Nato dalle ceneri del mai realizzato Dune di Alejandro Jodorowsky (lo sceneggiatore Dan O’Bannon e gli artisti H. R. Giger, Chris Foss e Moebius erano tutti coinvolti nell’ambizioso e sfortunato progetto, come raccontato anche nel bellissimo documentario Jodorowsky’s Dune), Alien è da annoverare fra quei film che hanno cambiato per sempre il volto del cinema di fantascienza. O’Bannon, con l’amico Ronald Shusett (insieme scriveranno anche Atto di forza), era partito da un concetto semplice, mutuato da classiche pellicole sci-fi degli anni ’50 e ’60 (il suo principale prototipo è stato identificato in Terrore nello spazio del nostro Mario Bava): l’incontro con una creatura aliena ostile.
Quello che ha distinto Alien è il suo approccio alla materia, con la scelta di presentare una fantascienza sporca e proletaria, lontana dagli spazi asettici di film come 2001: Odissea nello spazio. L’astronave Nostromo è un cargo interstellare vecchio e malandato, non una navicella all’avanguardia, così come il suo equipaggio non è composto da esploratori dell’ignoto, ma da semplici esponenti della working class. Ma l’efficacia e il successo della pellicola sono, senza alcun dubbio, legati a doppio filo alla creatura al centro della vicenda e al suo design unico, che sembrerebbe uscito dai peggiori incubi.
Un mondo dominato da una mega corporation
Il mostro partorito dall’oscura fantasia di Giger, e realizzato concretamente da Carlo Rambaldi, è diverso dalle minacce antropomorfe del passato (La cosa da un altro mondo). La sua natura risulta indubbiamente “aliena”, con quei suoi tratti biomeccanici e un ciclo di vita peculiare e scioccante. Figura resa quasi indefinita, e di conseguenza ancora più terrificante, dal sapiente uso dell’oscurità fatto dal giovane Ridley Scott, qui alla sua seconda regia cinematografica. Una minaccia inarrestabile a cui viene dato in pasto lo sprovveduto equipaggio di lavoratori spaziali, mandati a recuperare l’esemplare da una mega compagnia senza scrupoli, la Weyland-Yutani.
Aspetto mai troppo approfondito quello della subdola compagnia, nemmeno nei seguenti capitoli della saga. Una grossa corporation che detta legge, in un mondo dove sembrerebbero essersi concretizzate le più estreme conseguenze del capitalismo (ormai, forse non troppo distante dal nostro presente). È partito proprio da questo spunto Noah Hawley, creatore dell’ottimo Fargo televisivo, nello sviluppare la sua Alien: Pianeta Terra, serie disponibile in esclusiva su Disney+ dal 13 agosto, data di rilascio dei primi due episodi (i restanti sei usciranno settimanalmente). Un nuovo tassello nell’ormai complesso mosaico del celebre franchise horror sci-fi, ambientato due anni prima del capostipite uscito nel 1979.

La trama di Alien: Pianeta Terra
L’anno è il 2120, il controllo della Terra è spartito fra cinque grosse compagnie, fra cui la Weyland-Yutani e la Prodigy. Alla ricerca di un modo per prolungare la vita della razza umana, quest’ultima sta portando avanti un progetto top secret in un laboratorio su una delle sue isole. Gli scienziati della Prodigy, guidati dal visionario quanto arrogante CEO Boy Kavalier (Samuel Blenkin), sono riusciti, infatti, a traferire le coscienze di alcuni bambini gravemente malati, strappati in segreto alle loro famiglie, in corpi sintetici adulti. “Bimbi sperduti”, ribattezzati con nomi presi da “Peter Pan”, che devono abituarsi alle possibilità offerte dalla loro nuova esistenza artificiale, sotto la guida di un freddo e analitico mentore, l’androide Kirsh (Timothy Olyphant).
Nel mentre, la USS Maginot, nave spaziale di proprietà della Weyland-Yutani, precipita proprio su una delle città controllate dalla Prodigy. Kavalier coglie subito la palla al balzo mandando i suoi nuovi ibridi uomo-macchina a indagare il sito dello schianto, con lo scopo sia di testare le loro capacità che di appropriarsi del misterioso carico della corporation rivale. Ma la squadra guidata da Wendy (Sydney Chandler), prima bambina sottoposta al processo di rinascita, è destinata a trovarsi faccia a faccia con orrori indicibili.
