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Clark, recensione della miniserie con Bill Skarsgård

La recensione di Clark, miniserie in sei episodi sulla vita del criminale Clark Olofsson, con protagonista Bill Skarsgård. Disponibile su Netflix.

Dallo scorso 5 maggio campeggia, all’interno del catalogo Netflix, la miniserie Clark. I sei episodi che compongono questa spassosa produzione svedese ripercorrono vita e gesta di Clark Olofsson; famigerato in patria, ma pressoché sconosciuto al di fuori dei confini della Svezia, Olofsson è l’ispiratore di quella particolare variante di dipendenza affettiva nota come Sindrome di Stoccolma.

Anziché concentrarsi su questo aspetto della vicenda – forse l’unico familiare al pubblico internazionale -, il regista e autore Jonas Åkerlund sceglie di limitarlo ad un (relativamente) piccolo frammento di racconto, imboccando la strada del biopic. Un biopic certamente sui generis che, nel suo dichiararsi “basato su verità e bugie”, tradisce le proprie ambizioni meta-narrative. Clark si presenta, così, come prodotto assai più accattivante e originale di molte opere di tenore analogo, dimostrando l’intelligenza di un’impostazione coraggiosa, i cui rischi vengono ampiamente ripagati da un risultato complessivo che funziona alla grande.

La miniserie passa in rassegna gli episodi più salienti della carriera criminale di Clark Olofsson (Bill Skarsgård) e si sviluppa su un arco temporale piuttosto lungo: dagli anni Cinquanta, quelli della giovinezza, si passa agli anni Sessanta e Settanta, quando si realizzano i principali misfatti del protagonista, per approdare infine agli anni Ottanta e Novanta, con un timido tentativo del nostro di mettere la testa a posto.

Un andamento cronologico, dunque, che da solo avrebbe potuto restituirci il più canonico ritratto del “criminale più famoso di Svezia”. Se non fosse che le intenzioni di Clark sono altre, e lo si capisce sin dal principio: il racconto stesso, per come è concepito, con la voce fuori campo di Olofsson che commenta ironicamente i fatti che si susseguono sullo schermo, vuole essere a sua volta proiezione della personalità del protagonista, in un gioco di specchi che non può essere in alcun modo oggettivo. Il punto di vista del personaggio principale, che permea l’intera narrazione, viene così ribadito dalla narrazione stessa, in un felice connubio di scrittura e invenzione visiva.

Entrambe sopra le righe, esagerate, persino fiere del loro essere ridondanti e squisitamente pop (e in questo paga, senza ombra di dubbio, l’esperienza di Jonas Åkerlund come regista di videoclip musicali), non sono altro che il riflesso delle tendenze truffaldine di Olofsson, tanto da indurre lo spettatore a chiedersi più di una volta quanto ci sia di vero negli eventi narrati (per la cronaca, la risposta è: praticamente tutto). Non stupisce, quindi, che il celeberrimo fatto di cronaca, avvenuto nel 1973 nel pieno centro di Stoccolma, e destinato a restare impresso sia sui libri di storia che sui manuali di psicologia, in Clark faccia capolino soltanto tra la terza e la quarta puntata: nell’economia del racconto, esso non è che un tassello, non più importante di altri, utile a definire la stravagante personalità di Oloffson.

La famigerata circostanza resta, tuttavia, sottotraccia per l’intera serie, come un rimando indiretto alle abilità affabulatorie del protagonista. Nelle sei ore di spettacolo, verità e finzione sono così ingarbugliate da lasciare lo spettatore confuso e, allo stesso tempo, sedotto dal fascino del rapinatore dal cuore tenero: si ricrea così una situazione analoga a quella vissuta dagli impiegati della banca di Norrmalmstorg, ammaliati a tal punto dal savoir-faire di Olofsson da considerarlo non più una minaccia, ma un compare per il quale parteggiare.

