martedì, Aprile 16, 2024
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Castle Rock recensione: un puzzle orrorifico ricco di citazioni

Tremate spettatori, perché Castle Rock e il multiverso creato da Stephen King sono tornati. E no, non approdano sul grande schermo bensì sul canale via cavo Hulu, altro modo felice per fruire del meglio della serialità odierna.

Questa volta il fortunato è di nuovo il noto scrittore americano, re incontrastato dell’orrore, ultimamente al centro di un curioso revival che ha portato (o ri-portato) sul grande e piccolo schermo titoli come IT, La Torre Nera, 22. 11. 63, Il Gioco di Gerald, 1922 e molti altri.

King diventa il motore immobile che permette alla serie in dieci episodi Castle Rock (qui il trailer ufficiale) di pulsare, di vivere e – in maniera del tutto indipendente – di riuscire perfino a creare dei personaggi autonomi, dotati di esistenze e linee narrative slegate dalle pagine dell’autore.

castle rock

La serie nasce da un’idea degli autori Sam Shaw e Dustin Thomason (autori del dramma atomico Manhattan, ormai cancellato) ed è prodotta da King stesso insieme all’(ex) enfant prodige J.J. Abrams, che qui può sfoggiare senza ritegno quel gusto – ma soprattutto, quel piacere – per la citazione che ne hanno contraddistinto da sempre lo stile e la carriera.

Abrams, figlio della cultura anni ’80, questa volta si spinge ad omaggiarne una porzione che è poi sforata pienamente nei ’90, recuperando un gusto e uno stile degni di prodotti divenuti instant cult come Stranger Things.

E proprio con il pluripremiato show Netflix Castle Rock ha in comune un certo gusto e un approccio, legato alla nostalgia per un periodo così lontano eppure così vicino, le cui conseguenze si ripercuotono ancora oggi sulle nostre scelte, finendo per influenzarle.

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Nella serie si è scelto, volontariamente, di non adattare in modo pedissequo i frammenti sparsi dell’universo King; piuttosto, si è scelto di creare una linea narrativa autonoma popolata di rimandi, riferimenti, citazioni e strizzate d’occhio che allieteranno tanto i cultori dell’horror di King quanto tutti gli spettatori casuali dell’ultima ora.

In Castle Rock l’identità spaziale è garantita dal luogo, ovvero la cittadina (fittizia) del Maine dove sono ambientati numerosi, terrificanti, romanzi; a cambiare sono piuttosto i piani temporali, passando con disinvolta naturalezza da una storia all’altra e da un periodo specifico all’altro.

La trama inizia nel 1991 con il ritrovamento, da parte dello sceriffo Alan Pangborn, di un bambino di colore chiamato Henry Matthew Deaver. Dal ’91 si passa al 2018, quando il direttore del carcere di Shawshank si suicida, proprio in occasione dell’anniversario di un terribile incidente avvenuto lì 27 anni prima.

In una gabbia segreta, all’interno del carcere, è rinchiuso un giovane sconosciuto, che non sembra avere nessuna credenziale identificativa e apparentemente rapito dallo stesso direttore del carcere. Le uniche tre parole pronunciate dal giovane sono il nome completo di Dever, divenuto nel frattempo prestigioso avvocato specializzato nella pena capitale, in Texas.

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La recensione della prima stagione di Castle Rock

Con una trama simile e dieci episodi da vedere, Castle Rock vede protagoniste, nel cast, vecchie (e nuove) facce ricorrenti dell’universo King: da Sissy Spacek (Carrie lo Sguardo di Satana) a Bill Skarsgard (il nuovo Pennywise in IT), passando per i sodali Terry O’ Quinn (Unico indizio la luna piena), Melanie Lynskey (Rose Red), Ann Cusack (Mr. Mercedes), Frances Conroy (The Mist) e André Holland. Scott Gleenn è Alan Pangborn, lo sceriffo in pensione del borgo di Castle Rock, a sua volta avvistato in innumerevoli romanzi.

L’idea alla base di Castle Rock non può che essere intrigante, magnetica e seducente: raccontare il multiverso kinghiano creando una storia parallela e antologica, capace di mescolare ogni volta personaggi nuovi con quelli classici, attinti a pieni mani – dagli sceneggiatori – dal ricco universo di Stephen King.

Come dimostra fin dalla prima puntata, la serie gode di un’originalità che – a parte i felici esiti del nuovo IT – spesso è mancata agli adattamenti delle opere del re dell’orrore, troppo impegnate nel titanico sforzo di tradurre, da parole a immagini, l’universo iperattivo dello scrittore.

L’asso vincente di Castle Rock risiede proprio nella capacità di viaggiare con il pilota automatico, creando una trama e, a sua volta, una serie di sotto-trame inquietanti e ricche di rimandi e citazioni, che permetteranno allo spettatore di perdersi nel gioco delle citazioni quanto di scervellarsi nel rimettere a posto i pezzi del puzzle orrorifico.

Il gioco si svela già a partire dalla scelta del cast, con tutti gli attori scelti che hanno già fatto parte del multiverso King – come non citare, in particolare, gli iconici Sissy Spacek e Bill Skarsgard? – e l’eterno ritorno dell’uguale di luoghi e situazioni, saccheggiati a piene mani dalle pagine migliori dei romanzi più noti.

Un’unica nota stonata si annida nel ritmo di questo curioso prodotto: invece di essere veloce e incalzante, proprio in virtù della propria natura pop, finisce per prendersi troppo sul serio in certi momenti, perdendosi tra i fumi di lunghissimi spiegoni e narrazioni che, invece di trovare il polso della situazione, perdono il battito dell’interesse, recuperando credibilità solo tra le pieghe incerte e sottili del costante gioco dei rimandi.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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