lunedì, Agosto 8, 2022
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Away, recensione della serie Netflix con Hilary Swank

I cosiddetti problemi di tutti giorni – relazionali, familiari, lavorativi, ecc. – impattano su ognuno di noi, indipendentemente dal fatto di essere impiegati, insegnanti, oppure (perché no?) astronauti. Tali problemi, infatti, non svaniscono a milioni di chilometri di distanza dalla Terra, anzi, se possibile con la lontananza e la solitudine li acuiscono ancor di più. È quanto ci racconta la nuova serie Netflix Away, ideata da Andrew Hinderaker (Penny Dreadful) e interpretata, tra gli altri, dall’attrice premio Oscar Hilary Swank, che sarà disponibile dal 4 settembre in streaming.

La serie prende spunto da un articolo scritto dal giornalista Chris Jones nel 2014 e pubblicato sulla rivista “Esquire”, nel quale si raccontava dell’esperienza vissuta dall’astronauta americano Scott Kelly, il primo ad essere rimasto nello spazio per un anno intero. Una missione, quella che ha visto protagonista Kelly, finalizzata al raccoglimento, da parte della NASA, di informazioni necessarie per un progetto ancora più importante e ambizioso: la conquista di Marte. La colonizzazione del “Pianeta Rosso” rappresenta, per dirla alla Neil Armstrong, un ulteriore grande passo per l’umanità; un sogno che ben presto sembra si tramuterà in realtà, ma che dovrà presumibilmente fare i conti con problemi non solo tecnologici e logistici, ma anche profondamente umani.

È quanto sperimenta sulla propria pelle, in Away, il comandante Emma Green (Hilary Swank), a capo della prima spedizione NASA con destinazione Marte, che già dal primo episodio (oltretutto diretto da Edward Zwick, regista de L’ultimo samurai) dovrà fare i conti non solo con le difficoltà del viaggio interstellare ma anche con quelle familiari: il marito, Matt (Josh Charles), anche lui astronauta, è colpito da un ictus che lo costringe alla sedia a rotelle, mentre la figlia adolescente Alexis (Talitha Bateman) è obbligata a responsabilizzarsi per seguire e supportare il padre nel suo percorso di riabilitazione, senza naturalmente tralasciare gli impegni scolastici.

Come Emma, anche il resto dell’equipaggio della missione spaziale è costretto ad affrontare problemi extra lavorativi. L’esperto astronauta russo Misha (Mark Ivanir), ad esempio, cerca di riappacificarsi con la figlia, abbandonata anni prima a seguito della prematura scomparsa dell’adorata moglie; la cinese Yu (Vivian Wu), invece, è divisa tra la famiglia (marito e figlio) e l’amore verso una collega ingegnere; l’indiano Ram (Ray Panthaki), dal canto suo, si deve confrontare con un trauma infantile che ha segnato profondamente la sua vita; mentre il biologo Kwesi (Ato Essandoh), l’unico a non avere esperienza come astronauta, deve cercare di superare le proprie fobie, facendo anche affidamento sulla propria fede religiosa.

La serie Away è contraddistinta da due linee narrative che sovente si intersecano: una prima, ambientata nello spazio, incentrata sugli astronauti impegnati nel viaggio alla volta di Marte; una seconda, ambientata invece sulla Terra, focalizzata principalmente sui famigliari di Emma. Benché caratterizzata da effetti speciali di pregevole fattura, che certo non sfigurerebbero se posti a confronto con quelli utilizzati per il cinema sul grande schermo, la serie propone uno sguardo sugli eventi più intimista: l’azione c’è, però al centro della narrazione sono sempre posti gli uomini, i loro sentimenti, le loro emozioni e le loro debolezze. Pur impegnati in un’avventura che non ha eguali nella storia dell’umanità, gli astronauti protagonisti di Away sembrano volgere maggiormente lo sguardo dietro di loro che non davanti; un po’ come se lo spazio profondo più che un territorio da conquistare fosse un luogo di raccoglimento per un viaggio interiore.

Per tale motivo, più che a Gravity di Alfonso Cuarón (anche in questo caso la protagonista era un’astronauta donna), la serie ideata da Andrew Hinderaker riprende temi già affrontati da First Man di Damien Chazelle, dove la discesa sulla Luna si trasformava – attraverso la storia personale di Armstrong – in una vera e propria conquista dell’inutile se paragonata a ciò che l’astronauta si era lasciato alle spalle (la morte della figlia) e con il quale avrebbe dovuto fare i conti una volta ritornato sulla Terra (il dolore per la perdita). Anche Away come il film di Chazelle propende per una messa in scena antispettacolare, che nel caso della serie viene “tradita” poche (ed oculate) volte; certo, la diversità del format e la necessità di mantenere costante l’interesse dello spettatore e al contempo far progredire significativamente l’intreccio narrativo di puntata in puntata induce la serie ad essere meno estrema nelle proprie scelte estetiche, affidandosi a uno schema narrativo tanto rodato quanto troppo prevedibile.

Così, la sensazione è che, al di là degli inevitabili colpi di scena necessari per far progredire il racconto (sui quali naturalmente soprassediamo), le puntante si somiglino un po’ troppo le une con le altre facendo risultare la serie – alla lunga – ripetitiva e in certi momenti anche un po’ noiosa (specie nella prima parte). A tenerla comunque a galla, anche nei momenti in cui la narrazione e l’inventiva ristagnano, è il cast internazionale composto da interpreti affiatati che riescono nell’arduo compito di dare un’anima ai loro personaggi, su cui spicca la magistrale performance di una Hilary Swank a cui forse non capitava un ruolo sfaccettato come quello di Emma da troppo tempo.

Guarda il trailer ufficiale di Away

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Più che a Gravity, la serie Away riprende temi già affrontati dal film First Man, propendendo oltretutto per una messa in scena antispettacolare che viene "tradita" poche (ed oculate) volte. Peccato solo che la necessità di mantenere costante l'interesse dello spettatore e al contempo far progredire significativamente l'intreccio narrativo di puntata in puntata inducano la serie ad essere meno estrema nelle proprie scelte estetiche.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Away, recensione della serie Netflix con Hilary SwankPiù che a Gravity, la serie Away riprende temi già affrontati dal film First Man, propendendo oltretutto per una messa in scena antispettacolare che viene "tradita" poche (ed oculate) volte. Peccato solo che la necessità di mantenere costante l'interesse dello spettatore e al contempo far progredire significativamente l'intreccio narrativo di puntata in puntata inducano la serie ad essere meno estrema nelle proprie scelte estetiche.