venerdì, Marzo 5, 2021
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Big Sky, recensione dei primi due episodi della serie originale Star

La recensione dei primi due episodi di Big Sky, miniserie thriller creata da David E. Kelley. Disponibile su Star dal 23 febbraio.

La miniserie thriller Big Sky, uscita negli Stati Uniti lo scorso autunno (e ad oggi ancora in onda), approda in Italia il prossimo 23 febbraio, in concomitanza con il lancio di Star all’interno della piattaforma streaming Disney+. Con il suo ricco catalogo di contenuti (inediti e non), il nuovo brand di intrattenimento si rivolge ad un pubblico più adulto ed eterogeneo, promettendo così di ampliare notevolmente la platea di utenti di Disney+.

Se, almeno sulla carta, Big Sky si presenta come una delle produzioni televisive più interessanti degli ultimi mesi, lo dobbiamo prima di tutto al suo creatore, David E. Kelley. Il nome dello showrunner statunitense, uno dei più prolifici e intuitivi degli ultimi decenni, è indelebilmente associato a serie cult, quali The Practice, Ally McBeal, Boston Legal e i più recenti Big Little Lies, Goliath e The Undoing.

Big Sky segna, in effetti, un punto di svolta nella carriera di Kelley: il suo ritorno ad un’emittente televisiva pubblica (in questo caso, la ABC). Potremmo dunque definire Big Sky un ritorno di Kelley alle origini, a quel contesto produttivo che lo aveva consacrato in prima istanza e da cui si era categoricamente allontanato dopo la cancellazione (nel 2014), da parte della CBS, della sit-com The Crazy Ones, con protagonisti Robin Williams e Sarah Michelle Gellar. Da quel momento in poi, Kelley si è dedicato a produzioni streaming e via cavo, riscuotendo un successo dopo l’altro, principalmente in ragione della minore pressione di carattere commerciale e pubblicitario e della maggiore libertà creativa garantita ad autori e maestranze.

Soltanto un progetto particolarmente ambizioso avrebbe potuto indurre Kelley a tornare alla cosiddetta broadcast television; e Big Sky, la serie scelta dalla ABC per innescare un cambiamento di marcia e quindi un salto di qualità all’interno dell’emittente, rappresentava l’occasione perfetta. Il tono della narrazione e le tematiche affrontate, come sottolineato dallo stesso Kelley in una recente intervista a Hollywood Reporter, avvicinano la serie alle più recenti produzioni Amazon e HBO, rendendola quindi un prodotto insolito (e quindi anche rischioso) per un network televisivo.

Viste le premesse, ci aspetteremmo qualcosa di folgorante, o quantomeno innovativo. I primi due episodi di Big Sky (che abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima) sembrano invece preparare il terreno per qualcosa di già visto, ponendo l’accento su elementi che sono pericolosamente votati a scadere nel più superficiale cliché.

Il primo episodio di Big Sky, che funge da introduzione all’intera vicenda (basata sul romanzo The Highways di C.J. Box), ci presenta quattro nuclei distinti di personaggi: c’è il triangolo amoroso composto dai detective privati Cody (Ryan Philippe), la sua ex moglie Jenny (Katherine Winnick) e la nuova fiamma Cassie (Kylie Bunbury); c’è Ronald (Brian Geraghty), che di lavoro fa il camionista, e che intrattiene un rapporto morboso e contraddittorio con la madre; c’è Rick (John Carroll Lynch), agente della polizia di Stato con un ferreo senso del dovere e con una moglie insoddisfatta ad attenderlo a casa; ci sono le sorelle Danielle (Natalie Alyn Lind) e Grace (Jade Pettyjohn), due adolescenti in viaggio verso il Montana, dove si stanno recando per andare a trovare il giovane fidanzato di una delle due. Il rapimento di queste ultime fungerà da innesco per collegare i destini dei protagonisti, impegnati da subito nella risoluzione di una serie di casi di scomparsa connessi tra di loro.