Bill Skarsgård la fa, ovviamente, da padrone: se il resto del cast è ottimo, l’attore svedese è straordinario. Skarsgård dimostra doti recitative notevoli, che sorprenderanno chi ha il torto di continuare ad associare il figlio d’arte (con una carriera, fino a questo momento, di tutto rispetto) alla sola figura del mostruoso pagliaccio Pennywise. Questo one-man show dal ritmo serrato (che incoraggia ad una godibile seduta di binge watching) è impreziosito da un carosello di situazioni esilaranti, rette alla perfezione da Skarsgård, che qui sfoggia una inedita predisposizione alla commedia.

Il suo Olofsson è affascinante e irriverente, ed è facile tifare per lui, dimenticandoci che si tratta, dopotutto, di un criminale incallito, specializzato in rapine a mano armata, e certamente non una brava persona. Scaltro e manipolatore, Oloffson è un egocentrico invaghito di sé stesso, disposto a sacrificare amori e amicizie in base al proprio tornaconto personale. Ma il suo spirito fanciullesco, che ne fa un’irresistibile icona di anarchia e ribellione al potere costituito, non può che generare in noi sentimenti contrastanti nei suoi confronti.

Ma chi era, veramente, Clark Olofsson? La miniserie si rifiuta di rispondere a questa domanda, e non per superficialità, ma nell’ottica di una precisa scelta poetica: lanciarsi in elucubrazioni sulle motivazioni profonde che hanno condotto Olofsson a dare una certa direzione alla propria esistenza avrebbe significato cambiare il tono generale dell’opera. Vi sono accenni, in Clark, all’infanzia del protagonista e in particolare al rapporto burrascoso con il padre alcolizzato e violento: lì, forse, si cela (in parte) l’origine del mistero che avvolge l’astuto fuorilegge, ma Åkerlund sceglie di non andare in profondità, peraltro astenendosi dall’esprimere qualsiasi forma di giudizio nei confronti del suo antieroe.

Non vi è pacificazione con un passato doloroso né alcuna forma di catarsi, se non quelle che in certa misura possono essere individuate in una vita trasformata in show. Tuttavia, cedere alla tentazione di classificare Clark come commedia scanzonata, che si limita a descrivere frettolosamente una figura così complessa, sarebbe un grave errore di valutazione; è l’opera stessa, per come è stata concepita nei toni e nella scrittura, a rappresentare un’analisi sufficientemente esaustiva del personaggio principale. È il contenitore, in altre parole, a dirci qualcosa sul contenuto.

In Clark è centrale il tema del rapporto con gli altri e della (im)possibilità di conciliare la nostra vera, profonda, natura con le etichette che ci ha affibbiato – spesso con il nostro assenso – la società. Olofsson, che dichiara di essere l’unico a conoscersi veramente, sta al gioco che lui stesso ha imbastito, protagonista assoluto di una narrazione da cui non intende svincolarsi, poiché è lì che si sente al sicuro, protetto da recriminazioni e sensi di colpa. Ma, qualora volesse, sarebbe in grado di uscire dalla gabbia costruita con le sue stesse mani?

Una risposta ci viene fornita, in parte, dalla giornalista Sussi Korsner (Alida Morberg): impegnata nella stesura della sua biografia, la scrittrice intervista un ormai imbolsito Clark, dando luogo ad un dialogo improbabile tra ragione e folle dissimulazione. Sussi, tra tutte le donne che hanno incrociato il proprio cammino con quello di Olofsson, oltre ad essere l’unica immune al suo fascino (con palese disappunto di lui), è la sola ad intravedere le contraddizioni e, se vogliamo, la tragicità di un’esistenza votata alla menzogna e alla fuga dalle responsabilità.

Olofsson avrebbe finalmente modo di gettare la maschera, ma anche questa occasione si traduce in un nulla di fatto, frustrando ulteriormente lo spettatore in cerca di risposte: a spuntarla, ancora una volta, è lo spirito istrionico di un uomo ormai intrappolato nella sua stessa messinscena. E al pubblico, indeciso tra condanna e assoluzione, non resta che chiedersi come abbia potuto ignorare un personaggio del genere per così tanto tempo.

Guarda il trailer ufficiale di Clark

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Clark si presenta come prodotto assai più accattivante e originale di molte opere di tenore analogo, dimostrando l’intelligenza di un’impostazione coraggiosa, i cui rischi vengono ampiamente ripagati da un risultato complessivo che funziona alla grande.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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