sabato, Novembre 27, 2021
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American Crime Story: Impeachment, recensione dei primi episodi della serie di Ryan Murphy

La recensione dei primi episodi di American Crime Story: Impeachment, terzo capitolo della serie antologica firmata da Ryan Murphy. Dal 19 ottobre su FOX.

Alla narrazione post #MeToo, particolarmente cara agli americani, mancava un tassello fondamentale; quasi stupisce che si sia aspettato così tanto tempo per fare luce, con rinnovata consapevolezza, su uno degli scandali sessuali più epocali della (relativamente) recente storia americana, il celeberrimo Sexgate. Dopo essersi dedicato al caso O.J. Simpson e all’omicidio di Gianni Versace, Ryan Murphy firma il terzo capitolo della serie antologica American Crime Story, concentrandosi stavolta sui retroscena della famigerata vicenda Clinton-Lewinsky.

American Crime Story: Impeachment aggiunge una nuova pagina al racconto dei crimini che colpirono, più emblematicamente, la società americana degli anni Novanta e lo fa da una prospettiva inedita, tutta femminile. Per la prima volta, infatti, i riflettori sono puntati sulle donne che, in misura diversa, riuscirono ad abbattere il muro di riverenza e complice accondiscendenza costruito attorno al Presidente degli Stati Uniti. Dare il giusto riconoscimento alle protagoniste della vicenda è la priorità della serie, che cerca di rifuggire il mero intento cronachistico favorendo una narrazione caratterizzata dall’alternanza dei punti di vista.

Gli episodi iniziali non bastano a capire se il bersaglio sia stato centrato, ma aiutano comunque a farsi un’idea sommaria della direzione intrapresa da Ryan Murphy nell’approcciarsi alla storia, basata in gran parte sul best-seller “A Vast Conspiracy: The Real Story of the Sex Scandal That Nearly Brought Down a President”, scritto dal giornalista Jeffrey Toobin e uscito a ridosso degli eventi narrati. La serie, composta da 10 episodi, sarà trasmessa con cadenza settimanale dal canale satellitare FOX a partire da martedì 19 ottobre.

In American Crime Story: Impeachment ad essere centrale non è tanto l’evoluzione della relazione tra Monica Lewinsky (Beanie Feldstein) e Bill Clinton (Clive Owen), quanto il racconto dei fatti (innescati a partire dal 1993) che portarono al precipitare di eventi che infine condusse all’impeachment di Clinton nel dicembre del 1998. In particolare, oltre che sulla Lewinsky, l’attenzione si concentra su alcune figure chiave, rimaste spesso ai margini della narrazione mediatica della vicenda. Linda Tripp (Sarah Paulson), ex dipendente della Casa Bianca, diventa amica e confidente di Monica Lewinsky quando entrambe lavorano negli uffici del Pentagono. Sarà lei a registrare e, infine, a divulgare le telefonate private contenenti i dettagli della sconveniente relazione sessuale.

La giornalista Paula Jones (Annaleigh Ashford), nello stesso periodo, intenta una causa civile contro Clinton per una serie di presunte molestie subite nel 1991, ai tempi in cui il futuro Presidente ricopriva ancora la carica di Governatore dell’Arkansas. Ann Coulter (Cobie Smulders), opinionista conservatrice e consulente legale della Jones, contribuisce a rendere la posizione di Clinton ancora più precaria. Durante la sua deposizione al processo, Clinton negherà di aver avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky, menzogna che determinerà l’avvio del procedimento di impeachment.

La sceneggiatura di American Crime Story: Impeachment è contraddistinta, nei primi due episodi, da un approccio analitico, volto a presentare i personaggi e a costruire il background storico in cui essi si muovono. Si adotta, quindi, una narrazione a tappe temporali, il cui taglio documentaristico contribuisce a fornire alle immagini l’aura di autorevolezza tipica del racconto di inchiesta. I corridoi della Casa Bianca e i cubicoli dove lavorano i dipendenti dell’ufficio affari pubblici del Pentagono sono carichi di pesantezza, claustrofobici a modo loro; si ha l’impressione che la fredda burocrazia estenda i propri tentacoli ovunque, persino all’interno della mensa frequentata dai dipendenti, trasformati in automi ingrigiti dalla routine, in un’anonima quotidianità che è ben diversa dall’immaginario collettivo legato al carisma (o, in generale, alla fama) dell’attore politico di turno.

Ryan Murphy è bravo a descrivere questo contesto, arricchendolo con una serie di accenni, più o meno marcati, alle variabili che ne metteranno a repentaglio la stabilità. Variabili umane, per l’appunto: quelle donne educate a chinare la testa in silenzio, ad accontentarsi e ad accettare le regole di un sistema interamente declinato al maschile, diventeranno pericolose mine vaganti, talmente immuni all’intimidazione da far vacillare il castello del potere precostituito.