Ad apparire interessante è, in primo luogo, l’ambientazione della vicenda: le grandi metropoli americane e l’élite borghese tipiche degli ultimi lavori di Kelley sono ormai un lontano ricordo. Ci troviamo, adesso, nel profondo West, nello Stato del Montana: il cielo, come da titolo, è immenso e fa da tetto a paesaggi sterminati, con strade che si lanciano a perdita d’occhio nella natura incontaminata e negli spazi aperti delle grandi pianure americane. Il Montana, conosciuto infatti come The Big Sky Country, è a tutti gli effetti uno dei protagonisti della storia, se non addirittura il personaggio principale: è proprio il contrasto tra la strada aperta e la piccola cittadina rurale, tra il grande parco e la pompa di benzina isolata, tra il calore delle accoglienti dimore e il gelo dell’oscura notte a svelare le contraddizioni degli uomini e a mettere in guardia sul rischio di un’eventuale deflagrazione degli istinti più bassi e insensati.

In secondo luogo, la tensione c’è, ed è palpabile. La sensazione di imminenza e di attesa dell’inevitabile aleggia per tutto il primo episodio, si rafforza mano a mano che vengono chiariti i legami tra gli attori della storia e infine deflagra nel colpo di scena finale: un coup de théâtre inaspettato, reso tanto abilmente da far saltare sulla sedia anche il più avvezzo al genere, donandogli un autentico piacere perverso e quindi il desiderio di proseguire immediatamente nella visione.

Il secondo episodio, tuttavia, rivela tutte le debolezze dell’operazione e, da solo, potrebbe essere sufficiente per definire Big Sky una grande occasione mancata. Già da questo momento conosciamo i nomi e i volti dei “cattivi”. Una scelta come questa, che va ad eliminare una bella dose di suspense alla vicenda, dovrebbe essere bilanciata da un adeguato approfondimento della psicologia dei personaggi, che però è assente. Quanto a modus operandi, infatti, gli antagonisti presenti in Big Sky non sembrano tanto distanti dai delinquenti visti in numerose serie procedurali di successo (come Criminal Minds, CSI o Law and Order): se però in quei casi il racconto del crimine copriva lo spazio di un unico episodio, qui invece lo si vuole trascinare per ben nove puntate, ed è qui che sorgono i primi dubbi sulla tenuta della narrazione. Parallelamente, tutte le donne appaiono toste, padrone di sé stesse, decise nelle proprie azioni. Forse troppo, viste certe situazioni “estreme” in cui si trovano. Se, quindi, la futura dinamica investigativa tra le nemiche-amiche Cassie e Jennie è abbastanza promettente, le loro azioni si snodano all’interno di un contesto che lascia ben poco margine per uno sviluppo di ampio respiro dei loro caratteri.

Ottanta minuti di visione sono pochi per chiarire le motivazioni di chi agisce sulla scena, ma sono sufficienti per rendere quantomeno l’idea di dove si voglia andare a parare: la desolante impressione che si ricava è che il successivo sviluppo della trama sarà giocato sui luoghi comuni, primo tra tutti quello rappresentato dallo scontro tra donne forti e uomini succubi e latamente misogini. Preso atto di ciò, è forse superfluo indagare più di tanto sul perché le une e gli altri facciano determinate scelte piuttosto che altre.

Tutto questo porta alla sensazione, assolutamente fastidiosa e deleteria se ci si trova di fronte ad un thriller, di essere già in grado di intuire come andrà a finire il tutto, pur senza aver visto i restanti episodi. E, anche qualora la previsione si rivelasse sbagliata e la miniserie riuscisse a recuperare terreno dal punto di vista dell’intreccio, resterebbe comunque il pericolo di abbandonare la visione prima del tempo, andando a cercare altrove una storia più avvincente di questa. In altre parole, instillare nello spettatore il sospetto, dopo appena due episodi, che la serie si sia già “giocata” i suoi assi migliori, è già di per sé una mossa assai poco lungimirante, persino se a farla è un fuoriclasse come David E. Kelley.

Guarda il trailer ufficiale di Big Sky

GIUDIZIO COMPLESSIVO

I primi due episodi di Big Sky, pur presentando delle intuizioni interessanti, sembrano preparare il terreno per qualcosa di già visto, ponendo l’accento su elementi che sono pericolosamente votati a scadere nel più superficiale cliché.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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