sabato, Novembre 27, 2021
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Yara, recensione del film di Marco Tullio Giordana

La recensione del film Yara di Marco Tullio Giordana, ispirato all'omicidio dell'adolescente Yara Gambirasio. Dal 5 novembre su Netflix.

Conclusa la visione di Yara, il film di Marco Tullio Giordana dal 5 novembre disponibile su Netflix, viene spontaneo porsi una domanda: perché il cinema italiano non sa raccontare i fatti di cronaca nera e, più in generale, non riesce a narrare in maniera efficace i molteplici “misteri” che contraddistinguono la storia del nostro Paese? È come se vi fosse un’impossibilità a rileggere criticamente, attraverso il mezzo cinematografico, eventi che hanno destato sconcerto nell’opinione pubblica e, in certi casi, mutato il volto della nostra società. Una reticenza, nel voler raccontare talune storie, che, di fatto, ha sempre contraddistinto il nostro cinema.

A Hollywood, ad esempio, non ci avrebbero probabilmente pensato due volte – già pochi anni dopo gli accadimenti – a fare un film sul Massacro del Circeo. Da noi si è dovuto attendere più di 40 anni, come testimonia la recente uscita nei cinema (con polemica annessa) de La scuola cattolica di Stefano Mordini, adattamento del romanzo Premio Strega di Edoardo Albinati. La lista, però, potrebbe essere lunga (basti pensare ai molteplici accadimenti avvenuti durante gli Anni di Piombo, o, in tempi più recenti, al caso di Cogne). Un’incapacità, quindi, che sembrerebbe andare a braccetto con un certo disinteresse. Che si tratti, forse, di un retaggio culturale? Che il cinema italiano sia ancora influenzato dal motto andreottiano «I panni sporchi si lavano in casa»? Frase pronunciata proprio per criticare – senza tanti giri di parole – un film: Umberto D. di Vittorio De Sica, reo di mostrare un’Italia del dopoguerra ancora alle prese con la miseria.

Fatto sta che sovente, quando il cinema italiano punta il proprio obiettivo sulla Storia (passata o recente, poco importa), o su fatti di cronaca nera (gialla o giudiziaria) capaci a loro modo di mettere in evidenza aspetti oscuri del nostro paese (e della psiche umana), il risultato è sempre lo stesso: insoddisfacente e quasi irritante. Il fatto però che lo sia anche Yara, film diretto da un regista esperto come Marco Tullio Giordana, oltretutto non estraneo a visitare i tenebrosi anfratti formatisi tra le pieghe della Storia recente d’Italia (tra i suoi film: I cento passi, La meglio gioventù e Romanzo di una strage), sorprende (in negativo, ovvio) e non poco.

Scritto da Graziano Diana e Giacomo Martelli, il film si ispira a uno dei fatti di cronaca nera più mediatici degli ultimi anni: l’efferato omicidio dell’adolescente Yara Gambirasio (Chiara Bono), avvenuto tra il 26 novembre 2010 (giorno del rapimento) e il 26 febbraio 2011 (data del ritrovamento del cadavere), e della successiva indagine condotta per arrivare al famigerato “Ignoto 1”, che poi si sarebbe rivelato essere Massimo Bossetti (Roberto Zibetti). Tra tutte le strade che l’opera di Giordana avrebbe potuto intraprendere (il punto di vista della vittima, quello della famiglia, quello dell’assassino), la scelta è ricaduta su quella più abusata e “democristiana”: narrare tutto attraverso la prospettiva di colei che – tra tante polemiche – ha condotto le indagini e portato, alla fine, a galla la verità: il sostituto procuratore Letizia Ruggeri (Isabella Ragonese).

Una soluzione che tradisce fin da subito le poche ambizioni del film, impegnato a raccontare in maniera lineare il susseguirsi dei fatti – concentrandosi in particolare sulle indagini -, senza voler approfondire più di tanto i personaggi e le loro azioni. Tutto rimane in superficie, in Yara, ma non per pudore, bensì per la mancanza di volontà a dare alla vicenda una dimensione più ampia, più sfaccettata, maggiormente perturbante. Da questo punto di vista, il film Giordana sembra pensato esclusivamente per il piccolo schermo e per un apatico pubblico televisivo (non a caso produce Mediaset) che non vuole essere messo nella condizione di farsi angosciare dalla visione, ma pretende esclusivamente di rivivere un evento di cui conosce tutti i risvolti a menadito (programmi come Quarto Grado e Chi l’ha visto? ancora oggi continuano a “nutrirsi” del caso e, di riflesso, a “nutrire” il loro pubblico).

Non sorprende, quindi, che Yara faccia affidamento a un sensazionalismo spicciolo (mai urlato, per carità, però onnipresente), utilizzato proprio per intercettare le aspettative di uno spettatore medio che chiede di emozionarsi di fronte al dramma di una ragazzina che, suo malgrado, si è imbattuta in un mostro dalle sembianze di un insospettabile padre di famiglia, senza per questo dover essere “afflitto” da una narrazione capace di indurre chi guarda a fare i conti, ad esempio, con il male, le sue innumerevoli manifestazioni e la sua orrorifica banalità. Così, anziché far sprofondare lo spettatore in una dimensione cupa e soffocante, il film ricorre a tutta una serie di escamotage (ad effetto) che servono a sovraccaricare la narrazione di una superficiale emotività: ad esempio, le discutibili apparizioni fantasmatiche di Yara che ossessionano il quotidiano del sostituto procuratore.

Per tutti questi motivi, Yara è un film che non solo delude, ma da cui ci si sente persino respinti. Presenta tutte le pecche di un instant movie senza però esserlo (dopo tutto, dal fatto sono passati 10/11 anni e un maggiore approfondimento sarebbe stato possibile), fagocitato da una superficialità narrativa che investe – come per cancerogena osmosi – tutte le componenti che lo contraddistinguono: dalla regia (verrebbe da dire: svogliata) alla fotografia (eccessivamente piatta), giungendo infine agli attori, che pur sforzandosi in alcuni casi di essere credibili (in particolare, la Ragonese) soccombono di fronte a personaggi bidimensionali che risultano o stereotipati (il sostituto procuratore) o macchiettistici (Bossetti).

Guarda il trailer ufficiale di Yara

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Yara è un film che non solo delude, ma da cui ci si sente persino respinti. Presenta tutte le pecche di un instant movie senza però esserlo (dopo tutto, dal fatto sono passati 10/11 anni), fagocitato da una superficialità narrativa che investe - come per una cancerogena osmosi - tutte le componenti che lo contraddistinguono: dalla regia, alla fotografia , giungendo infine agli attori, che pur sforzandosi in alcuni casi di essere credibili soccombono di fronte a personaggi bidimensionali che risultano o stereotipati o macchiettistici.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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