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La volontà di riabilitare queste figure agli occhi dell’opinione pubblica statunitense (e non solo) è palese; tuttavia, il tentativo di sottoporre i fatti narrati ad una nuova lettura scevra da moralismi, risarcendo le protagoniste (prima tra tutte Monica Lewinsky, il cui nome figura tra i produttori della serie) dalla gogna mediatica subìta negli anni, è in parte inquinato da pretese enormi e da un racconto che si perde – nel tentativo di fornire una panoramica a 360° su ciò che accade – in una serie di dettagli superflui, finendo così per depotenziare gli eventi salienti, fondamentali a garantire la piena comprensione delle dinamiche esistenti tra gli attori in gioco. L’attenzione dello spettatore è, spesso e volentieri, messa a dura prova da una lentezza che, pur giocando a favore di una quasi ossessiva meticolosità storica, inficia quel ritmo serrato che sarebbe auspicabile in opere di questo tipo, così dense di fatti.

Nonostante i suoi propositi, American Crime Story: Impeachment rischia di essere carente anche dal punto di vista dell’introspezione dei personaggi. Dominante, almeno nei primi episodi, è il legame di amicizia che si instaura tra Monica Lewinsky e Linda Tripp, sincero per la prima e fasullo per la seconda, impegnata ad ordire una vendetta ai danni dell’amministrazione Clinton, dalla quale si sente declassata dopo anni di imperitura fedeltà. Le qualità mimetiche di Sarah Paulson sono indubbie, e non poteva essere altrimenti, dal momento che Linda Tripp, oltre ad essere il vero fulcro della vicenda, è un personaggio già di per sé fortemente caratterizzato. Un discorso simile può essere fatto per la giovane Beanie Feldstein che, pur non rubando la scena quanto la talentuosa collega, si dimostra all’altezza di un ritratto inedito di Monica Lewinsky: l’incauta stagista è vittima della sua stessa immaturità, persa in un disarmante candore pseudo-adolescenziale.

Eppure, in questa marcata contrapposizione tra la spregiudicatezza di Linda e l’ingenuità di Monica, si percepisce qualcosa di fasullo, che è da imputare alla scrittura, più che alle innegabili doti delle due interpreti. Un’artificiosità che, a dire il vero, investe tutti i personaggi in scena (comprese le innumerevoli figure di contorno che interagiscono col cast principale), talmente incatenati ai propri ruoli da apparire monodimensionali, privi di quella complessità necessaria a renderli credibili. Nel peggiore dei casi ci troviamo di fronte a delle vere e proprie macchiette (l’apparentemente vacua Paula Jones e suo marito), nel migliore a personaggi tagliati con l’accetta (la combattiva Ann Coulter). L’impressione è che, nella foga di descrivere fedelmente il contributo di ogni figura alla vicenda, si sia finito per enfatizzarne in maniera sproporzionata i rispettivi tratti caratteriali. Un eccesso di zelo che, paradossalmente, si ritorce contro gli intenti della serie, con il risultato che si è più incuriositi dal (trito e ritrito) affair tra Bill e Monica che da tutto il resto.

Il Bill Clinton interpretato da Clive Owen, descritto come un viscido senza scrupoli, consente di formulare una serie di riflessioni sul concetto di “abuso di potere”. Osservare come molte decisioni dell’uomo più potente del mondo fossero guidate da bisogni di tipo sessuale (e non dal senso di responsabilità richiesto dal suo ruolo) è quantomeno inquietante. La semplificazione, ancora una volta, regna sovrana, ma in questo caso la accettiamo con una certa desolazione, riconoscendo che forse non ci si è allontanati troppo dalla realtà dei fatti. Il sentimento di empatia nei confronti di Monica è assicurato, tenendo anche conto che, negli anni in cui è ambientata la vicenda, la piena consapevolezza in materia di molestie sessuali era ben lungi dall’essere raggiunta. Di certo, se condannare – o addirittura deridere, come si è fatto per anni – l’atteggiamento immaturo della Lewinsky era già profondamente sbagliato all’epoca, farlo oggi (che di acqua sotto i ponti ne è passata) sarebbe ancora più inaccettabile e ingiustificabile.

Al netto della buona volontà dell’operazione, sorge comunque spontaneo chiedersi se una serie come American Crime Story – Impeachment fosse veramente necessaria: la decisione di spostare il focus dal fatto scabroso in sé alle donne che contribuirono a portarlo alla luce non basta, da sola, a sostenere una serie che sembra essere priva di guizzi creativi degni di nota. I primi episodi, per quanto insufficienti a valutare l’opera nel suo complesso, tradiscono una eccessiva schematicità e svolgono la stessa funzione che potrebbe avere una qualsiasi voce su Wikipedia, inducendoci a rimpiangere i precedenti lavori di Ryan Murphy, incentrati su vicende già di per sé più coinvolgenti di questa.

Guarda il trailer di American Crime Story – Impeachment

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Al netto della buona volontà dell’operazione, sorge comunque spontaneo chiedersi se una serie come American Crime Story - Impeachment fosse veramente necessaria: la decisione di spostare il focus dal fatto scabroso in sé alle donne che contribuirono a portarlo alla luce non basta, da sola, a sostenere una serie che sembra essere priva di guizzi creativi degni di nota.
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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