Nostalgia canaglia
Come il recente Romulus di Fede Álvarez (anche se il primo a sposare questo approccio, per essere corretti, è stato il videogioco Isolation del 2014), Alien: Pianeta Terra si appoggia pesantemente alla legacy del primo indimenticabile capitolo diretto da Scott, qui in veste di produttore esecutivo. La serie adotta quell’estetica retro-futuristica fatta di ingombranti monitor a tubo catodico, vecchie tastiere e sistemi operativi DOS. Gli interni della Maginot riproducono quasi esattamente quelli della più celebre Nostromo; spazi dove, oltretutto, il film originale viene rievocato anche attraverso scene familiari, sia nelle inquadrature che nel montaggio (ma anche nel look granuloso delle immagini, memori dei tempi della pellicola).
Una nostalgia che castra da subito una delle interessanti premesse della serie, esplicitata già nel suo titolo: l’inedita ambientazione sul pianeta Terra, territorio ancora inesplorato dalla saga, se escludiamo il finale tagliato di Alien – La clonazione. Nella maggior parte dei casi, i personaggi si ritroveranno ad aggirarsi per i corridoi bui e claustrofobici di una nave spaziale, o di un laboratorio segreto, come già visto più volte in passato. Le scene di tensione, inoltre, non sono minimamente paragonabili a quelle regalate dal nobile progenitore, con uno xenomorfo , spesso e volentieri, spiattellato in faccia allo spettatore senza alcun ritegno (l’originale, come Lo squalo di Steven Spielberg, aveva ben assimilato la lezione hitchcockiana del “vedo non vedo”. D’altronde, cos’è Alien se non “Lo squalo nello spazio”?).

Un tema lontano da quelli della tetralogia classica
Oltre a questa parte ancorata al passato, Alien: Pianeta Terra dedica il resto del suo tempo ai succitati bambini dai corpi robotici, intenti a scendere a patti con la loro nuova condizione (non avendo più un cervello umano, con le sue naturali reazioni chimiche, non riescono più a provare le cose come un tempo. È come se qualcuno avesse messo il silenziatore alle loro sensazioni). La tematica a cui gira attorno tutta la serie è “quando una macchia non è una macchina?”, domanda posta direttamente dal cyborg Morrow (Babou Ceesay) a Slightly (Adarsh Gourav), uno dei bimbi sperduti, insinuando in lui il seme del dubbio.
Un tema lontano da quelli trattati dalla tetralogia classica (la paura dell’ignoto, la maternità mostruosa, ecc.), che mette al centro le forme di vita sintetiche, peculiarità di solito associata ad altre saghe fantascientifiche, come Blade Runner. Una scelta pericolosamente vicina ai noiosi deliri esistenziali dell’androide David 8, interpretato da un biondissimo Michael Fassbender in Prometheus e Alien: Covenant, di sicuro non i capitoli più riusciti e amati del franchise. Come nel caso dei due prequel appena citati, anche qui, in alcuni momenti, ci si dimentica di stare guardando una produzione legata al mondo di Alien.
Alien: Pianeta Terra, tra note positive ed errori
Da annoverare fra gli aspetti più riusciti e originali di Alien: Pianeta Terra, vi è sicuramente la colonna sonora a opera di Jeff Russo, chitarrista del gruppo post-grunge Tonic. Dalle sonorità molto anni ’90, si rivela ottima nel sottolineare sia i momenti più contemplativi che quelli di tensione. Il lavoro di Russo, inoltre, è affiancato da una discreta selezione di brani rock e metal, che accompagnano i titoli di coda di ogni episodio (si va dai Black Sabbath di Ronnie James Dio ai Tool, passando per Metallica e Smashing Pumpkins).
Ma nonostante i succitati meriti del comparto musicale e alcune caratterizzazioni interessanti, si ha come l’impressione che Alien: Pianeta Terra non riesca mai davvero a decollare. Anche il tentativo di introdurre altre pericolose creature, diverse dallo xenomorfo, non aiuta a risollevare la situazione. Con un concept più affine a forme di narrazione brevi, non era facile creare una serie tv incentrata su Alien senza correre il rischio di diluirne l’efficacia o snaturarne l’essenza; entrambi errori in cui la creazione del talentuoso Hawley, purtroppo, cade rovinosamente.


