venerdì, Ottobre 7, 2022
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Copenhagen Cowboy, recensione della serie di Nicolas Winding Refn

La recensione di Copenhagen Cowboy, la nuova serie di Nicolas Winding Refn presentata, Fuori Concorso, a Venezia 79. Prossimamente su Netflix.

Maiali, mafia, violenza. Aggiungeteci le allucinazioni al neon (se no che opera di Nicolas Winding Refn sarebbe?) e il risultato è la nuova serie Copenhagen Cowboy. Sembra quasi una continuazione spirituale della precedente Too Old to Die Young. Il contesto è sempre quello della criminalità, ma questa volta Refn ha cambiato produzione (da Amazon è passato ora a Netflix), e l’ambientazione non è più Los Angeles, ma il suo paese di origine, la Danimarca (non accadeva dalla trilogia di Pusher).

Miu (Angela Bundalovic), una ragazza in tuta che ricorda il personaggio di Undici di Stranger Things per lo sguardo androgino e i lunghi silenzi, si muove tra gli ambienti criminali di varie nazionalità. Miu non è che uno degli alter ego cari a Refn, che eredita virtualmente lo scettro dai vari Charles Salvador (Tom Hardy) in Bronson, One Eye (Mads Mikkelsen) in Valhalla Rising, il pilota (Ryan Gosling) in Drive. Il suo nome è ispirato alla casa di moda Miu Miu del gruppo Prada, con cui è in atto una collaborazione che ha portato Refn a vivere a Milano per dedicarsi a svariati progetti, mentre la connotazione fisica del personaggio è molto diversa dai precedenti Refn, con una fragilità femminile molto più marcata e un volto che trasmette a prima vista insicurezza.

I corpi fatti a pezzi dai maiali e di quelle persone che c’erano poco prima non ne rimane traccia. Uomini e donne divorati che sono sporchi nel corpo e nell’anima, andando quindi a creare una simmetria con i maiali stessi. Addirittura, c’è un uomo che ha sembianze porcine: non parla ma emette solo grugniti, vive per rispettare i comandi del clan mafioso, ma spesso si lascia andare a rapporti sessuali per sfogare i suoi istinti animali.

Copenhagen Cowboy, una storia di vendetta che rompe i classici schemi della serialità

Lunghe panoramiche che svelano a poco a poco gli ambienti: è Refn che ha il pieno controllo della macchina da presa ed è il padrone del tempo, a sottolineare la volontà di andare contro la velocità dell’intrattenimento di massa, come da lui stesso dichiarato. Non mancano certo citazioni ai suoi film precedenti, uno fra tutte Pusher, se non altro per la presenza dell’attore Zlatko Buric (nel corso degli episodi ci sono alcuni scambi di battute che, per chi conosce bene la filmografia del regista, non sarà difficile ricollegare opportunamente).

Copenhagen Cowboy, presentata Fuori Concorso a Venezia 79, è una storia di vendetta nelle sue tradizionali luci al neon, con una palpitante e rimbombante colonna sonora di sintetizzatore, opera di Cliff Martinez (storico collaboratore di Refn), che scuote lo spettatore proprio quando sembra che la scena stia rallentando. La serie ha una struttura da videogioco: una volta completata una partita, Miu passa al livello successivo, dove le difficoltà aumentano e presto non potrà più agire da sola, ma avrà bisogno di alleati.

Davvero un’esperienza strana e particolare la visione di questa serie. Refn ha uno stile ben preciso: può piacere come no. Se non avete amato Too Old to Die Young, probabilmente non apprezzerete nemmeno questa nuova serie, con la quale condivide diversi elementi. In ogni caso, Copenhagen Cowboy merita di essere visto anche solo per il coraggio e la creatività di rompere con i classici schemi della serialità.

Guarda il teaser trailer di Copenhagen Cowboy

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Davvero un'esperienza strana e particolare la visione di Copenhagen Cowboy. Refn ha uno stile ben preciso: può piacere come no. Se non avete amato Too Old to Die Young, probabilmente non apprezzerete nemmeno questa nuova serie. In ogni caso, merita di essere vista anche solo per il coraggio e la creatività di rompere con i classici schemi della serialità.

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