutturale, quanto a livello di atmosfera e di maturità nel raccontare una storia che avrebbe potuto essere certamente più incisiva a livello spettacolare, nonché molto più cupa.

Certo, al contempo va riconosciuto comunque anche il coraggio dei suoi creatori per aver provato ad addentrarsi in un territorio oscuro alla produzione nazionale – chiamando in causa, oltretutto, modelli illustri (fin troppo, con il senno di poi, visto anche il risultato finale) – e chissà che la strada indicata (anche) da Curon non possa portare un domani allo sviluppo di un “genere autoctono”, con specificità proprie a livello estetico, capace di essere affrontato con più mezzi a disposizione (a livello produttivo, naturalmente) e una maggiore consapevolezza cinematografico-seriale.

Guarda il trailer ufficiale di Curon

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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